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Il premio Strega e la sinistra: dove sono tutti?

Il premio Strega e la sinistra: dove sono tutti?

C'è stato un tempo in cui avevo tempo di leggere romanzi. Poi sono venuti la laurea, il lavoro, e soprattutto la lista Tsipras. Sì, quel movimento reale che ha svelato a una generazione di under trenta che è possibile superare uno sbarramento elettorale. Purtroppo, infatti, quello stesso movimento reale ha edotto un’altra generazione sull'esistenza di siti scrollabili, che danno l'illusione di poter scrivere documenti infiniti che allungano la vita di chi li scrive. Travolti da questo 4% carico di grafomania, da qualche mese i romanzi si impolverano sul mio comodino.

Eppure, in quel tempo lontano ero riuscito a leggere il libro che ha vinto qualche giorno fa il Premio Strega, Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo. Addirittura, ero riuscito a recensirlo con alcuni amici. Forse per questo, forse perché penso valga la pena, mi viene dunque da condividere due parole su un libro che, senza giri di parole, ho trovato inquietante e paradigmatico.

Non certo per discutere il premio, cosa che non mi compete né interessa. Del resto la prosa è gradevole, la scelta delle immagini sapiente ed efficace: è un libro che si fa leggere, non c'è che dire, e lo scrittore Francesco Piccolo è innegabilmente talentuoso, almeno quanto lo sceneggiatore. Piuttosto, la non-notizia di una vittoria per molti scontata offre l’occasione per delle riflessioni “politiche” a margine. Il libro difatti non può esser considerato puramente narrativo, essendo una sapiente commistione di ricordi e "fatti", narrati col punto di vista personale di un personaggio ma usati non come sfondo, ma come pilastri “oggettivi” per argomentare la tesi di fondo di Piccolo o del suo protagonista. Il libro si potrebbe definire quasi un Manifesto, quello di una generazione che non è quella di Renzi: una generazione che ci ha creduto ma ha fallito; che si pente di qualcosa senza rinunciare a sentirsi dalla parte del giusto. Una generazione che – e non si sa se Piccolo racconti o suggerisca – finisce per espiare tutto ciò non già cospargendosi il capo di cenere o lanciandosi in feroci analisi collettive della sconfitta, ma al contrario abbandonandosi alla leggerezza del nuovo corso (questa volta sì, proprio quello di Renzi). Espiazione che necessita di ostentazione e compiacimento, perché anche se abbiamo cambiato idea e verso, avevamo ragione ieri quando credevamo in Berlinguer e nell’Unione Sovietica e la abbiamo anche oggi che celebriamo Renzi e l’Unione Europea. Non si sa davvero se Piccolo parli o ascolti i suoi coetanei mentre il suo personaggio li esorta a rinnegare la pesantezza degli anni giovanili e della politica. Il futuro è infatti questo, l’emancipazione (rigorosamente individuale) è fatta di maniche di camicia e selfie, e questo non deve turbare perché diciamolo, è molto meglio di quelle riunioni infinite che ci hanno lasciato solo tristezza e tabagismo.

Una simile visione, se può esaltare i coetanei di Piccolo, inquieta profondamente molti di quelli che, pur facendo parte di una generazione di "sdraiati", post-ideologica e fancazzista, nell’impegnarsi nella politica e nella società hanno posto come prima esigenza quella di non far la partecipazione con i tempi della vita quotidiana. Pur senza aver raggiunto risultati definitivi (e la crisi di partecipazione che tocca noi per primi ne è la prova), ognuno di noi sente questo tema – soprattutto quando si scontra con le abitudini dei più “anziani” – e prova a risolverlo cambiando i luoghi e gli orari e le modalità delle riunioni. Anche se i nostri movimenti avranno prodotto cantautore in meno, e avranno cambiato meno radicalmente la società, forse ci avranno alienato un po' meno, ci avranno lasciato meno nostalgici e più consapevoli di non bastare a noi stessi – o almeno, ci avremo provato. L’alternarsi di onde e risacche ci ha insegnato forse a non tralasciare mai del tutto la vita cui, volenti o nolenti, siamo sempre costretti a tornare, al contrario di chi, dopo essersi sentito vent’anni a cazzo dritto, ancora deve riprendersi dalla più dolorosa delle culate. Piccolo colloca la sua nel 1984, alla morte di Berlinguer, ribadendo l’adesione al Partito Democratico (e risultando la versione alta e meglio riuscita del veltroniano Quando c’era Berlinguer), ma con qualche mese o anno di differenza lo stesso atteggiamento mentale sembra potersi applicare a persone appartenenti ad altri campi politici.

Il successo di Piccolo allo Strega, preso come prova del successo ottenuto dalla sua operazione anche in quel mondo culturale moderatamente di sinistra che, secondo alcuni “lungimiranti”, l'Altra Europa avrebbe egemonizzato, dovrebbe fornire qualche elemento di riflessione anche chi vive l’esperienza della Lista Tsipras. Penso a chi più o meno velatamente si compiace di aver ottenuto il grosso dei voti nei centri delle grandi città, tra le fasce sociali ed anagrafiche più istruite. Più che la "sinistra sinistra" infatti, qualcuno sembra lavorare ad una sorta di Partito d'Azione 2.0, o più semplicemente a un cenacolo della meglio intellighenzia del Paese. Un soggetto politico che faccia il pieno in quella esigua minoranza di italiani in grado di leggere, scrivere, e soprattutto firmare appelli; che rassicuri l’Italia migliore di essere abbastanza numerosa da entrare in parlamento, ma abbastanza poco da non rischiare di cambiare davvero i rapporti di forza.

La paradigmatica vittoria di Piccolo sembra dirci che non è affatto scontato che questa via – pure non esaltante – conduca a risultati minimi. Una parte rilevante di quel 4% rischia anzi di desiderare presto di essere come tutti. Ma la domanda forse più interessante è: cosa intendiamo con tutti? In assenza di una sinistra capace di ricomporre frammenti sociali sempre più separati, è proprio l’élite gaudente e compiaciuta a pretendere di incarnare l’unico tutti possibile – «compiendo l’identificazione di borghesia con umanità», diceva Pasolini. Per diventare davvero un’alternativa credibile, la Lista Tsipras dovrebbe ridefinire il tutti in cui vuole riconoscersi. È forse la somma del 12% di voti a Testaccio più il 3% di Tor Bella Monaca? O la sempre più ristretta platea di chi si legge tutti i nostri documenti e viene a Roma ogni settimana per una nuova “assemblea aperta”? Chi ci stiamo perdendo, dov’è, come ritrovarlo?

Ultima modifica ilLunedì, 07 Luglio 2014 18:42
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