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Qualche ragionamento sulle primarie

Bisognerà aspettare ancora qualche giorno per capire chi guiderà la coalizione di centrosinistra verso le elezioni politiche, ma dal primo turno esce un dato netto ed inequivocabile: la sconfitta della sinistra. Non si tratta infatti semplicemente della sconfitta di Nichi Vendola, il cui risultato tutt'altro che entusiasmante era stato ampiamente pronosticato da tutti i sondaggi. È tutto il campo della sinistra, quello che non si riconosce nel governo Monti e anche quello timidamente critico nei suoi confronti, a uscire in grossa difficoltà da questo passaggio e a guardare ora quasi con terrore il traguardo elettorale.

I numeri

La politica è fatta di lunghi processi sociali e di forze storiche. Ma le elezioni, prima di tutto, sono fatte di numeri, ed è dai numeri che bisogna partire se si vuole capire cos'è successo. Prima di tutto, l'affluenza: hanno votato 3,1 milioni di italiani. Scoppiata la bolla propagandistica di domenica, quando si è parlato per l'intera giornata di primarie record e di partecipazione di massa, restano i dati. 3,1 milioni di italiani sono 400 mila in meno rispetto alle primarie del solo Pd del 2007, quelle che vinse Veltroni nel momento di massima crisi del centrosinistra, e sono esattamente quanti hanno votato 3 anni fa alle primarie congressuali del Pd, quelle che incoronarono Bersani come segretario, contro Franceschini e Marino. Stavolta, a differenza di allora, le primarie sono di coalizione, quindi, ipotizzando che abbia votato almeno una parte degli elettori di Sel, e che Renzi abbia mobilitato una parte dell'elettorato tradizionalmente distante dal centrosinistra, e ricordando che nonostante ciò si è rimasti sui numeri del 2009, significa che centinaia di migliaia di elettori del Pd, questa volta, non sono andati a votare. Dopo il crollo di Berlusconi, mentre si sta candidando a governare il paese, il Partito Democratico perde sostanzialmente consensi attivi rispetto al periodo più difficile della sua storia, quello della crisi del veltronismo. In un momento in cui il centrosinistra è praticamente l'unica offerta politica esistente, questo non è sicuramente un segnale incoraggiante per il Pd, e soprattutto per il suo segretario, che rispetto a 3 anni fa perde circa 250 mila voti, nonostante possa godere, a differenza di allora, del sostegno dell'intero establishment del suo partito.

Il panorama si fa ancora meno rassicurante se si confrontano i risultati di ieri con quelli delle precedenti primarie di coalizione, quelle del 2005 che lanciarono Romano Prodi verso la riconquista di Palazzo Chigi. Rispetto a 7 anni fa, hanno votato ben 1,2 milioni di elettori in meno, e il primo classificato, Bersani, ha preso meno della metà dei voti che prese Prodi nel 2005.
Il confronto con quella stagione è sconfortante soprattutto per il grande sconfitto di questa tornata elettorale, Nichi Vendola, che 4 anni dopo aver lasciato Rifondazione Comunista per lanciare un ambizioso processo di ricomposizione politica in grado di superare i ristretti limiti della sinistra radicale e della storia comunista e conquistare la leadership dell'intero centrosinistra e il governo del paese, si trova a prendere 480 mila voti, sostanzialmente meno dei 630 mila che prese all'epoca Fausto Bertinotti, sostenuto dalla sola Rifondazione e con la concorrenza “a sinistra” di Alfonso Pecoraro Scanio (95 mila voti), Antonio Di Pietro (142 mila) e Simona Panzino (quasi 20 mila voti). Non solo, insomma, Vendola ha preso in rappresentanza dell'intera sinistra molto meno di quanto Bertinotti aveva preso in rappresentanza della sola Rifondazione, ma, in generale, l'area a sinistra del Pd (anche senza considerare il fatto che l'allora Correntone Ds, ora in Sel, e il Pdci, ora a sostegno di Vendola, all'epoca appoggiarono Prodi) vede dimezzati i propri consensi.

