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Debito, finanza, democrazia: domande e risposte sulla situazione greca

Debito, finanza, democrazia: domande e risposte sulla situazione greca

Come nasce la crisi greca?

 

La Grecia pre-crisi era il paradiso delle grandi banche ed istituzioni finanziarie. Con l’introduzione dell’euro e la contemporanea espansione sregolata dei mercati finanziari, le banche e i governi ellenici hanno iniziato ad attrarre capitali esteri e a indebitarsi senza controllo in un clima di profonda corruzione delle élite politiche e imprenditoriali, sulla scia della stessa grande euforia finanziaria che avrebbe portato alla crisi del 2007. Se da una parte il mercato comune e la moneta unica favorivano le esportazioni delle economie più forti dell'Unione (come la Germania), dall'altro le economie più deboli potevano attrarre dai primi maggiori prestiti e investimenti, diventando sempre più dipendenti dai capitali esteri: gli squilibri macroeconomici tra Paesi, dunque, anziché ridursi si accentuavano. In un contesto come quello greco - ma anche spagnolo - di corruzione dilagante e di crescita economica, i prestiti fruttavano un ritorno sicuro per le banche e, probabilmente, permettevano a manager e politici di arrotondare il già cospicuo stipendio. Le Olimpiadi ad Atene hanno rappresentato il caso più emblematico di questo meccanismo. La moneta unica contribuiva così a far girare masse sempre più grandi di denaro, rendendo il credito più accessibile e la propensione a indebitarsi più alta, mentre i rischi sempre maggiori sembravano sparire tra i mille rivoli dei mercati finanziari. Allo stesso tempo l'industria finanziaria veinva incontro agli Stati appena entrati nell'euro, come la Grecia (entrata nel 2001), offrendo mille sotterfugi per far quadrare i propri conti pubblici di fronte ai parametri di Maastricht, pur continuando a indebitarsi e a non tagliare drasticamente la spesa pubblica: facevano la loro comparsa in scena i mitici strumenti “derivati”, grazie a cui molti Stati si sono potuti finanziare senza dover renderne conti nei propri bilanci. Una mole crescente di debito veniva ammassata così sotto i tappeti delle banche centrali, mentre i grandi gruppi finanziari internazionali andavano ipotecando nei loro bilanci il futuro di intere nazioni. In un Paese in crescita veloce come la Grecia le opportunità di investimento erano tante, e i tassi di interesse, sebbene in calo, rimanevano sensibilmente più alti di quelli dei Paesi nordici, garantendo ai prestatori un maggiore rendimento. Le banche tedesche, per esempio, potevano prestare soldi alle loro omologhe greche ricavandone un interesse doppio o triplo rispetto a quello praticato nel proprio mercato domestico, con un rischio considerato allora analogo.

La crisi ha segnato la fine di questo schema: le bolle immobiliari e finanziarie, le banche si sono ritrovate in crisi di liquidità, i soldi hanno smesso di girare bloccando proprio quella crescita che garantiva prestiti e una  propensione al rischio così scellerati.

Di chi è la colpa della situazione greca?

 

La Grecia è stata messa in ginocchio da classi dirigenti corrotte, guidate dalle destre conservatrici e dai socialisti del PASOK (partito della famiglia del socialismo europeo di cui fa parte anche il PD) e dalla loro subalternità totale agli interessi della finanza internazionale.

Non si tratta quindi di un problema solo interno. Per uno che si indebita troppo, ce ne è necessariamente uno che troppo ha prestato. E a meno che i ben pagati dirigenti delle banche internazionali non siano così incapaci da prestare quantità enormi di denaro a un Paese indebitato e governato da politici corrotteè inaffidabili, il sospetto fondato è che lo abbiano fatto con la consapevolezza di non correre alcun rischio, confidando nell’intervento della BCE e degli altri Paesi Europei in sostegno a un debitore ‘troppo-importante-per-fallire’. Le grandi banche internazionali che avevano fino ad allora speculato sulla crescita greca, anziché trarre le conseguenze di un investimento sbagliato – quando non criminale – hanno tentato di salvare il salvabile prestando altri soldi al governo di Nuova Democrazia (il partito di centro-destra al governo della Grecia fino al 2008, e principale avversario di Syriza alle scorse elezioni), sperando di evitarne il fallimento. Contemporaneamente, Wall Street aiutava il governo greco atruccare i suoi conti pubblici. Sebbene il vero stato dei conti pubblici greci fosse un segreto di pulcinella, questo ha evitato alle istituzioni europee di dover intervenire pubblicamente, e ha permesso alle banche di iniziare la ritirata, sulle spalle dei piccoli investitori lasciati all’oscuro sul reale stato di cose.

