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Stampa, giornalismo, comunicazione e alternativa: parliamone

giornali e quotidianiLa vicenda di Pubblico, che ha raggiunto in queste ore livelli drammatici, in particolare per i lavoratori e le lavoratrici del giornale, vittime di un gioco condotto sulla loro pelle con una leggerezza irresponsabile, è l'ennesima replica di un film che abbiamo già visto troppe volte, e allo stesso tempo è parte di un processo più ampio, difficile da interpretare nella sua complessità e che quindi continuiamo, colpevolmente, a ignorare.

Si tratta, in realtà, dell'interazione tra tanti fenomeni e processi diversi, alcuni globali e altri locali, alcuni recenti e altri che vengono da lontano, il cui risultato è però clamorosamente univoco: la drastica riduzione di strumenti d'informazione liberi sufficientemente dotati di autorevolezza, accesso e qualità.

I fattori in campo sono tanti: c'è una crisi globale dell'editoria, che risparmia ben pochi fortunati casi, recentemente inserita nel contesto di una crisi economica altrettanto globale, con conseguente crollo del mercato pubblicitario su cui i media commerciali sono storicamente basati; c'è la rivoluzione del web, in particolare nella sua versione 2.0, che ha reso praticamente immediato l'accesso a strumenti di comunicazione e diffusione di informazioni, abbattendo barriere storiche ma provocando allo stesso tempo effetti collaterali da non sottovalutare (dispersione e confusione delle fonti d'informazione, simmetrica riduzione dei canali d'accesso a tali fonti, monopolizzati di fatto da pochi social network commerciali); c'è il graduale processo di precarizzazione del lavoro giornalistico, che ha raggiunto ormai in Italia dimensioni enormi, in particolare nella stampa locale, e che ha inevitabili conseguenze sulle difficoltà di ricambio generazionale nei posti più rilevanti del mondo dell'informazione nonché chiaramente sulla qualità dell'informazione; c'è la controversa vicenda del finanziamento pubblico alla stampa, il cui abuso ha portato a critiche giuste, poi degenerate in una strumentalità incosciente di fare un favore ai grandi gruppi industriali che controllano la stampa italiana; c'è il nodo storico del pluralismo dell'informazione nel nostro paese, con l'elefante berlusconiano ancora ben presente nelle stanze, a bloccare ogni tentativo di apertura, rinnovamento, democratizzazione; c'è la crisi dei soggetti storici, tanto politici quanto sociali, della sinistra, che inevitabilmente coinvolge anche gli strumenti d'informazione che a loro facevano riferimento (e la notizia che tra qualche giorno tornerà, solo on line, Liberazione, con un'inedita formula di web a pagamento a basso costo la cui efficacia è tutta da sperimentare, è ovviamente positiva ma certo non cambia il quadro generale, che resta sconfortante); c'è l'evoluzione del mediattivismo, che con la diffusione di smartphone e social network è passato da sapere specialistico a pratica di massa, con conseguenze non univoche.

Ci sono tanti fenomeni diversi in campo, a cui, per quanto riguarda i media alternativi, si aggiunge la frantumazione delle aree e dei soggetti, con la conseguente dispersione delle energie e delle opportunità. C'è un cambiamento forse irreversibile ma di certo non ancora compiuto della figura del giornalista, in un'epoca in cui testimoni e fonti possono comunicare direttamente le informazioni senza bisogno del filtro di una redazione. Cambiamenti a cui le aziende giornalistiche hanno risposto in maniera piuttosto cinica e poco lungimirante, talvolta rubacchiando i materiali trovati in giro, talvolta cooptando direttamente fonti e protagonisti e utilizzandoli come fornitori gratuiti di contenuti utili a generare traffico e introiti pubblicitari (vedi i blog de Il Fatto Quotidiano e dell'Huffington Post). Ci sono esperimenti di informazione online, come Il Post o Linkiesta, di cui ancora non è del tutto chiara la sostenibilità economica e il ruolo informativo, ridotti come sono, spesso, a semplici aggregatori di materiali prodotti da altri (e qui il problema è chi paga, e a che punto della catena). Ci sono tante e utili esperienze alternative, indipendenti, e, spesso, volontarie, che non trovano l'opportunità di fare il salto di qualità che magari meriterebbero. C'è un bisogno di informazione diffuso e c'è informazione diffusa, ma c'è, a occhio e croce, scarsa consapevolezza sul modo più utile e interessante in cui interpretare il cambiamento.

C'è un panorama composito e frammentario, interessante e confuso, di cui non possiamo non parlare. Invitiamo quindi giornalisti e attivisti, blogger e curatori di social media, chi insomma, tutti i giorni legge e scrive informazioni nei modi più disparati, a discuterne con noi. La nostra nave corsara, come sempre, è a disposizione.

Per contribuire al dibattito scrivi a @Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 15:37
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