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La classe non è acqua: riflessioni sulla spocchia di sinistra e i forconi di destra

La classe non è acqua: riflessioni sulla spocchia di sinistra e i forconi di destra

Cosa sono questi forconi? Non sono così diversi dai forconi di due anni fa. Piccola imprenditoria in crisi messa alle strette da Equitalia, agricoltori affamati da burocrazia e pressione fiscale, singoli cittadini incazzati con la casta, il mondo organizzato delle curve, autotrasportatori, gruppi neofascisti, mafiosi e paramafiosi. Eppure sembrano diversi, fanno più paura, suscitano un dibattito più largo, anche fuori dai soliti ambiti di discussione, hanno una grande attenzione mediatica. Cosa c'è di diverso? Il contesto. La sinistra, i sindacati, i movimenti, la democrazia, sono sempre più deboli, mentre la crisi e la rabbia verso la casta sono sempre più forti.

Siamo dentro un crollo profondo, ben più drammatico di quel che appare. Sta terminando un'epoca e probabilmente quelle macerie in cui viviamo oggi non sono altro che l'esito di un grande terremoto, in cui il “centro dell'economia-mondo” si sposta verso altri continenti, lasciando l'Europa alle contraddizioni e alla durezza di un centro divenuto periferia. Ne parliamo anche in questo numero dei Quaderni Corsari, intitolato “la caduta e l'atterraggio”, con un richiamo al celebre incipit del film “L'Odio”. E, infatti, in tanti si ostinano a ripetere “fino a qui tutto bene”, “fino a qui tutto bene”. Ma la realtà è ben più dura di così.

Molti osservatori nelle aree di movimento sottolineano in queste ore alcuni dati oggettivamente degni di nota. Molto di quel che accade oggi si muove nel bacino in cui ha raccolto consensi la Lega prima e il Movimento 5 stelle poi, nelle città del Nord Italia, e specialmente a Torino, nonostante ciò la composizione sociale delle piazze, al netto delle sue ambiguità, risulta essere interessante e articolata: scendono in piazza persone comuni e non politicizzate, giovani precari delle aree metropolitane, lavoratori autonomi, studenti, a volte gli stessi già scesi in piazza con i movimenti.
Un discorso a parte sulla composizione delle proteste meriterebbe la situazione del Sud Italia, non tanto per il ruolo della criminalità organizzata (che come sappiamo non è un fenomeno solo meridionale), ma per altre evidenti differenze. Nelle principali aree metropolitane del Sud non vi sono al momento significative proteste, che si sviluppano invece solo nei piccoli centri del mezzogiorno, e spesso sono guidate da personaggi se possibile ancora più ambigui, capibastone dalla dubbia natura, in cui l’intreccio tra borghesia di paese, malaffare politico, clientele, criminalità organizzata e gruppi neofascisti si fa ancora più torbido e complesso.

In generale, la tendenza nella composizione è quella di ceti medi impoveriti dalla crisi che, anche nella forma più genuina e non infiltrata da segmenti fascisti o mafiosi, rappresentano comunque istanze conservatrici e corporativiste.

Ma è la composizione l'unico elemento di valutazione con cui guardare a dei movimenti? È sufficiente che ci sia un processo reale con “gente” in carne e ossa per decidere di sostenerlo? Non credo. Semplificando e provocando: anche il fascismo ha avuto nella sua storia una composizione sociale ricca di contraddizioni, e gli emarginati e le classi subalterne erano presenti anche in quelle fasi storiche. Non è solo la composizione di classe, ma l'utilizzo che si fa della coscienza di classe a determinare la qualità di un movimento politico o popolare. Si può fare una scelta di parte e schierarsi contro “il potere”, o essere interclassisti e quindi subordinati alle scelte delle classi dominanti.  Non è un caso che Grillo sostenga queste proteste e non altre, o che (al netto delle bufale circolate in queste ore) la polizia simpatizzi con queste proteste e reprima altre.

In Italia gli spazi politici e di dibattito pubblico sono estremamente stretti: Matteo cambiaverso Renzi occupa gran parte dello spazio politico del cambiamento e del rinnovamento, Grillo quello della contestazione sistemica, i forconi ambiscono – consapevolmente o meno – ad appropriarsi dello spazio politico della rabbia sociale. Se lo scenario dovesse assestarsi su questi equilibri, ben pochi spazi resterebbero per il conflitto sociale in questo Paese.