Quando, dopo le elezioni del 2008, il nuovo governo di Papandreu denuncia la situazione, ancora una volta le banche fanno di tutto per non pagare i propri errori, richiedendo l’intervento delle istituzioni europee e delle casse pubbliche per attuare il salvataggio del sistema bancario greco. L’Unione Europea, invece di mediare tra il governo greco e i suoi creditori al fine di ottenere un giusto compromesso, capace di non mandare sul lastrico né la Grecia né le banche che vi avevano investito, si è caricata sulle proprie spalle una quota enorme del debito delle banche, imponendo in cambio misure durissime di austerità a tutta la società greca per garantirsi di ridurre questo debito e insieme far tornare il Paese ‘appetibile’ ai mercati internazionali.

Cos’è la Troika? Quali scelte ha imposto alla Grecia?

 

Troika è il nome con cui viene chiamato un organismo informale costituito da rappresentanti della Commissione europea, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale (FMI). Tale triade - fornendo alla Grecia i prestiti necessari a ripagare almeno parzialmente i debitori originari e gli interessi sul debito - ha di fatto accollato su di sè (e dunque ha scaricato sul bilancio pubblico e sui cittadini) il peso del debito greco, liberandone i privati detentori (in primis, le banche del resto d’Europa). In cambio, a “garanzia” del prestito, ha commissariato la Grecia imponendo privatizzazioni, tagli alla spesa pubblica, smantellamento del sistema sanitario nazionale e della pubblica istruzione, specialmente universitaria, licenziamenti di massa dal pubblico impiego. Misure che dovevano – a detta loro – far uscire la Grecia dalla crisi, e che invece l’hanno fatta sprofondare in una di dimensioni ancor più drammatiche: il salvataggio delle banche è avvenuto al costo di milioni di poveri, licenziamenti, con l’iimpossibilità per i disoccupati di accedere alle cure mediche, e contemporaneamente lo smantellamento di ogni sistema di welfare e assistenza. Undisastro .

A chi e cosa serve l’austerità? Che effetti ha provocato?

 

Per anni ci hanno detto che e politiche di austerità ci avrebbero consentito di uscire dalla crisi, rilanciando la crescita, riducendo il rapporto deficit/pil, rilanciando l’occupazione in cambio di qualche piccolo sacrificio da parte di tutti. Ad eccezione dei ricchi diventati a loro volta super ricchi tutti hanno fatto enormi sacrifici, ma la crisi si è acuita, la disoccupazione è aumentata, il debito è aumentato.

La conseguenza delle politiche fatte dai governi di destra e dai socialisti in Europa, in piena sintonia con  l'élite finanziaria, è sotto gli occhi di tutti e ammessa oramai anche dalla maggior parte degli economisti: i prestiti rischiosissimi fatti dalle banche europee e internazionali alla Grecia sono stati trasferiti sulle spalle dei cittadini, devastando il tessuto produttivo greco, riducendo all’osso i servizi pubblici, aumentando drasticamente la disoccupazione, affamando milioni di persone, mentre il debito greco è addirittura aumentato (arrivando adesso al 178% del rapporto debito/PIL, il livello più alto dell’eurozona). Questo per un motivo molto semplice: se il Pil crolla, anche una riduzione del debito non porta a una riduzione del rapporto debito/PIL, che viene utilizzato come indicatore della “sostenibilità” del debito.

La Troika ha di fatto sostituito un debito con un altro, ancora più gravoso: anche in caso di successo delle politiche di austerità, l’ammontare enorme del debito in rapporto alla piccola economia greca rendeva illusoria qualsiasi speranza in un suo pagamento, risultando al contrario in una zavorra insostenibile per il Paese (cosa che già diversi Stati nel board del FMIavevano denunciato).

A quanto ammonta il debito greco? Chi lo detiene?

