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Spagna, una crisi che viene da lontano

Spagna, una crisi che viene da lontano

Che cosa succede in Spagna? Da giorni giungono resoconti di un paese in un stato confusionale. Si manifesta per il lavoro, si rivendica l'indipendenza, si viene picchiati per esprimere la propria opinione. Il sangue colante dai corpi in lotta di Madrid dice molto di più di ogni cronaca. La Spagna vive i suoi giorni più agitati dal 1981, da quel tentativo di colpo di stato il cui fallimento è stato acclamato come simbolo della salute delle istituzioni. 30 anni dopo la Spagna è un paese allo stremo, dove si amalgano assieme le illusioni del passato, gli errori della classe politica e rancori mai sopiti.

Decine di migliaia circondano il Parlamento dopo essere stati amabilmente tacciati di “nazisti” da politici e mezzi di informazione. Davanti a loro 1400 agenti carichi come cani rabbiosi si scatenano mandandone all'ospedale a decine, sparando all'impazzata dentro la stazione, picchiando passanti. Nel mezzo della caccia all'uomo sbuca l'eroe: la foto del cameriere che da solo impedisce agli agenti di entrare nel proprio bar proteggendo i manifestanti in fuga è l'immagine della giornata, il simbolo di un'umanità semplice di cui sembra di avere disperato bisogno.

Pochi giorni prima, a Barcellona, 1 milione e mezzo di persone chiedono a gran voce l'indipendenza della Catalogna. Una manifestazione di 1 milione e mezzo di catalani vale quanto una di 16 milioni a Roma: una scena mai vista prima. Nella protesta si uniscono realtà opposte tra loro: il governo catalano – che ha amabilmente tagliato come pochi su sanità e scuole e che ha votato la politica economica dell'esecutivo spagnolo – e i movimenti indignati che invocano “indipendenza e socialismo”. La demagogia prende piede tra le legittime rivendicazioni catalane: il Presidente Artur Mas fa dimenticare i tagli vive una fase di adorazione. “Dalla crisi usciremo con l'indipendenza” dicono in molti.

Intanto il Paese Basco vive la sua ribellione sia in piazza che nelle urne: oggi lo sciopero generale, a ottobre le elezioni. Si attende un clamoroso successo di EH Bildu, la lista che eredita il patrimonio politico dell'ETA e che invoca l'autodeterminazione. I popolari, che hanno fatto di tutto per impedire la candidatura della sinistra aberzale, guardano con sconcerto l'avanzata elettorale di un movimento messo alle corde dagli arresti e dalle sentenze della magistratura.

Crisi sociale, crisi economica, crisi nazionale: la Spagna vive la sua “tempesta perfetta”. Tutti i conti che la Spagna pensava di aver chiuso con mosse furbette riemergono oggi con interessi pensantissimi. La Spagna costruita nella Transizione – quel periodo tra la morte di Francisco Franco e le prime elezioni democratiche – si contrae per le sue contraddizioni: lo scontro tra Barcellona e Madrid, la crescita finta a botte di edilizia e finanza degli anni '90 e 2000, il terribile e sottovalutato “deficit sociale” denunciato più volte da Vincenç Navarro e che vede il paese ancora in fondo nelle classifiche OCSE per spesa per scuola e sanità. In tutto ciò, a peggiorare la situazione, vi è il controllo politico della destra, che ha costruito queste stesse contraddizioni e che oggi controlla il dissenso con un discorso demagogico e paternalista da un lato, e con una repressione violenta dei movimenti sociali dall'altro. Proprio Vincenç Navarro – un intellettuale tra i più lucidi e anticonformisti – ha nei giorni scorsi suggerito la proposta di una Seconda Transizione, di una fase in cui si superi l'attuale assetto costituzionale riconoscendo il carattere plurinazionale della Spagna e superando l'impianto conservatore post-franchista.

Quella Costituzione, così come in Italia, vive di un “culto” quasi indiscutibile. La destra ne fa la bandiera della stabilità rappresentata dal Re e dal sistema bipartitico, la sinistra come simbolo della nuova Spagna democratica. Curiosamente, giorni fa è morto Santiago Carillo, segretario del Partito Comunista Spagnolo nel 1978. Carillo,per quella Costituzione, accettò tutto: la monarchia, l'indebolimento dei sindacati, l'oblio della memoria di 40 anni di dittatura. La crisi spagnola di oggi parte anche da lì, dalla resa delle sinistre che con realismo “togliattiano” credevano di costruire istituzioni nuove e democratiche e che invece rinunciarono a superare per davvero le eredità del franchismo. 

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