Quindi: la partecipazione cala nettamente, l'asse centrale della coalizione è fortemente indebolito, con Bersani in calo non solo rispetto a Prodi ma anche rispetto al se stesso di 3 anni, la sinistra è dimezzata.  Chi ci guadagna, in questo tracollo generale? Solo uno: Matteo Renzi. E lo fa, intendiamoci, senza risultati clamorosi: il milione di voti che il sindaco di Firenze ha portato a casa è esattamente lo stesso che prese Dario Franceschini 3 anni fa, in rappresentanza dell'ala cattolica e liberale del Pd. Ma il suo milione di voti, ora, pesa molto di più di quello di Franceschini nel 2009, da una parte perché quella di allora era una pacifica conta tra aree culturali diverse dal partito, mentre quello di Renzi è un attacco totale al centrosinistra e al suo establishment, con toni a metà tra il berlusconiano e il grillino, dall'altra perché allora Bersani aveva preso 250 mila voti in più, ed era controbilanciato a sinistra dai quasi 400 mila voti di Ignazio Marino. Così come Prodi, nel 2005, incassò oltre 3 milioni di voti per poi dover venire a patti con il milione di elettori che aveva votato per qualcuno alla sua sinistra.

Stavolta, invece, Renzi incassa un milione di voti al centro arrivando piuttosto vicino a un Bersani indebolito, battendolo in Toscana, Umbria e Marche, scontando un divario notevole solo al sud e soprattutto abbattendo qualsiasi cosa stia alla sinistra del Pd, dato il risultato pesantemente negativo di Vendola.

L'asse del centrosinistra

A un anno dalla caduta di Berlusconi e a pochi mesi dalle elezioni politiche, sul piano meramente quantitativo, i rapporti di forza interni alla coalizione di centrosinistra sono significativamente spostati a destra, non solo rispetto all'Unione di 7 anni fa, ma anche e soprattutto rispetto al solo Pd di 3 anni fa. L'area cattolica e liberale, pur priva dei suoi maggiori dirigenti, che si sono tutti schierati con Bersani, ha mantenuto per intero le proprie dimensioni, compensando il calo di peso all'interno del partito con una massiccia campagna di conquista dell'elettorato meno politicizzato e più sensibile alle sirene del nuovismo. Un'operazione che ha messo insieme tutto e il contrario di tutto, come si è potuto notare dalla pittoresca composizione dei comitati territoriali per Renzi, in grado di tenere insieme, sulla base del comune desiderio di abbattere il vertice del Pd, chi un anno faceva propaganda per l'acqua come bene comune e scendeva in piazza con la Fiom con chi, come appunto il sindaco di Firenze, osteggiava i referendum e tesseva le lodi di Marchionne. Del resto è stato molto difficile per Bersani liquidare come “di destra” la linea di Renzi, quando quella linea è condivisa dal governo Monti a cui Bersani continua a votare la fiducia e dall'Udc che Bersani continua a proporre come partner di governo.

A prescindere da chi vincerà il secondo turno, Renzi ha già squassato il centrosinistra: il segretario del Pd, eletto con una nettissima maggioranza 3 anni fa, è ora privo di una maggioranza assoluta tra gli elettori della sua stessa coalizione, e non si capisce davvero con che mandato possa candidarsi in maniera credibile al governo del paese. Soprattutto non si capisce più che fine abbia fatto il famoso “asse della coalizione” che alcuni credevano di poter spostare a sinistra sostenendo la candidatura di Vendola. A guardare questo primo turno, sembra proprio che l'asse non sia né a sinistra né a destra, ma sia proprio saltato. Se anche Bersani riuscisse a prevalere al secondo turno, lo farebbe al termine di una battaglia sfiancante con la destra del suo partito, che l'ha sconfitto nelle regioni rosse, l'ha appoggiato al sud permettendogli di vincere e si candida ora a condizionare in maniera ben più determinante della sinistra la campagna elettorale e il post-elezioni. L'asse del centrosinistra è ben lontano dalle mani di Vendola, e con un Pd così spaccato c'è la concreta possibilità che si spezzi.

