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Infanzia clandestina. Negli occhi di un adolescente gli anni bui del regime di Videla

Infanzia clandestina. Negli occhi di un adolescente gli anni bui del regime di Videla

Gli anni della dittatura del comandante in capo dell'esercito argentino Jorge Rafael Videla (1976-1981), contraddistinti dal fenomeno dei desaparecidos, ossia delle migliaia di oppositori fatti sparire per sempre, con tantissimi giovani gettati nell'Oceano Atlantico dopo torture e sevizie, sono già stati raccontati al cinema, tra gli altri, dal regista italo-cileno Marco Bechis, autore di Garage Olimpo e Figli/Hijos. Vanno inoltre menzionati Roman Polanski con Cronaca di una fuga e l'italiano Stefano Incerti, autore di Complici del silenzio. Benjamin Avila, però, regista esordiente e figlio di una desaparecida, ha scelto un inedito punto di vista, parlare di quegli anni attraverso gli occhi di un bambino: nasce così Infanzia clandestina, pellicola uscita due anni fa in Argentina e arrivata nelle sale italiane soltanto lo scorso 29 agosto. 

Il film racconta la storia di Juan, figlio di due montoneros (peronisti di sinistra) che scelgono la fuga a Cuba per poi rientrare clandestinamente in Argentina nel 1979 e intraprendere la lotta politica al regime di Videla. Il ragazzino, che rientrando in patria viene chiamato Ernesto Estrada in onore del Che, cresce tra riunioni politiche e canti di lotta intonati dalla madre. Juan/Ernesto viene invitato dai genitori e dallo zio a vivere in maniera normale, senza farsi troppo influenzare da quella che è la situazione familiare; a scuola conosce Marìa, la sorella di un suo compagno di classe, con la quale sboccia il primo, adolescenziale amore. Ha raccontato il regista in un'intervista rilasciata al settimanale Io Donna: “Al cinema siamo abituati a vedere storie che raccontano il periodo della dittatura come una fase in cui non c’era altro che paura, panico, pensieri di morte. Quella per l’Argentina, in realtà, è stata un’epoca di grande vitalità”. Avila sottolinea infatti come gli oppositori “non erano kamikaze, non cercavano il sacrificio. Far passare l’idea che credere in qualcosa porti con sé il rischio della morte è molto comodo. Credere dà felicità”.

Nel complesso, Infanzia clandestina è un film evocativo, che sorprende per alcune ricostruzioni di episodi dell'adolescenza di Juan/Ernesto, come il rifiuto dell'alzabandiera, perché il vessillo nazionale è visto come il simbolo principale della “guerra sporca”, o la fuga insieme a Marìa durante la breve gita scolastica, conclusasi col drammatico epilogo della notizia della morte dello zio Beto. Non è velleitaria nemmeno la scelta di affidare al fumetto gli episodi più cruenti dell'adolescenza del figlio dei montoneros, dalla sparatoria iniziale passando per la ricostruzione dell'omicidio dello zio e concludendo con il rapimento della madre, che sembra voler tracciare una linea di confine con i ricordi del passato. A indicare il profondo ripudio di quella dittatura, l'interrogatorio finale in un cui un funzionario del regime chiede a Juan le sue generalità e si sente rispondere che questi si chiama Ernesto Estrada e che suo padre è un commerciante di cioccolata.

Il film si conclude con l'affidamento dell'adolescente alla nonna, che in precedenza aveva avuto una brusca discussione con la figlia. Ciò che accadrà da quel momento in poi lo ha raccontato Benjamin Avila parlando della battaglia per riportare a casa i nietos, quei bambini strappati dalla dittature alle loro madri e le cui nonne, riunite nelle Abuelas de Plaza De Majo, hanno speso la propria vecchiaia per riportarli a casa; il fratello del regista è uno di loro, uno degli appena 108 nietos restituiti alle loro famiglie. Spiega Avila: “Nel film c’è un personaggio, quello della nonna, che è sopraffatto dal terrore. Vede sua figlia incamminarsi verso la morte, teme per suo nipote. Quella donna anziana e impaurita preferirebbe il silenzio, stare in disparte. Ma quella nonna, quando sua figlia verrà portata via, diventerà una delle abuelas de plaza de Majo, e lo farà con il coraggio e l’audacia di una leonessa”.

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