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Se questo è un rifugiato

  • Scritto da  Sara Manisera
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Se questo è un rifugiato

Quando l’ho incontrato la prima volta indossava una fresca camicia a righe di colore azzurro, un paio di pantaloni eleganti e delle scarpe sportive. Aveva un sorriso radioso, il viso ancora puerile e un profumo delicato. Niente di diverso rispetto a qualsiasi altro ragazzo beirutino o milanese. E quindi qual è la notizia? Non c’è nessuna notizia, né numeri, né dati. C’è un amico.

Un amico che ieri mi ha mandato un messaggio di gioia, «I’m alive». Zaher non ha fatto nessun incidente, né ha subito un’operazione. Ha tentato solo di viaggiare, di spostarsi, di migrare, di andare via. Come l’ho fatto io, dall’Italia al Libano. Solo che lui voleva farlo dal Libano all’Europa; per farlo ha dovuto mettersi su una barca, di notte, pagando centinaia di dollari, molto più di un biglietto aereo con una compagnia di linea in prima classe. Molto più di un biglietto acquistato da un altro amico per andare in Australia. Anche Zaher è un amico ma lui per cambiare paese ha dovuto rischiare la vita.

Zaher è un amico che studiava architettura all’università di Damasco e che viveva nel campo palestinese di Yarmuk alle porte dello Sham, la regione di Levante dominata per secoli dalla città definita la perla dell’Oriente, Dimashq, appunto. Un ragazzo che usciva la sera, si divertiva con gli amici e aspettava l’alba chiacchierando con il suo amico Ahmed.

Un ragazzo costretto a fuggire da casa sua, prima ancora che dalla guerra, -come tutti sono soliti ripetere - perché, prima di fuggire dalla distruzione, tu stai abbandonando casa, la tua casa.

Io Zaher l’ho conosciuto in un campo profughi, non quelli fatti di tende con il simbolo blu dell’UNHCR e la terra battuta. L’ho incontrato in un campo permanente alle porte di Beirut, che dal 1948 accoglie palestinesi in fuga dalla terra dei Filistei (in arabo Filastin, Palestina) e che il nome fa rabbrividire: Shatila.

Un posto che solo per l’odore ti verrebbe voglia di scappare. C’è un miasma di spazzatura, di fogna, di acque stagnanti. Un campo in cui vivono palestinesi di prima, di seconda e di terza generazione, impossibilitati ad avere una vita normale perché di fatto, per il Libano non esistono. Meglio dimenticare e dimenticarli. E a quella disperazione si aggiunge quella dei siriani palestinesi e dei siriani che a loro volta si sono riversati in quel campo.

Ecco, lì ho capito perché Zaher indossava una fresca camicia a righe di colore azzurro e un paio di pantaloni eleganti: per mantenere la dignità e restare umano. Anche in quei luoghi abominevoli, come lo sono i ghetti, tutti i ghetti. Se questo è un uomo scriveva Primo Levi. Zaher è un uomo, un uomo che ha lavorato per tre anni con una Ong palestinese, risparmiando i soldi necessari per lasciare quel luogo. Un uomo che è tornato in Siria a riprendere la sua mamma e la sua famiglia e che ha pagato altri uomini per attraversare il mare da Mersin a Lesbo, dalla Turchia alla Grecia, rischiando  la vita. Gli uomini non siamo noi invece, perché permettiamo che le merci si spostino da una parte all’altra del mondo ma allo stesso tempo ergiamo muri, lasciamo altri fratelli e sorelle attraversare mari e, come scriveva il prete di strada di Barbiana, «dividiamo il mondo in italiani e stranieri».

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