Della famosa svolta socialdemocratica impressa da Bersani al Pd, insomma, è rimasto ben poco. Solo un anno fa, il responsabile economia del Pd Stefano Fassina, parlando di lavoro, poteva dire: “Nel Pd ci sono due linee su questi temi. Una linea ha il 2%, l' altra il 98%. Io capisco Ichino. Lui rappresenta quel 2 per cento e per farlo valere, per difenderlo ha bisogno di andare sui giornali tutti i giorni”. Un anno dopo, quel 2% è diventato il 36%, e inevitabilmente Bersani, anche se dovesse vincere, dovrebbe tenerne conto, sia nella formazione delle liste sia nei temi della campagna elettorale sia nella formazione di un eventuale governo. I bersaniani, al momento, non sono in maggioranza neanche nella propria coalizione, che nei sondaggi è data tra il 30 e il 35% dei voti (per la cronaca, meno di quanto prese Veltroni nel 2008, al massimo dello strapotere berlusconiano) e non si capisce bene come pensino di arrivare al governo del paese. Se fossimo un videogioco, potremmo dire che Bersani è finito in difficoltà già al primo livello, e se vuole vincere la partita se la dovrà vedere con i mostri finali: Beppe Grillo e Mario Monti. Pare davvero difficile, oggi, immaginare che il campo dei sostenitori del senatore a vita e dell'austerità neoliberista, capace di raccogliere oltre il 36% all'interno dello stesso centrosinistra (e contro il segretario di un partito che ha ingoiato e diligentemente votato tutto ciò che Monti ha proposto!), rinunci, in caso di vittoria di Bersani, a mettere in campo un'alternativa ancora più docile ai dettami di Francoforte.

Le occasioni perse

Ma se la sinistra socialdemocratica bersaniana esce un po' ammaccata dal primo turno delle primarie, è quella post-comunista, ecologista e libertaria di Nichi Vendola a uscirne distrutta. Il presidente della Regione Puglia è finito in netta minoranza in tutta Italia, perfino nella regione che amministra da 7 anni. In Puglia Vendola prende meno della metà dei voti che prese alle primarie regionali del 2010, e a livello nazionale il risultato è ancora più sconfortante. Quando il presidente pugliese spaccò Rifondazione Comunista per lanciare il suo nuovo progetto politico che aveva nelle primarie il suo principale snodo strategico, di certo non immaginava di fermarsi a 480 mila voti, più o meno quelli che prese Rosy Bindi nelle primarie del Pd del 2007, pochi più di quelli che prese il semisconosciuto e improbabile Ignazio Marino nel 2009.

Un ben magro risultato, per chi da ormai 4 anni teorizzava il terreno delle primarie come luogo del ribaltamento dei rapporti di forza, della conquista dell'egemonia nel campo del centrosinistra e dell'ambizione al governo del paese. Un traguardo che non potrà non avere contraccolpi all'interno di Sinistra Ecologia Libertà e di tutta l'area che sosteneva Vendola. Sull'altare delle primarie, infatti, Nichi ha sacrificato qualsiasi cosa, soprattutto nell'ultimo anno, quando la morsa tra l'ovvia opposizione al governo Monti, il cui operato è stato l'esatto opposto del programma di Sel, e la volontà di mantenere a tutti i costi l'alleanza con il Partito Democratico, proprio per poter disputare le primarie, ha stritolato Vendola e il suo partito, costringendoli a un immobilismo afasico che li ha quasi completamente cancellati dal dibattito politico. Il progetto politico di Sel era fondato sull'utilizzo delle primarie per far saltare il Pd, portare Vendola a Palazzo Chigi e ricomporre una sinistra laica e maggioritaria. È naturale quindi che ora che quella prospettiva non si è realizzata, dentro a Sel e nel campo della sinistra più in generale, si confrontino due tendenze diverse, entrambe basate sulla presa d'atto di questo fallimento: da una parte, chi vorrebbe dichiarare chiusa l'esperienza di Sinistra Ecologia Libertà ed entrare nel Partito democratico, fondendo direttamente la propria forza con quella degli ex-Ds bersaniani per continuare in quel campo la battaglia contro il catto-liberismo renziano; dall'altra, chi ritiene che Sel possa e debba ritagliarsi un ruolo di “sinistra del centrosinistra”, provando a condizionare dall'esterno le dinamiche del Pd e puntando anche sulla polemica con esso per portare a casa un po' di parlamentari in più e presentarsi, dopo le elezioni, come l'unico soggetto di sinistra esistente.

