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Mentre aspettiamo di conoscere la verità…

Mentre aspettiamo di conoscere la verità…

In queste ore si avvicendano le notizie sulle indagini che cercano di far luce sull’attentato di sabato 19 maggio alla scuola Morvillo-Falcone di Brindisi. Sembrerebbe esclusa la pista mafiosa, mentre si delinea l’ipotesi di un gesto isolato, e non per questo meno grave, di terrore e violenza.
Sono giorni di grande dolore e preoccupazione per l’Italia. Alle difficoltà per la crisi e la disoccupazione, si aggiunge la paura per un attentato che di mafioso ha sicuramente almeno il metodo: la violenza finalizzata all’intimidazione.

Un metodo che non è proprio solo delle organizzazioni criminali mafiose, ma che è purtroppo condiviso dai fascismi e dai terrorismi di ogni epoca e ogni luogo. A mente fredda – mettendo da parte per un attimo l'innegabile atrocità del gesto, sulle cui motivazioni reali, una volta portate alla luce, bisognerà riflettere attentamente – si affacciano alla mia mente alcune considerazioni (assolutamente personali e passibili di errore) sulle dimensioni simboliche coinvolte in un episodio che non si ferma a Brindisi, ma dall’estrema periferia parla dell’Italia intera.

1. Prima di tutto l’uso quasi certamente strumentale del movimento antimafia come bersaglio: il nome della scuola, la presenza della Carovana antimafia in questi giorni in Puglia, l’anniversario dei venti anni dalla strage di Capaci che in questi giorni viene continuamente ricordato su televisioni e giornali. Tutto questo ha caricato il gesto folle di un’esplosione dolosa all’entrata di una scuola di un significato molto più profondo e di una pericolosità che gli italiani conoscono bene. Una scenografia costruita ad arte per far parlare di sé e dell’atto di violenza progettato. Per farne parlare con più enfasi, per spaventare tutti di più.

2. La paura genera solo paura, il terrore genera solo altro terrore. E noi abbiamo il dovere di rompere questo circolo vizioso. Non riesco a togliermi dalla testa l’impressione che si stia diffondendo nel Paese un processo di emulazione di atteggiamenti (se non atti veri e propri) pseudo terroristici. È un’affermazione forte, molto probabilmente sbagliata (come spero che sia). Forse non ha niente a che vedere né con l’episodio di Brindisi, né con l’attentato al dirigente dell’Ansaldo a Genova. E non di meno è necessario riflettere sulle condizioni materiali e immateriali che stanno portando molte, moltissime persone al suicidio o a gesti di rivolta individuale che di politico non hanno niente. Ci sono solo rabbia, frustrazione, paura, desiderio di rivalsa e di riscatto, nei confronti di un sistema che sta riducendo al lastrico le famiglie e che toglie ogni speranza per il futuro alle giovani generazioni. Il terrore genera solo altro terrore. E il rischio è quello di avvinghiarci una spirale in cui si restringono gli spazi di libertà e speranza per lasciare posto solo a meccanismi di controllo e sospetto generalizzati e indiscriminati.

3. Qualunque sia la matrice dell’attentato alla scuola Morvillo-Falcone, non possiamo non evidenziare in questo momento la necessità di richiamare ad una maggiore responsabilità collettiva tutti coloro che svolgono un ruolo pubblico: i media, la scuola, la politica.
È giustissimo tenere i riflettori (i fari addirittura) puntati su una tragedia che colpisce senza apparente motivo giovani studenti inermi in una scuola. Ma il diritto alla verità e all’informazione non deve cedere il passo alla mediatizzazione della tragedia. Così come, allo stesso tempo, non si dovrebbe parlare di mafia in Italia solo quando succedono le stragi, o a distanza di venti anni per ricordarle.

Oggi si parla di Melissa e di Brindisi, ed è giusto – più che giusto – che sia così.
Ma domani non dimentichiamoci di Melissa, né delle altre vittime innocenti delle mafia. Non dimentichiamoci dei morti sul lavoro e di chi si toglie la vita per il lavoro che non c’è più. Non dimentichiamoci della povertà che avanza e delle politiche sociali ridotte sempre più al lastrico.
Abbiamo bisogno di essere tutti più vigili, attenti, responsabili.
E, per citare Danilo Dolci, abbiamo bisogno di “fare presto (e bene), perché si muore”.

Ultima modifica ilDomenica, 05 Gennaio 2014 18:22
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