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Oggi gionata mondiale contro l'infibulazione

Oggi gionata mondiale contro l'infibulazione

Oggi è la giornata mondiale contro l'infibulazione e le mutilazioni genitali femminili.

L'infibulazione è una ferita aperta per sempre, nel corpo e nel cervello, di troppe donne nel mondo. Questa atroce pratica comporta la rimozione totale o anche solo parziale dei genitali femminili. E la menomazione dell'identità morale femminile. Una tragedia di origine africana che, secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, colpisce 130 milioni di donne nel mondo, e le condanna a una vita di sofferenze e di rischi.

Un terzo delle bambine muore per conseguenze legate all'intervento, più spesso condotto senza gli strumenti e le condizioni igienico-sanitarie adeguate.

Una tavola grezza al posto del tavolo operatorio, una lametta arrugginita o un coltello affilato per compiere il rito d'iniziazione, un spago di fortuna al posto del filo di sutura per ricucire, e sempre una vecchia donna a eseguire il rito macabro. Sono questi i protagonisti di una pratica che ogni anno miete due milioni di nuove vittime. La bambina piange, si dimena, grida, e dopo mezz'ora di tortura diventa "pura". Ed è facile immaginare a quale prezzo: emorragie, infezioni (tra cui anche aids), infiammazioni urinarie, rapporti sessuali dolorosi, cisti e fibromi. Questo quando la donna resta in vita...

Ma qual è il significato di una simile barbarie? Innanzitutto è bene precisare una volta di più che l'infibulazione non è, come molti credono, una pratica legata all'Islam. È una tradizione tristemente diffusa tra popoli africani diversissimi per culture e religioni, una sorta di "sigillo d'onore" per molte donne subsahariane.

Un rito che dovrebbe risalire addirittura all'antico Egitto dei Faraoni. E che ancora oggi non ha una giustificazione unica per tutti i paesi in cui strazia le giovani donne: preservare la verginità, proteggere la donna dagli stupri, perfezionarne la femminilità, in una parola purificarla. Anche l'età in cui il tragico momento arriva varia da tradizione a tradizione: dai primi mesi di vita all'adolescenza. Un dato che alcuni vorrebbero persino estetico in quanto una donna infibulata ha le grandi labbra chiuse e quindi è “piatta”. Spesso le donne o le ragazze non infibulate vengono considerate all'interno della propria comunità alla stregua delle prostitute.

In Italia vivono circa 38mila donne infibulate o escisse e 20mila bambine "a rischio" in quanto appartenenti a comunità in cui vengono praticate tali mutilazioni. Negli anni novanta sono arrivate in Italia molte donne da paesi (Egitto, Somalia, Etiopia, Eritrea) in cui 1'infibulazione è la norma. Medici e ostetriche si trovano così di fronte a una nuova realtà. Molte donne chiedono al medico che le ha deinfibulate per farle partorire, di essere richiuse, come impone la tradizione del loro paese d'origine. In altri casi, ci si rivolge alle strutture sanitarie per riparare i danni dell'infibulazione. È questo il caso delle bambine adottate in Italia da piccole ma che avevano già subito l'infibulazione.

In Italia, pur non essendoci una legislazione specifica, la pratica è implicitamente vietata (lesioni gravi, punite penalmente), ma il problema è soprattutto di carattere culturale. Per una donna legata alla propria comunità d'origine non essere ricucita dopo il parto è un marchio di vergogna, anche se vive a Roma o a Milano. Si tratta, dunque, di preparare i medici italiani a situazioni del genere, tenendo comunque ben presente che, nel rispetto delle diverse culture, vanno comunque salvaguardati i diritti fondamentali della persona. Un conto è, infatti, il chador, un altro è una mutilazione permanente.


Dall'Africa parte la lotta delle donne contro questa pratica. Tentano di opporsi a questa antichissima tradizione che non è richiesta da alcuna religione, ma comporta dolori, infezioni e malattie croniche, mette a rischio gravidanza e parto, può condurre alla morte della madre o del bambino o anche alla sterilità. I paesi dove vengono praticate il 75 per cento di tutte le infibulazioni sono Egitto, Etiopia, Kenya, Nigeria, Somalia e Sudan. E in paesi come la Somalia e il Djibouti il 98 per cento delle bambine subisce la mutilazione.

 Se esiste davvero un "rischio infibulazione" in Italia si puà desumere soltanto da un'analisi dei dati statistici sulla presenza nel nostro paese di donne provenienti dai paesi dove le mutilazioni sono praticate.

I dati che abbiamo elaborato provengono dal ministero dell'Interno e indicano il numero di immigrate africane presenti in Italia nel 1997. Non vengono qui presi in esame tutti i paesi africani, ma ovviamente solo quelli dove viene praticata una qualche forma di mutilazione sessuale. In particolare: Burkina Faso, Camerun, Costa d'Avorio, Eritrea, Etiopia, Gambia, Guinea, Ghana, Kenya, Mauritania, Nigeria, Repubblica Araba Unita, Repubblica Centro Africana, Senegal, Somalia e Sudan. Si tratta inoltre soltanto delle immigrate con regolare permesso di soggiorno: è molto probabile dunque che le cifre sarebbero più elevate se si potesse conteggiare anche coloro che vivono in Italia clandestinamente.


Il numero di donne è suddiviso in quattro fasce d'età (0-8 anni, 8-14, 14-40, oltre 40), per paese di provenienza e per provincia italiana di residenza. Le prime due fasce di età permettono di individuare le "bambine a rischio", cioè quelle che, nel proprio paese d'origine, sono nell'età in cui vengono praticate le mutilazioni. 
In totale erano presenti in Italia nel 1997 39.319 donne provenienti da questi sedici paesi, di queste 217 della prima fascia d'età e 250 della seconda.
Somalia, Nigeria, Ghana, Etiopia, Repubblica Araba Unita e Costa d'Avorio sono nell'ordine i paesi da cui proviene la maggioranza delle immigrate. 

Per saperne di più vai al sito web:
www.unimondo.org


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