Entrambe le prospettive, in ogni caso, mettono Sel e la sinistra ai margini della battaglia politica, che ormai è tutta interna al Pd. Una situazione ben diversa da quella in cui ci si trovava un anno e mezzo fa, quando il Pd soccombeva nelle elezioni amministrative all'ondata di sindaci di sinistra, e veniva apertamente superato dai suoi stessi elettori nella battaglia referendaria, che fino a poche settimane dal voto aveva apertamente osteggiato.

Non sarebbe corretto confrontare i 480 mila voti di Vendola alle primarie con gli oltre 27 milioni di cittadini che hanno votato sì al referendum per l'acqua pubblica e contro il nucleare dell'anno scorso. I referendum sono battaglie politiche legate a temi concreti ben precisi, che ottengono consenso proprio per la loro trasversalità alle varie appartenenze di parte, e nessuna proposta politica può pensare di raccogliere tutta la forza di un'espressione di volontà popolare tanto potente. Eppure il tentativo di Vendola è stato proprio questo: convogliare tutto il portato di una stagione politica, quella a cavallo tra 2010 e 2011, che aveva minato alla base il consenso di massa del berlusconismo, a partire dalle battaglie sociali su lavoro, saperi e beni comuni, in un'alleanza subalterna al Partito democratico e nella propria candidatura alle primarie, unica vera proposta politica in continuità con quell'esperienza.

Un tentativo assolutamente legittimo, ma, ora l'abbiamo visto tutti, ha sprecato le potenzialità egemoniche di cui tutta la sinistra, nella sua accezione più ampia, dai partiti ai movimenti studenteschi, dal sindacato ai comitati referendari, disponeva, e da cui poteva ripartire per mettere in campo una propria proposta politica, concreta e riconoscibile, di governo del paese e di uscita a sinistra dalla crisi. Un errore condiviso: nessuno, tra gli attori politici in campo, ha avuto il coraggio e la forza di innescare un processo costituente che avrebbe potuto mettere la sinistra in condizioni di giocare da protagonista la partita del post-Berlusconi.

L'anno del governo Monti è stato politicamente surreale, con una scissione totale tra la società, che continuava a subire esattamente come sotto Berlusconi, se non di più, gli attacchi dell'austerità neoliberista, e a mobilitarsi per resistere, e la politica, che discuteva di rottamazioni e presunte svolte laburiste, mentre a essere rottamato era l'articolo 18, con il voto compatto di Pd, Pdl e Udc, che con la stessa maggioranza approvavano il fiscal compact e l'inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio. Un quadro in cui l'abracadabra delle primarie, in cui la politica in crisi di legittimità e rappresentanza ritrova una connessione con la volontà popolare, non ha più funzionato. Se le primarie, in altre occasioni, avevano permesso di imporre alla politica i temi su cui si muoveva la società, nell'ultimo anno la distanza tra i due piani ha raggiunto dimensioni tali da rendere impossibile questo processo. E infatti le primarie, che un anno fa parlavano di democrazia partecipata e di ripubblicizzazione dei beni comuni, stavolta hanno parlato di rottamazione e di limiti di mandato. Perché se i limiti della politica economica e sociale sono già stati fissati dal governo Monti, se il Presidente della Repubblica ha già garantito ai partner internazionali che le scelte di fondo della gestione della crisi non sono in discussione, allora bisogna parlare d'altro. Allora bisogna parlare di quante legislature ha fatto Rosy Bindi, o di quanti elettori di destra sia legittimo coinvolgere in un appuntamento del centrosinistra.

È evidente come la proposta politica incarnata da Vendola, nata e costruita in continuità con le battaglie sociali di cui sopra, sia stata indebolita da quel contesto, proprio perché la sua forza erano i contenuti sociali e politici di risposta alla crisi, le lotte dei lavoratori e degli studenti, la ricerca di un modello economico basato sulla giustizia sociale e ambientale, e ovviamente le persone, gli uomini e le donne che quelle lotte e quei contenuti hanno costruito in questi anni e che, in buona parte, non si sono riconosciuti nei ristretti confini di una competizione costruita sulla tensione tra Bersani e Renzi. Credere che a vincere a Milano, a Napoli, a Genova, a Cagliari o ai referendum fosse stato un brand, una proposta politica riproducibile in ogni occasione, o, peggio ancora, un partito, è stato un drammatico errore di valutazione. A vincere nelle città e nei referendum sono stati grandi movimenti popolari con radici profonde e con una decisa volontà di cambiamento, che la nascita del governo Monti ha interrotto e che, in quella forma, non esistono più.