Liquidare ciò che si muove al di fuori dei canali tradizionali di movimento come “di destra”, in maniera superficiale, è sbagliato e controproducente, e l’attenzione per le lotte anche più contraddittorie va tenuta alta. Ma assecondare i forconi solo alla luce del rifiuto, pur giusto, della spocchia e dell’esigenza di affrontare con un intenso lavoro politico il tema dell’assenza di punti di riferimento per gli ultimi (e i penultimi), può essere un grave errore, altrettanto controproducente: non tutto quel che si muove andrà nella direzione da noi auspicata, anzi...
Scriveva Gustave Le Bon in Psicologia delle folle che “le folle sono un po’ come la sfinge dell’antico mito: bisogna saper risolvere gli enigmi che la loro psicologia ci pone, oppure rassegnarsi ad essere da esse divorati”.

Serve allora cogliere i segnali – solo apparentemente contraddittori – che vengono da queste proteste e in generale da questa fase politica: frantumazione delle forze organizzate della sinistra sociale e politica tradizionale, incapacità dei movimenti di dare reale continuità alla propria azione, domanda di partecipazione diffusa, assenza di luoghi di pensiero, azione e organizzazione collettiva, asprezza crescente delle condizioni economiche e sociali, sfiducia totale nelle istituzioni democratiche, disposizione mediamente diffusa a partecipare o comprendere forme radicali di protesta, assenza di proposte radicali di trasformazione della società da accompagnare a tali proteste.

Sulla base di tali segnali è necessario saper costruire frame comunicativi, proposta politica e terreni di lotta che rispondano all’esigenza di affrontare con un diverso piglio la crisi e contrastare il saccheggio. Non tutti i terreni di lotta sono uguali, non tutti i frame sono neutri. Se è vero che “mandiamo a casa la casta” occupa lo stesso spazio di “que se vayan todos” mutuato dall’Argentina da alcuni movimenti italiani, è anche vero che operano in direzioni diametralmente opposte. È necessario coniugare in un complesso equilibrio l’enorme questione democratica e la questione sociale. Quel che invece sta avvenendo da anni è che il frame della casta (costruito ad arte per favorire l’ascesa di Montezemolo e dei tecnici e poi sfuggito di mano ai suoi stessi creatori) si è sovrapposto a questa opzione, la questione democratica è stata banalizzata in un problema di sprechi e corruzione, la questione morale ridotta all’uso ignobile che si fa degli scontrini e delle diarie, e la questione sociale da saccheggio della finanza e spostamento di risorse dai più poveri ai più ricchi è divenuto un semplice furto da parte di una classe politica inadeguata e criminosa.  

Dinanzi ad una società corrotta le uniche due opzioni che emergono sono sempre le stesse: governo dei migliori e meritocrazia (sinonimo di società giusta che premia i migliori e lascia affossare gli altri), oppure guerra tra poveri e governo di pochi. Due facce della stessa medaglia.

Se il lavoro politico si fonda solo sulla rabbia e rifiuta la speranza, se si continua a lavorare sul terreno già arato e recintato da altri, difficilmente si riuscirà a invertire la tendenza e noi tutti resteremo schiacciati in uno scontro tra forze populiste e forze elitarie, entrambe portatrici di politiche antipopolari e antisociali. Serve invece costruire un’alternativa reale al mondo in cui viviamo, alla dittatura della finanza, all’ingiustizia sociale, alle disuguaglianze. Un’alternativa europea, contrapposta allo scivolamento nel nazionalismo protezionista, in grado di costruire una nuova democrazia radicale e lottare per la giustizia sociale.

A chi auspica che dal caos possa venire qualcosa di buono ricordiamo che “grande è la confusione sotto il cielo, per cui tutto è eccellente” vale solo nel momento in cui si hanno in mano rapporti di forza favorevoli e quando si può scegliere come indirizzare e guidare i processi reali, non quando si è costretti a decidere se provare o meno a cavalcarli o come evitare d’essere scavalcati. Ci attende un profondo lavoro politico, in basso, nelle periferie, tra gli ultimi e i penultimi, su noi stessi ovviamente, un impegno che sia lineare e costante e che ci porti a riaprire uno spazio che oggi appare nettamente chiuso. La spocchia liquidatoria è controproducente tanto quanto lo è il tentativo di cavalcare ogni tigre. Non esistono scorciatoie: serve lavoro politico, serve un dibattito vero e aperto, serve darsi da fare per mettere in relazione la rabbia e la speranza. Solo così sapremo riaprire lo spazio per un orizzonte di cambiamento reale.

Ultima modifica ilLunedì, 13 Gennaio 2014 10:50
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