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La Spagna cambia, ma verso dove?

  • Scritto da  Nicola Tanno, Mattia Bertin
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La Spagna cambia, ma verso dove?

Sono passate ventiquattro ore dalla fine dello scrutinio in Spagna, cerchiamo di capire com’è andata veramente e cosa succederà ora. Certamente lo scenario non è chiaro, e, per la prima volta il Paese si trova di fronte all'assenza di un risultato netto alle urne.

Nessuno dei sei partiti ha raggiunto tutti gli obiettivi che si era posto, ma nessuno è disposto ad affermare di aver perso la battaglia elettorale. Il Partito Popolare ha vinto le elezioni e a Mariano Rajoy spetterà provare a formare il Governo. Tuttavia la perdita di 3 milioni e 600 mila voti e di 63 seggi sono un colpo duro tanto per il partito quanto per il suo presidente, che avrà grosse difficoltà nel costruire una maggioranza.

Il Partito Socialista ha perso 2 milioni e mezzo di voti ottenendo il peggior risultato della sua storia (22,01%). Ciò nonostante si respirava un’aria di maggiore serenità ieri notte a Ferraz, alla sede del partito: i socialisti hanno mantenuto il secondo posto potendosi dunque presentare davanti all’elettorato come la principale forza alternativa ai popolari. Inoltre, grazie alla legge elettorale proporzionale con circoscrizioni provinciali, ha ottenuto ben 23 seggi più di Podemos pur avendo raccolto solo 1,4 punti percentuali in più.

I dirigenti di Podemos, per l’appunto, sono coloro che forse sono andati a dormire con maggiore soddisfazione, avendo raggiunto buona parte dei propri obiettivi: in due anni hanno creato dal nulla una forza nuova che ha superato il 20%, raccogliendo più di 5 milioni di voti, e ponendosi prima in comunità autonome come la Catalogna e il Paese Basco. Un filo di amarezza, tuttavia, ha segnato la notte elettorale: l’agognato sorpasso nei confronti dei socialisti, come pronosticavano alcune inchieste dell’ultima ora, non è avvenuta.

Ciudadanos, forza di centrodestra lanciata dai grandi mezzi di informazione e dal sistema economico, ha ottenuto quasi il 14%,. Si tratta però di un risultato insoddisfacente per il proprio capo, Albert Rivera, che sognava di essere decisivo per la formazione di un governo e che già si vedeva in abiti da ministro.

Izquierda Unida riesce ad entrare in Parlamento ma perdendo ben nove dei suoi undici deputati. Si tratta di un risultato impietoso, visto soprattutto che la forza di sinistra ha ottenuto 921mila voti, molti di più di varie forze regionali che hanno ottenuto più seggi.

La mappa del voto. Il PP ha perso voti e seggi ovunque, ma si conferma nettamente il partito più forte nella Spagna «profonda»: Casiglia La Mancha, Castiglia León, Comunità di Madrid. In totale sono 13 le comunità dove si è affermato come prima forza. Eppure i popolari perdono la metà o quasi dei seggi a Valencia, alle Canarie, in Cantabria, alle Baleari e in Catalogna. In quest’ultima e nel Paese Basco, soprattutto, i popolari diventano una forza minoritaria con percentuali inferiori al 10%.

Il Psoe si è affermato in zone prevalentemente rurali. Le sorti dei socialisti, infatti, sono state decise una volta ancora dalle scelte dell’elettorato andaluso e estremegno. Solo qui, infatti, sono arrivati primi. Il loro distacco nei confronti di Podemos si è espresso nei voti ottenuti in queste due comunità e nelle Castiglie, le zone dove il bipartitismo ha subito meno colpi.

Podemos si è affermata in Catalogna e nel Paese Basco, risultati che premiano l’attenzione data dal partito viola alle tematiche «nazionali». Trascinata dalla sindaca di Barcellona, Ada Colau, la marca catalana En Comú Podem ha stracciato le alternative indipendentiste e bipartitiste. Le liste legate a Iglesias, inoltre, sono arrivate davanti ai socialisti a Madrid, in Galizia, a Valencia, in Navarra, alle Baleari. La scelta di Podemos di presentare liste di confluenza in Catalogna, Galizia e Valencia – in quest’ultimo caso trascinata dalla vice-Presidentessa del Governo locale, Mòncia Oltra – ha premiato. Podemos, insomma, vince o ottiene ottimi risultati nella maggior parte delle zone urbane o dove ha costruito coalizioni con forze nazionaliste progressiste mentre rimane ben distanziata nelle due Castiglie, in Andalusia e in Estremadura.

Gli scenari. La politica spagnola, abituata a governi monocolore e stabili, entra in quella che l’ex Presidente Felipe González ha definito «una situazione all’italiana senza italiani». A nostro avviso gli scenari possibili sono tre.

Il primo: il voto anticipato. Tutti lo temono ma nessuno lo dice. Il PP e il PSOE potrebbero beneficiarsene come forze della stabilità. Sono arrivate prima e seconda, e il ritorno alle urne potrebbe spiungere in molti a scegliere partiti garanti di governi stabili. Tuttavia il successo del PP si rafforzerebbe. Podemos punterebbe al sorpasso, e l’atteggiamento di Iglesias nelle prime ore è di chi non teme lo scontro coi socialisti. Non si capisce se è pretattica o vera convinzione.

Il secondo: un governo di grossa coalizione Pp-Psoe. Rajoy proverà a formare un governo con il sostegno socialista. Il Psoe lo ha escluso in campagna elettorale ma le pressioni saranno molteplici, soprattutto europee. Il partito ha una grossa base di militanti che contesterebbe tale accordo, ma molti dirigenti socialisti, tra lo scenario rischioso del ritorno alle urne – e di eventuale sconfitta – e quello di entrare nei palazzi di Governo per quattro anni, non avrebbero dubbi per optare per il secondo. L’ambizione personale potrebbe giocare parecchi scherzi in questa partita, anche in un partito «classico» come il PSOE. Inoltre i due partiti principali potrebbero contare sul sostegno di Ciudadanos, partito nato con la chiara ambizione di stare nei palazzi del potere. La sfrenata ambizione di Albert Rivera non gli permetterà di stare all’opposizione.

Il terzo: un governo PSOE-Podemos. I numeri per una maggioranza assoluta non ci sono, ma alla terza votazione i viola potrebbero astenersi. Difficile da immaginare visto l’atteggiamento di Iglesias di ieri notte, il quale ha da subito fissato dei punti programmatici. Non solo: i catalani di En Comú Podem avranno il loro gruppo parlamentare autonomo e non accetteranno mai di sostenere un governo che non contenga tra i propri punti la convocazione di un referendum sull’indipendenza della Catalogna. Igleasias con le alleanze regionali ha ottenuto il massimo dei voti ma da ora non potrà fare conti senza i gruppi catalani, galiziani e valenziani.

È uno risultato, come dicevamo, decisamente inedito per la Spagna, abituata a scelte chiare dell’elettorato ed a un’alternanza tra due grandi forze marcatamente opposte tra loro. Pertanto è difficile capire quale di queste opzioni sarà preferita. Resta da notare, come ha affermato Iglesias nelle prime ore dopo lo spoglio, che un cambiamento c’è stato, e che, in ogni caso, lo spazio per alternative credibili che propongono differenti soluzioni e modalità c’è, persino in un Paese da sempre bipartitico.

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