Il futuro

Di questo deve essere consapevole anche chi, all'esterno del centrosinistra, si propone lodevolmente di costruire ipotesi politico-elettorali alternative. Non è con i braccialetti arancione e le bandane della nazionale olandese che si ricreano oggi le condizioni di un anno e mezzo fa. La macchina delle elezioni politiche è partita, ed è partita senza che si facesse trovare pronto alcun attore politico in grado di portare avanti una proposta radicale e di massa di cambiamento del paese e di uscita a sinistra dalla crisi. Quell'opzione non c'è più, e sul piano elettorale ogni proposta, oggi, è residuale e subalterna, e non rappresenta pienamente il bisogno di sinistra e di cambiamento che c'è oggi in Italia.

Il Partito Democratico, pur nell'instabilità di cui sopra e con il forte rischio di una spaccatura, ha recuperato un'innegabile, per quanto precaria e fortemente minacciata da operazione centriste e montiane, centralità nella politica italiana. Da una parte, il successo di Renzi permette al Pd di riassorbire, almeno per il momento, l'indignazione popolare e il desiderio di cambiamento radicale che l'anno scorso erano state interpretate da proposte politiche alla sua sinistra. Dall'altra, il sindaco di Firenze può cavalcare da destra la battaglia contro l'establishment del Pd che un anno e mezzo fa Pisapia, De Magistris e i referendari avevano cavalcato da sinistra, perché nel frattempo è intervenuto il governo Monti a definire il quadro di compatibilità, a stabilire i confini di ciò che è accettabile e cosa no sul piano delle politiche economiche e sociali, mettendo di fatto fuori dai giochi le proposte della sinistra. E cos'è Renzi se non una versione depurata di ogni contenuto sociale della stessa cosiddetta “primavera arancione”? Nella vicenda del sindaco di Firenze c'è la stessa rabbia e indignazione nei confronti di un sistema politico chiuso e incapace di rispondere alla sfida della crisi, ma questi sentimenti, ora, sono messi al servizio di una proposta politica liberista, in continuità con l'operato del governo tecnico. Il successo di Renzi è ciò che resta di quella stagione dopo il filtro del montismo, un filtro che Nichi Vendola non è riuscito ad attraversare.

Proprio per questo sarebbe profondamente sbagliato pensare che la sconfitta di Vendola rafforzi chi si propone di costruire una proposta politica radicale alternativa al centrosinistra. La sconfitta di Vendola rafforza forse le ragioni dei sostenitori del “quarto polo”, ma non certo le loro possibilità di successo. Con Vendola è stata sconfitta l'idea che la sinistra possa ribaltare il centrosinistra dall'interno, ma non per questo oggi è più probabile di ieri che lo si possa fare dall'esterno. Anzi. Il successo di Bersani e Renzi a queste primarie segnala che la situazione politica italiana è ancora profondamente diversa da quella spagnola e greca, perché in Italia il centrosinistra non ha ancora governato nell'epoca dell'austerity. Nonostante il Pd abbia approvato senza battere ciglio tutte le misure neoliberiste e antipopolari proposte dal governo Monti, in Italia non è avvenuta quella scissione tra il centrosinistra riformista e la sua base che ha caratterizzato il resto dei paesi mediterranei negli ultimi mesi. Il Pd non è percepito, ancora, come un partito di governo, ma come un partito di opposizione. In questo il successo di Bersani è indiscutibile e inaspettato: è riuscito a votare qualsiasi cosa gli fosse proposto, perfino la modifica dell'articolo 18 contro cui il suo partito si era massicciamente mobilitato in passato, il pareggio di bilancio in Costituzione contro cui aveva tuonato quando era all'opposizione, e il fiscal compact che ha pubblicamente criticato con gli altri leader socialisti a livello Europa (passaggi necessari per accreditarsi come un leader affidabile per l'applicazione dell'austerity), e allo stesso tempo a far percepire ai suoi elettori l'agenda Monti come qualcosa che il Pd subiva senza volerla, solo per spirito di responsabilità, e che avrebbe modificato una volta andato al governo. Oggi, questo va riconosciuto, nonostante il Partito Democratico sia uno degli attori principali della macelleria sociale che sta colpendo i lavoratori di questo paese, la crescente impopolarità del governo legata a queste misure non si riflette sul partito di Bersani, che continua a capitalizzare il ruolo di opposizione al fallimentare governo di Berlusconi e di unica alternativa credibile ad esso, come se nell'ultimo anno non fosse successo nulla.