 

Il debito pubblico greco ammonta in totale a 323 miliardi di euro, equivalente al 177% del Pil. Di questo devoto, come riportato da Sbilanciamoci, il 15% è detenuto dal settore privato, il 10% dal FMI e il 6% dalla Bce. Il grosso del debito – il 60% del totale, pari a 195 miliardi di euro – è in mano agli altri governi dell’Eurozona. Di questi 195 miliardi, 142 miliardi sono arrivati alla Grecia attraverso l’EFSF, il Fondo europeo di stabilità finanziaria (più comunemente noto come “Fondo salva-stati”); 53 miliardi sono invece il frutto di prestiti bilaterali ricevuti dagli altri stati membri. I paesi più esposti al debito greco sono la Germania (56 miliardi), la Francia (42 miliardi), l’Italia (37 miliardi), la Spagna (24 miliardi) e l’Olanda (11 miliardi).

In che percentuale questi aiuti sono andati al popolo greco?

 

I prestiti erogati dai paesi dell’Eurozona e dal FMI ammontano a ben 226,7 miliardi di euro (più o meno i due terzi del debito pubblico complessivo).

Ma al contrario di quel che si può pensare, la gran parte di questa cifra enorme non è andata ai greci, ma ai creditori della Grecia: dunque, alle banche e ai fondi di investimento privati. Solo l'11% dei prestiti è andato a finanziare le attività del Governo greco. Un altro 16% è andato a pagare gli interessi sul debito. Il 73% di queste risorse sono entrate in Grecia solo per qualche istante, per poi tornare nelle casse di chi aveva speculato sul futuro della Grecia. Non abbiamo aiutato i greci ad affrontare i propri problemi, ma i banchieri ad accrescere i propri profitti. Se poi si aggiunge che quel governo greco corrotto che riceveva gli aiuti veniva contemporaneamente “incoraggiato” per mezzo di tangenti a continuare ad acquistare armi, mantenendo una spesa militare in percentuale al Pil quasi doppia rispetto all’Euro-Zona, allora il quadro è completo.

I cittadini greci in via diretta, e quelli europei (dunque anche tedeschi) in via indiretta, si trovano quindi a pagare le conseguenze di investimenti assurdi fatti dalle banche e dai grandi fondi di investimento, che sono i veri responsabili della vicenda. Con i “nostri soldi” abbiamo fatto un favore alle banche europee e non ai greci. E se da qualcuno bisogna farsi ridare un po' di soldi, è alle banche e non ai greci che bisogna bussare.

Noi italiani siamo sempre più poveri. Possiamo permetterci di aiutare altri popoli?

 

L’Italia come in particolare tutto il sud Europa sta subendo da anni gli effetti durissimi della crisi. Disoccupazione, desertificazione industriale, povertà crescente. Siamo sulla stessa barca degli altri popoli vittime del saccheggio finanziario e non ha senso una guerra tra ultimi, penultimi e terzultimi. Siamo più poveri a causa delle politiche di austerità e dei dogmi neoliberisti applicati alla lettera dai governi che finora si sono succeduti. Sostenere la Grecia vuol dire mettere in difficoltà quel sistema economico che ci affama - compreso quello stesso debito che opprime noi italiani per primi.

Ci dicono che se la Grecia rinegozia il debito, noi come cittadini europei ci perderemo dei soldi, perché il debito è nei nostri confronti; ma il debito non è stato contratto tra noi cittadini europei e i cittadini greci, bensì tra i passati governi criminali greci e le banche internazionali. Non ci dicono che mantenere il debito alla Grecia in questi termini non servirebbe a niente, perché in queste condizioni l'economia greca non può crescere e quindi il debito non potrà mai essere ripagato. Sono proprio le riforme strutturali imposte dalla Troika e dai governi creditori ad aver reso e a rendere di fatto insostenibile il debito greco: paradossalmente, quindi, non rinegoziare drasticamente i termini di quel debito significa renderlo potenzialmente inestinguibile

Da un superamento sostanziale del vincolo che attanaglia la Grecia passa la speranza di una ripresa, greca come europea e dunque italiana: facendo il conto della serva, basterebbe valutare cosa è successo alle importazioni della Grecia dall’inizio della crisi: mentre si riducevano per effetto della crisi i volumi assoluti, diminuiva sia la quota destinata all’Italia, che in generale quella riservata ai Paesi Europei. Una Grecia libera dal debito e in grado di ripartire domanderebbe invece più beni anche a noi italiani, contribuendo a rompere politicamente e praticamente la cappa di austerità che sta distruggendo l’Europa e le nostre vite.

