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L’accordo tra Fatah e Hamas e le prospettive di pace in Palestina

  • Scritto da  Alessandro Martines
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palestinLa Primavera Araba sta avendo, tra i tanti, il merito di consolidare un’area che, per la prima volta, potrebbe risultare non solo religiosamente, ma anche politicamente omogenea, e quindi in grado di rinegoziare, non più in stato di sistematica subordinazione, le condizioni della governance dell’intera area.

A tal riguardo, sembra se ne siano accorte anche le due storiche formazioni politiche palestinesi, Al Fatah, la “creatura” del grande leader palestinese Yasser Arafat, e Hamas, complessa organizzazione politica, popolarissima nella striscia di Gaza e tradizionalmente osteggiata dall’Occidente, su esplicita richiesta israeliana.

Dopo anni di tensione e una guerra civile che, tra la fine del 2006 e il 2007 ha portato a centinaia di morti da entrambe le parti, sembra sia arrivato il momento di una, si spera stabile, tregua. Nella giornata di Lunedì, infatti, il presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen, e il leader di Hamas, Khaled Mehshaal, hanno raggiunto, a Doha, in Qatar, un accordo, che prevede la formazione di un governo tecnico, guidato dallo stesso Abu Mazen, che traghetti il popolo palestinese verso le elezioni politiche, previste per il mese di Maggio.
Questo importante risultato, rappresenta la tappa di un percorso più ampio, iniziato nella scorsa primavera, con il cosiddetto “Accordo di riconciliazione”, siglato, non a caso, a Il Cairo lo scorso 27 aprile. Aldilà della finalità contingente dell’accordo di Doha, un ritrovato clima di dialogo tra le due organizzazioni politiche rappresenta un dato politico di estrema importanza, nella direzione del rafforzamento delle rivendicazioni politiche palestinesi, all’interno della Comunità internazionale.

E’ evidente, infatti, che Hamas e Fatah, per quanto diversissime tra di loro, si trovino, ad oggi, in una condizione particolare, che consiste nel trarre legittimazione e credibilità dal dialogo dell’una con l’altra. Sotto molteplici punti di visti.

Il movimento di Mehshaal è, come detto, molto radicato nella Striscia di Gaza, mentre Fatah è ancora decisamente maggioritario nell’altro territorio sottoposto all’Autorità Nazionale Palestinese, la Cisgiordania. Hamas dimostra, da anni, di godere di maggiore consenso popolare, ma la formazione di Abu Mazen sembra ancora in grado di muoversi in maniera decisamente più agevole nella diplomazia internazionale, in virtù di un’innegabile high profile riconosciuto allo stesso Abu Mazen e, ancor prima, al suo padre nobile, Arafat.

Se a Fatah, inoltre, i palestinesi rimproverano una eccessiva “morbidezza” nei confronti di Israele ed Occidente, l’integralismo di alcuni esponenti di Hamas spaventa, a volte, anche la propria base elettorale.

Quello che è certo è che, anche e soprattutto in virtù dell’enorme consenso che sta riscuotendo l’islam politico all’interno dei popoli arabi, Hamas sembra aver preso, definitivamente le distanze dalla galassia della jihad islamica e avviato un processo di superamento della resistenza armata a favore di una diversa forma di resistenza politica.

A questo punto se anche Fatah dimostrerà di essere in grado di “mantenere la barra dritta”, resistendo alle tentazioni, che potrebbero provenire da Israele e dagli Usa, di relegare Hamas in una posizione di pericoloso isolamento, le legittime rivendicazioni palestinesi non potranno, ancora a lungo, rimanere inascoltate e forse, l’obbiettivo comune potrà essere raggiunto. Uno Stato palestinese libero, sovrano e indipendente.

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