Questo significa che, per le stesse ragioni per le quali Vendola ha perso, ci sono difficoltà enormi anche per operazioni simili alla sua che si volessero proporre all'esterno del centrosinistra. E anche chi, come il sottoscritto, guarda con simpatia tentativi come quello lanciato dall'appello “Cambiare si può”, i cui promotori si riuniranno sabato prossimo a Roma, deve riconoscere che gli spazi per un'operazione di questo tipo sono estremamente limitati e la sconfitta estremamente probabile: da una parte perché se il Pd ha resistito finora al tentativo di scinderlo dalla propria base operato da Vendola, non si vede perché dovrebbe andare diversamente se a fare questo tentativo è qualcun altro, sulla base di contenuti programmatici identici, ma all'esterno della coalizione; dall'altra perché se a Vendola è mancata la massa critica del rapporto con i movimenti e le lotte sociali, di tutto un mondo in mobilitazione che la scelta di allearsi con il Pd ha spaccato in due, questo vale in maniera uguale e contraria per chi sta fuori, che non potrà contare sulle forze e sulle energie di chi ha scelto di stare con il centrosinistra. Se è stato follemente narcisista, per Sel, pensare di poter rovesciare il centrosinistra da sola, non si capisce perché non dovrebbe esserlo pensare di farlo dall'esterno, senza Sel e tutto il mondo che le sta attorno.

Se infatti l'affluenza alle primarie è stata deludente, rispetto a quelle del passato, e soprattutto rispetto alla ripresa della partecipazione che i referendum dello scorso anno facevano presagire, va anche detto che le primarie sono state comunque l'unico momento di partecipazione di massa di questa stagione politica. Non si ha notizia, fuori dal centrosinistra, di soggetti in grado di risvegliare la partecipazione di quei milioni di persone che l'anno scorso hanno votato per l'acqua pubblica e contro il nucleare. E se oltre 3 milioni di persone non sono una massa critica sufficiente a mettere in campo un processo di cambiamento radicale in questo paese, non si capisce come quel processo possa avvenire senza quei milioni di persone.

Ciò non significa che il tentativo di mettere in campo una proposta politica alternativa non vada fatto, ma dobbiamo dirci che c'è la concreta probabilità che non funzioni e che la sinistra ne esca massacrata su entrambi i fronti: chi costruirà una proposta fuori dal centrosinistra ha ottime possibilità di andare a sbattere contro lo sbarramento alle elezioni, chi sosterrà il vincitore delle primarie resterà molto probabilmente schiacciato sotto il peso della contraddizione fortissima tra i propri propositi di sinistra e l'agenda politica che Francoforte continuerà a dettare e alla quale il Pd ha già promesso di obbedire.

Un panorama sconfortante, che speriamo sia almeno in parte contraddetto dai fatti grazie a qualche oggi imprevedibile colpo di fortuna (un repentino cambio della politica tedesca, un intervento massiccio di Usa e Regno Unito che chieda l'allentamento dell'austerity, un'improvvisa ripresa della crescita economica, la rottura della coalizione di centrosinistra con una conseguente ricomposizione, un risultato clamoroso dell'eventuale “quarto polo”). In ogni caso, sarebbe poco saggio considerare decisive e costituenti le prossime elezioni, che sembrano piuttosto un passaggio transitorio di una fase politica più lunga e complessa, destinata a durare ancora parecchio e a riservare ancora molte sorprese, sul piano sociale come su quello politico. Il fatto che mentre in tutta Europa i confini tra progressisti e conservatori si costruiscono intorno al dibattito sul fiscal compact, sull'austerity e sull'uscita dalla crisi, in Italia siamo ancora bloccati sull'antiberlusconismo e sulla rottamazione, fa capire che i confini di queste elezioni restano spuri e trasversali, costruiti più su diverse opzioni tattiche che sui contenuti delle proposte politiche, e che quindi sarebbe sbagliato e potenzialmente suicida considerarli come definiti e costituenti.

