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Benjamin Netanyahu rivince le elezioni contro ogni previsione

La paura vince le elezioni israeliane e riconsegna il paese a "Bibi"

  • Scritto da  Enrico Campelli
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La paura vince le elezioni israeliane e riconsegna il paese a "Bibi"

Cosa dire? Un risveglio amaro per chi riponeva le proprie speranze nel fatto che Israele potesse votare un reale cambiamento, scegliendo una direzione nuova per l’economia e le relazioni con i Palestinesi.
Negli ultimi mesi il fronte delle opposizioni alle politiche di centro-destra del premier uscente israeliano Benjamin Netanyahu è cresciuto in maniera costante, fino ad illudere buona parte degli analisti che fosse giunto il capolinea per il falco israeliano, e che fosse arrivato finalmente il momento per Israele di ritornare alle sue origini socialiste.

Ieri mattina invece, la delusione: un risultato, certamente netto, che vede il Likud di “Bibi” Netanyahu ottenere 30 seggi nella Knesset, il parlamento monocamerale israeliano, e che tuttavia non sembra essere del tutto sconvolgente: sebbene infatti i sondaggi vedessero (erroneamente) come favorito il Machanè Hatzionì (Il “Campo Sionista”), partito di centro-sinistra guidato da “Buji” Herzog, le chances di quest’ultimo di formare una coalizione di governo, sono sempre apparse scarse a chiunque osservi da vicino la realtà politica del paese.
Sebbene, all’indomani del voto, sia appena iniziata la complessa fase di consultazioni guidata dal Presidente Rivlin ed il gioco delle alleanze diventi adesso decisivo, quello che si prospetta è un governo decisamente più a destra del fragile esecutivo precedente.

L’ unica possibilità forse per la creazione di un governo di larghe intese è che Moshe Kahlon, ex ministro del Likud e ora fortunato leader di un partito indipendente, resista alle tentazioni e rifiuti di entrare nella maggioranza, ipotesi, questa, decisamente remota.
Qualche dato però è analizzabile da subito: in primo luogo il voto di martedì ci segnala come la maggioranza degli israeliani veda ancora in Bibi una figura forte, capace di gestire con mano decisa i temi della sicurezza e del conflitto, e come tali temi rappresentino ancora il centro focale delle elezioni, molto più dei temi economici e sociali, su cui Herzog aveva puntato con forza.
Bibi stesso ha improntato tutta la sua campagna su le tematiche securitarie (il suo spot elettorale lo ritraeva come un “Bibi-sitter”, unico in grado di controllare quei bambini dei suoi avversari), riuscendo a gestire in maniera perentoria la vena emotiva sollevata dai tragici attentati recenti di matrice terrorista e antisemita.
In secondo luogo, le (tragiche) elezioni appena trascorse vedono una situazione partitica insolita per il variopinto scenario politico israeliano: i partiti minori calano, tutti.
Meretz, storico partito di sinistra sociale, ottiene solo 4 mandati; Habayt Hayehudi invece, il partito di destra nazional religioso guidato da Naftali Bennet, scende da 12 ad 8 mandati.
Destini simili anche per il partito sefardita religioso Shas, il cui risultato è condizionato inevitabilmente da una sua scissione interna, e per Israel Beitenu, ex alleato di Netanyahu, che arriva solo a 6 seggi.
Infine, quella che è forse la vera novità delle elezioni appena trascorse: l’affermazione della “Lista Congiunta” Araba, unione di partiti arabi e misti (Hadash ad esempio, partito composto da arabi ed ebrei), che diventa il terzo partito nazionale con 14 seggi. Per la prima volta quindi, dopo molti anni in cui la frammentazione politica araba condannava all’ insignificanza i vari micro-partiti arabi e arabo-israeliani, un simile aggregato politico giocherà un ruolo cruciale nella vita politica di Israele, divenendo certamente l’elemento più innovativo di una tornata elettorale che altrimenti odora di stantio.
L’inaspettato risultato del Likud trova quindi le sue ragioni nel calo degli altri partiti della destra israeliana (soprattutto Habayt Hayehudi e Israel Beitenu), che pagano il prezzo degli affondi durissimi, anche durante la giornata di voto, di un Netanyahu deciso ad aumentare i suoi seggi attirando a sé gli elettori delle destre del paese, ricorrendo in extremis anche toni e a contenuti tutt’altro che velati.
Sebbene sia impossibile prevedere il futuro, soprattutto quando si parla di politica mediorientale, possiamo con ragionevole certezza affermare che il prossimo futuro israeliano sarà fatto da un governo fortemente nazionalista e religioso, per la buona pace dei moltissimi israeliani che sperano, credono, votano e combattono per un futuro fatto di pace, uguaglianza e sicurezza.
Un governo, siamo certi, che non avrà il compromesso con Al Fatah, lo sgombero degli insediamenti della Cisgiordania e una pace vera e duratura con i palestinesi tra i suoi punti centrali.
Martedì in Israele ha vinto la paura; la paura di modificare lo status quo e del terrorismo, la paura di uscire dall’isolamento internazionale e dell’antisemitismo, la paura di vedere i propri errori e di provare a cambiarli.
Uno scenario, questo, che lascia poco spazio alla speranza e all’ottimismo, ma che non può e non deve essere un freno per chi vuole ed esige un futuro migliore.

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