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La borsa e la vita. Il dramma del dottorato in Italia, vergogna dell’Europa

La borsa e la vita. Il dramma del dottorato in Italia, vergogna dell’Europa

Il decreto ministeriale che stabilisce i criteri per l’istituzione e l’accreditamento di corsi e sedi di dottorato, firmato dal Ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca Francesco Profumo lo scorso venerdì 8 febbraio, assicura una sostanziale continuità alla mannaia che con la Riforma Gelmini si è abbattuta sull’istituzione del dottorato, confermando la scelta di disconoscere sistematicamente il ruolo del dottorando come figura impegnata a produrre ricerca e innovazione per il Paese.

È quanto denuncia l’Associazione dei dottorandi e dei dottori di ricerca italiani (ADI) che proprio nello stesso giorno aveva presentato i risultati dell’indagine annuale sulla situazione del dottorato nelle università pubbliche in Italia, vedendo confermarsi dopo poche ore il drammatico trend che negli ultimi anni ha visto crollare il finanziamento per le borse dottorali e negare ogni tutela ai dottorandi, facendone un ibrido fra lo studente e il ricercatore sfruttabile dalle università nei modi più diversi. Anni luce lontani dagli standard delle università europee come l’ADI ha mostrato, dati alla mano: gli stessi livelli che il ministro Profumo, al contrario, proclama a gran voce di aver raggiunto nel suo ultimo decreto.  

I migliori standard europei”, risponde l’ADI, “prevedono stipendi dall’importo elevato che riguardano la quasi totalità dei dottorandi. Il decreto invece mantiene inalterata la presenza della figura del dottorando senza borsa, mantiene l’importo minimo della borsa tra i più bassi d’Europa e, soprattutto, non trasforma (a distanza di 8 anni dal recepimento della Carta Europea dei Ricercatori da parte di tutti i rettori italiani) lo status del dottorando”. Questo ultimo punto rivela al meglio la scelta tutta ideologica di lasciare i dottorandi italiani sospesi in un limbo, senza un riconoscimento che garantirebbe loro un minimo di tutele contrattuali e di accesso al welfare in quanto “early stage researchers”, ricercatori in formazione, quindi professionisti all’interno dell’università. Recepire un simile impegno dall’Europa avrebbe significato fare il primo passo per invertire la tendenza inaugurata dalla Riforma Gelmini: e in effetti le precedenti bozze del decreto (versione 27 settembre 2011, art. 8, comma 1), prevedevano il riconoscimento sancito dalla Carta europea, salvo poi sparire del tutto dal testo definitivo, vuoi per distrazione o per un copia e incolla andato male.

Di certo avrà fatto brutti scherzi la fretta di licenziare a due settimane dal voto un decreto che regolerà il funzionamento dei dottorato nei prossimi anni, per non rischiare che simili quisiquilie potessero diventare oggetto di un serio ripensamento e di un percorso politico ampio con i soggetti direttamente interessati. D’altronde non si poteva immaginare un trattamento diverso, vista la considerazione mostrata da Profumo verso il diritto allo studio universitario con un decreto che prevede ulteriori restrizioni nei criteri di assegnazione delle borse di studio e che avrebbe voluto varare in punta di piedi: un piano perfetto, se non fosse che gli studenti se ne sono accorti provocando un rinvio della sua calendarizzazione al 21 febbraio.

Se Profumo cerca senza molta fortuna di dare almeno un sentore d’Europa al suo decreto, la puzza tra le cifre e i dati del dottorato in Italia dopo la legge Gelmini è inconfondibile. Come dimostra l’indagine dell’ADI, dal 2008 ad oggi le borse di dottorato sono passate da 5.045 a 3.804 con una media per ateneo che passa da 245 a 185: un crollo del 24,3% in 5 anni. E questi dati sono comprensivi anche delle borse cofinanziate o interamente finanziate dagli enti locali e da privati. Ammontano così a 202.680.000 euro i finanziamenti finora sottratti al dottorato e quindi alla ricerca in Italia. A questo trend è corrisposto un aumento incontrollato dei dottorati senza borsa: se in base alla normativa in vigore dal 1998 questi potevano essere al massimo il 50% del numero complessivo di posti a disposizione, con la legge 240/2010 (legge Gelmini) questo tetto è saltato, lasciando mano libera alle università. A questa categoria di dottorandi, oggi in maggioranza, non solo viene fatto subire tutto il peso e le difficoltà che derivano dal non aver ottenuto una borsa, ma come se non bastasse sono vittime di un’inaccettabile discriminazione, essendo soggetti a una tassazione che non prevede alcuna riduzione in base alla condizione economica familiare (come avviene per gli studenti) e la cui entità è a totale discrezione dei singoli atenei, fino punte di oltre 2.000 euro. Come denuncia da anni l’ADI: “Il diritto a questo percorso formativo è quindi forzatamente subordinato alla possibilità che le famiglie di appartenenza dei dottorandi possano garantire loro sussistenza. È di fatto una selezione in base al censo”. Non una virgola viene spesa nell’ultimo decreto per porre subito fine a questa aperta selezione classista che chiude di fatto le porte ad ogni diritto alla prosecuzione del percorso formativo, precludendo l’accesso alla ricerca per chi è privo di mezzi.

Se nell’immediato la priorità è l’eliminazione delle tasse sui dottorati senza borsa, la concreta valorizzazione dello status di dottorando è possibile solo introducendo il sistema di tutele che la Carta europea per i ricercatori prevede. Con questo spirito l’ADI rilancia la sua proposta: la trasformazione del dottorato in un vero e proprio contratto di causa mista, “che non prescinda dal fondamentale momento formativo, ma che al contempo lo affianchi al riconoscimento della professionalità del dottorando, inteso come lavoratore della conoscenza a tutti gli effetti e come ricercatore in formazione”, introducendo quindi le tutele previdenziali e assistenziali che un lavoro di tre anni per l’università richiede di diritto.

Diritti negati e privati di qualsiasi regolamentazione anche riguardo alla rappresentanza negli organi di governo degli atenei: una sorte che i dottorandi condividono con tutti i precari dell’università dopo la riforma della governance imposta dalla legge Gelmini. Ricercatori a tempo determinato, assegnisti e dottorandi non sono stati riconosciuti meritevoli neanche di un elementare diritto di eleggere rappresentanti in Senato, consiglio d’amministrazione e nei consigli di dipartimento, che invece è stato lasciato alla discrezione degli atenei. Accanto ad università virtuose, fra cui spiccano quelle di Sassari, Verona e Ferrara, ve ne sono come è prevedibile troppe in cui i precari non hanno alcune voce in capitolo sulle decisioni che vengono prese sulle loro teste.

Ma è di fronte alle prospettive di chi, concluso il dottorato, voglia entrare nel mondo della ricerca che l’orizzonte si fa ancora più fosco. Come denuncia l’ADI nel 2012 è stato raggiunto un triste traguardo storico: “metà delle persone impegnate nell'attività di ricerca dei nostri atenei lo fa con un contratto a termine e, con l'esclusione dei pochissimi ricercatori a tempo determinato assunti nel 2012, lo fa con un contratto assimilabile alle forme di collaborazione coordinata e continuativa (co.co.co)”. Lo scorso anno, rivela l’indagine, sono stati banditi solo 800 posti per ricercatori a tempo determinato a fronte di una stima dell’ADI che parla di 13.500 assegnisti di ricerca presenti nelle università italiane per il 2012. Questo si traduce in percentuali spaventose che si commentano da sole: il 93% degli assegnisti smetterà di fare ricerca e sarà costretto ad abbandonare l'università. