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L'Isis contrattacca: 170 morti tra Beirut e Parigi in 24 ore

  • Scritto da  Sara Manisera
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L'Isis contrattacca: 170 morti tra Beirut e Parigi in 24 ore

Mentre i leader del mondo siedono al tavolo dei negoziati a Vienna per discutere del futuro della Siria, a Beirut un doppio attacco terroristico causa la morte di 44 persone e ne ferisce più di 200, e poche ore dopo sette attentati sconvolgono Parigi. In totale i morti sono più di 170, i feriti almeno 400.

Era dalla fine della guerra civile, nel 1990, che non si verificava un attentato così sanguinario in Libano, con un alto numero di morti. L’attacco è avvenuto in un quartiere meridionale a maggioranza sciita della capitale libanese, tra il campo profughi palestinese di Burj al-Barajneh e Dahiye, uno dei distretti più poveri di Beirut e roccaforte di Hezbollah.  

Poche ore dopo l’attentato, dai social media, lo Stato Islamico ha rivendicato l’attacco affermando che 40 radideen - un termine dispregiativo per indicare i musulmani sciiti - erano stati uccisi in un’operazione di sicurezza.

Un attacco politico che proviene dall’interno: gli attentatori, due di origine palestinese e uno siriano, vivevano nel quartiere. E un attacco che avviene in un momento cruciale per le sorti della guerra siriana: il «partito di Dio» (Hezbollah, ndr), infatti, combatte a fianco del regime di Bashar al Assad insieme alle forze iraniane da quattro anni.

Da una parte l’intento dell’Isis è quello di indebolire Hezbollah, ricordandogli che il suo coinvolgimento in Siria ha un prezzo da pagare, che Hezbollah potrebbe evitare solo ritirandosi dal fronte siriano. Cosa che non succederà fino a quando l’Iran non otterrà ciò che vuole, ovvero un corridoio che colleghi la costa della Siria Alawita con i confini libanesi.

D’altra parte però lo Stato Islamico sta ricordando ai potenti seduti nei negoziati a Vienna che la guerra è l’unica opzione, e che nessuna concessione fatta all’Iran e ad Hezbollah nella regione è tollerabile. L’attentato rivendicato da Isis ha dimostrato agli sciiti e a tutto il Libano che, nonostante le imponenti misure di sicurezza presenti nei quartieri meridionali di Beirut, Hezbollah non può proteggerli. Inoltre l’Isis sa bene che questi attentati acuiranno le tensioni tra sciiti e sunniti in un vizioso circolo di violenza crescente: Hezbollah cercherà di reclutare sempre più uomini arrabbiati e desiderosi di vendetta e lo stesso farà Isis, tra la popolazione sunnita libanese, in un contesto politico di profonda fragilità e di frattura su base settaria e confessionale. Il tutto in un Libano privo di un presidente della Repubblica da diciassette mesi e politicamente diviso in due alleanze, l’8 e il 14 di marzo, spaccate proprio sulla questione siriana.

Quasi al contempo, mentre il Libano piange i suoi morti, una serie di attentati sconvolge Parigi e l’Europa intera a poco più di ventiquattr'ore di distanza dagli scoppi in Medio Oriente. Il fumo si alza contemporaneamente in sette punti diversi nella capitale francese, aggiungendo 128 morti e 200 feriti alla conta dei caduti per mano dei terroristi del sedicente stato islamico.

Il messaggio è sempre più chiaro: la guerra deve continuare. L’Isis non vuole la pace, e i negoziati a Vienna sul futuro della Siria devono prendere un’altra piega. L'Isis attacca nel Kurdistan (uccidendo musulmani), in Libano (uccidendo musulmani), in Iraq (uccidendo musulmani), in Libia (uccidendo musulmani), in Tunisia (uccidendo musulmani), in Libano e a Parigi, e la violenza continuerà, in Iraq, in Siria, in Libano e sì, forse anche in Europa.

La sfida vera arriva adesso: accettare il ricatto e lasciare che questi attentati fomentino un sentimento di odio e di reciproco sospetto, che ha portato già alla proclamazione dello stato d’emergenza e alla chiusura delle frontiere, oppure comprendere che tra il Libano e la Francia non ci sono vittime di serie A e di serie B. Che siamo tutti vittime di un terrorismo internazionale, figlio di grandi interessi globali, voluto da qualcuno che ci vuole spaventati e docili mentre ci piega dove vuole senza mostrare il suo volto.

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