Comunque vada, ci sarà da ricostruire, e nessuno dei soggetti politici in campo pare in grado di farlo, se non attraverso una profonda messa in discussione di se stessi e del proprio percorso. È ragionevole pensare che, in una fase politica difficile e conflittuale come quella che stiamo vivendo, segnata da una crisi che sta ristrutturando il panorama sociale e politico di un continente, ricostruire la sinistra sia più facile all'esterno degli schieramenti che si pongono in continuità con l'austerity e attraverso fruttuosi scambi con i movimenti che agitano l'Europa che dall'interno degli stessi: potremmo dire che è sempre doloroso quando a sinistra volano i bulloni, ma di sicuro è meno doloroso stare dalla parte di chi li lancia che da quella di chi se li prende in testa. In ogni caso, porsi in alternativa rispetto al sistema politico dominante non garantisce automaticamente la propria credibilità nei confronti di una società in subbuglio e di cittadini indignati.

Quella tra omologazione e populismo è una falsa alternativa a cui la sinistra deve riuscire a sfuggire, elaborando finalmente il lutto del 2008 e ricostruendo la propria ragione sociale e il proprio radicamento in un mondo che è strutturato da rapporti di forza nuovi e feroci. La crisi ha smascherato le ambiguità del modello sociale, economico e politico europeo, e ha messo l'intero continente di fronte a un bivio, quello tra austerità e cambiamento, che la socialdemocrazia non sembra, oggi, in grado di affrontare. La ricostruzione della sinistra passa attraverso la conquista di un ruolo storico, quello della transizione verso un nuovo modello di società, di economia e di politica, un percorso fatto di gradualità e strappi, alleanze e rotture, ma che è destinato certamente alla sconfitta se non si pone all'altezza dei propri avversari sia sul piano della radicalità, di fronte a un attacco senza precedenti in termini di ferocia nei confronti del diritto al lavoro, alla salute, al sapere, alla democrazia, sia sul piano delle dimensioni, di fronte a una battaglia che si svolge oltre i confini nazionali.

È un lavoro lungo e difficile, e ha senso solo se si mantiene lo sguardo oltre l'orizzonte della primavera 2013. Ciò non significa certo astenersi né rifiutarsi di contribuire a questa fase politica. Significa però che non sarà nelle urne delle elezioni politiche che, come per magia, rinascerà una sinistra radicata e incisiva in questo paese. Le scorciatoie, sia quella di aggrapparsi al Pd sperando che diventi magicamente di sinistra, sia quella di rinchiudersi in ghetti identitari credendo che basti essere più comunisti di tutti per essere credibili, sia quella di puntare tutto sul caudillo carismatico sospinto dall'ondata populista, non funzionano. Se le primarie non sono, o almeno non sono più, uno strumento in grado di ricostruire legami di appartenenza e opportunità di partecipazione per il cambiamento, allora bisogna trovarne altri. Serve un profondo lavoro di indagine della realtà complessa in cui viviamo e servono strumenti e luoghi in grado di accogliere e organizzare una nuova composizione sociale, con l'obiettivo di costruire il cambiamento. Se la distanza tra politica e società non è mai stata così profonda, se i luoghi comuni su Peppino Impastato biascicati da Renzi al dibattito di ieri sera sono lontani anni luce dall'impegno quotidiani antimafia di migliaia di persone, se i lavoratori dell'Ilva o di Pomigliano non hanno trovato cittadinanza in quel dibattito, se lo sciopero generale europeo di 2 settimane fa sembra archiviato come se nulla fosse, allora forse è il caso che sia la società a darsi una mossa e a organizzarsi, anche per cambiare la politica. Sta agli uomini e alle donne di questo paese, soprattutto a quelli impegnati a vario titolo in una sinistra sociale che resta radicata e forte molto più che altrove, decidere di impegnarsi in questo lavoro, non lasciandosi distrarre dai fuochi di paglia, siano lo show delle primarie o un'epica giornata di rivolta metropolitana, e cercando invece la legna, lavorando per organizzare i soggetti sociali e le proposte politiche, per rimettere insieme i pezzi scavalcando le oligarchie e le appartenenze, per ricostruire questo paese da cima a fondo.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Gennaio 2013 21:49
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