Per questo rinegoziare il debito della Grecia è assolutamente necessario per far uscire i greci da una spirale che gli attuali piani di austerità e di ripianamento del debito non faranno che ingigantire di fatto soffocando il diritto dei greci a una vita dignitosa, al soddisfacimento dei propri bisogni materiali e politici, come la democrazia.

Quali sono state le prime scelte del governo Greco?

 

I primi provvedimenti del governo Tsipras sono stati:

  • Aumento del salario minimo da 439 a 751€ lordi per i lavoratori
  • Stop alle privatizzazioni imposte dalla Troika tra cui la cessione del 67% del porto del Pireo
  • Ripristino della contrattazione collettiva e reintegro dei dipendenti pubblici il cui licenziamento è stato giudicato incostituzionale
  • Accesso al pronto soccorso anche per chi non ha un'assicurazione sanitaria
  • Elettricità gratuita per i 300.000 poveri a cui era stata tagliata
  • Riapertura della televisione di Stato

Si tratta dell’opposto delle politiche neoliberiste di questi anni. Un’alternativa concreta e vera alle chiacchiere di Renzi che finge di cambiare ma porta avanti le politiche neoliberiste di tutti gli altri.

Perché la Banca Centrale Europea annuncia la chiusura dei rubinetti alla Grecia?

 

Il 4 febbraio la BCE ha escluso i bond greci dai titoli che possono essere usati dalle banche come collaterale. Nella pratica, vuol dire che le banche greche non possono più chiedere denaro alla BCE fornendo come garanzia i titoli di stato del proprio governo, perché, dice la BCE, «al momento non è possibile presumere una conclusione positiva del processo di revisione del programma greco». Questo priva le banche del Paese di una importante, ma non decisiva, fonte di finanziamento. Infatti, nelle scorse settimane la stessa BCE ha fornito alle banche greche liquidità di emergenza tramite il cosiddetto Ela (Emergency Liquidity Assistance). L’atto è dunque prevalentemente politico: sebbene alcuni commentatori autorevoli, come l’economista premio Nobel Paul Krugman, ipotizzino che serva a mettere pressione alla Germania (anche per via dell’allarme che essa genera nei suoi interlocutori internazionali, come Obama), di sicuro rappresenta una minaccia concretissima di gettare la Grecia in una ulteriore, definitiva crisi bancaria. Una minaccia resa assai più concreta, come ha sottolineato Emiliano Brancaccio, dal precedente comportamento della BCE nei confronti di Cipro. I Greci hanno ben presente la brutalità con cui la BCE, da un giorno all’altro, chiuse i rubinetti per obbligare il Parlamento cipriota ad approvare un prelievo forzoso sui conti correnti - cosa che spinse persino i liberali dell’Economist ad esclamare: «Non c'è alcuna base morale per far pagare e tartassare le vedove cipriote e non toccare i grandi azionari delle banche e di tutti quelli che hanno investito in obbligazioni statali, come sembra sia successo in questo caso». Se l’impatto su Cipro è stato duro, nella Grecia vessata da anni di crisi economica e sociale durissima potrebbe tradursi in un’ecatombe sociale.

Qual è la sfida politica dello scontro in atto?

 

Per la Banca Centrale Europea, per la Merkel, per Renzi, per Hollande, non ci può essere alcun accordo sul debito se vengono fermate le riforme; per loro non può esserci alcun accordo se si esce dal solco del neoliberismo, se non si precarizza il lavoro, se non viene privatizzato tutto, se non si smantella il welfare. Il mini­stro delle finanze tede­sco Wol­fgang Schau­ble ha detto che "le ele­zioni in Grecia non cam­biano nulla".

Lo scontro quindi non riguarda solo il debito greco, ma la possibilità che in Europa ci sia una vera alternativa politica alle larghe intese che la governano; un'alternativa alla tirannide della finanza speculativa, un'alternativa alla crisi che ha portato il 24% degli europei a vivere a rischio povertà; un'alternativa che restituisca dignità e diritti a tutti noi; una alternativa di sinistra. La battaglia è prima di tutto una lotta per la democrazia.

Ultima modifica ilMercoledì, 18 Febbraio 2015 11:04
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