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Elezioni, attentati, COP21: la strana settimana della Francia

Elezioni, attentati, COP21: la strana settimana della Francia

Mentre gli U2 salivano sul palco del palasport di Bercy, a Parigi, venivano diffusi i risultati provvisori del primo turno delle elezioni regionali. Le due Le Pen oltre il 40% nelle due regioni dove sono candidate alla presidenza. Chiudo Twitter per concentrarmi sullo spettacolo del gruppo irlandese, dopo quarant’anni, gli U2 sono sempre gli U2. Le prime elezioni dopo il 13 Novembre, il primo grande evento pubblico dopo il 13 Novembre. Una cerniera in questo momento in cui la Francia sembra voler voltare pagina, ma in realtà rischia di fare un enorme salto nel vuoto.

È una strana settimana per la Francia, in cui s’intrecciano tanti eventi uniti da un filo rosso che racconta molto dei tempi che stiamo vivendo. Una settimana che si concluderà domenica 13, a un mese esatto dagli attacchi terroristici. I luoghi degli attentati sono ancora coperti di mazzi di fiori e di candele, moltissime persone si fermano, leggono i cartelli, lasciano un ricordo. È la settimana tra il primo e il secondo turno delle elezioni, ma anche quella del vertice sul clima.

Su entrambi questi avvenimenti incombe l’ombra degli attentati. L’aspetto più evidente di questo legame sono le imponenti misure di sicurezza a protezione dei leader mondiali venuti per la COP21, che hanno portato fino all’applicazione del divieto di manifestare previsto dallo stato d’emergenza. Il successo del Front National è evidente, con oltre sei milioni di voti, pari al 28% dei votanti, chiaro se confrontato con le precedenti regionali del 2010, anche se meno netto rispetto alle presidenziali di tre anni fa, quando i voti lepenisti erano stati di più in termini assoluti. L'equazione, sostenuta da molti commentatori, tra attentati e esito delle elezioni risulta però un po' affrettata.

Sono da considerare altri aspetti, sebbene appaiano più in filigrana di fronte a quanto sta succedendo in Francia in questi giorni: per primo il tema delle disuguaglianze. Il dato politico forte emerso dai negoziati nell’ambito della COP21 è il rifiuto da parte delle grandi potenze emergenti di conteggiare nelle loro quote di emissioni quelle derivanti dalle delocalizzazioni delle industrie dei paesi europei e degli Stati Uniti. Questa posizione è dirompente, perché collega la questione ambientale a quella dello sviluppo economico capitalista, rifiutando il postulato secondo il quale dalla crisi ambientale si possa uscire attraverso il ricorso a strumenti di mercato. Senza un cambiamento del modello economico, non ci sarà soluzione della questione ambientale. Anzi, se non si parte dall’aspetto economico, ci dicono questi Paesi, qualunque soluzione ambientale che li penalizzerà darà un ulteriore vantaggio competitivo ai Paesi europei e agli Stati Uniti. È troppo facile impegnarsi a non inquinare quando le principali fonti dell’inquinamento sono state delocalizzate in Paesi che hanno bisogno di fare un grande sforzo verso lo sviluppo sostenibile.

Allo stesso modo, la frattura sociale all’interno della società francese, viene invece identificata come una delle cause profonde che hanno permesso il verificarsi degli attentati di Gennaio e del 13 Novembre. Se, sicuramente, delle considerazioni geopolitiche relative al ruolo della Francia in Africa e in Medioriente non devono passare in secondo piano, questa tesi è però rilevante, anche se forse in maniera più complessa di quanto potrebbe sembrare in apparenza.

Sono stato a Saint-Denis. Non avevo mai visitato la cattedrale, e ho deciso di farlo in questa strana settimana. Saint-Denis è certamente la periferia di Parigi, ma non è un luogo desolato. C’è un’università, dove molti miei amici hanno studiato, avamposto della riflessione critica e di sinistra. Ci si arriva in metro dal centro di Parigi, ma anche con un tram che la collega alle altre ben più grigie periferie dei palazzoni di Bobigny e della Courneuve. Ha una strada commerciale, dove si può vedere la finestra annerita del covo dei terroristi al quale le forze speciali francesi hanno dato l’assalto, che non è certo gli Champs-Elysées, ma sulla quale si susseguono alcuni negozi di grandi catene. Il centro di Saint-Denis sembra quello di una cittadina del Nord Europa, del Belgio, dei Paesi Bassi: tristanzuolo, anonimo, ma non disperato.

Non è una periferia in cui il senso di esclusione cresce, come potrebbe succedere nelle periferie italiane, per la mancanza di collegamenti con il centro, l’assenza di servizi, il degrado. Le ragioni sono molto più profonde. Guardiamo ad esempio il tasso di disoccupazione: nel 2012, era al 23%, contro il 13% della media nazionale. Più in generale, la frattura è dovuta all’isolamento di alcune fasce della popolazione in queste zone. Ho pranzato in un bar sulla piazza della cattedrale, ero l’unico di origini europee. Ho passeggiato per la strada principale di Saint-Denis, la situazione non era molto diversa. Basta questo per scatenare l’orrore terrorista? Ovviamente no. Bisogna respingere eccessive semplificazioni. Ma questa questione, irrisolta nel dibattito politico francese da quindici anni a questa parte, ed esasperata da una concezione distorta della laicità, ha prodotto e continuerà a produrre disastri.

Uno di questi disastri è senza dubbio l’affermazione del Front National. È stato detto da più parti che essa non è dovuta alla paura degli attentati, e i risultati di Parigi, in particolare, hanno confermato la tradizionale allergia della città rispetto alle idee frontiste. Se il successo al primo turno è dovuto, in larga parte, a una diminuzione del numero di votanti, che hanno abbandonato gli altri partiti, è innegabile che già da diverse elezioni il FN può contare su una base elettorale di circa sei milioni di voti. Questo dato lo pone in una posizione forte per le presidenziali del 2017, anche se non automaticamente in condizione di vincere.

Sono stati resi noti gli apparentamenti per il secondo turno, che si terrà domenica 13 Dicembre. Nelle due regioni in cui è più forte la minaccia frontista, come la regione di Lille a nord dove corre Marine Le Pen, e quella di Marsiglia a sud dove è candidata la nipote Marion Maréchal-Le Pen, i socialisti, arrivati terzi, si sono ritirati a vantaggio del candidato del partito di Sarkozy. Quest’operazione non è riuscita nella regione di Strasburgo, dove i candidati continuano a essere tre e quello del FN Florian Philippot, arrivato primo domenica scorsa, ha buone chances. Nelle altre tre regioni in cui il FN è arrivato in testa, il ricompattamento dei socialisti con gli ecologisti e la sinistra radicale, e la mobilitazione degli elettori di centrodestra, potrebbero ostacolare la vittoria dell’estrema destra.

Gli equilibri e gli accordi politici, insomma, riusciranno forse a tenere fuori il FN dalle stanze del potere. Non basteranno però a far diminuire il malcontento della pancia profonda della Francia, che continuerà a ritrovare in esso l’unico veicolo per esprimere il rifiuto dell’Europa, la chiusura nei confronti dei profughi, il malcontento verso la classe dirigente attuale. Senza una profonda riflessione sulla società francese e sulle sue disuguaglianze, che, come chiedono i Paesi emergenti per le questioni climatiche, bilanci le storture allargatesi negli ultimi vent'anni, i voti lepenisti da un lato, e le tensioni sociali, anche con risvolti drammatici, dall'altro, non potranno che aumentare.

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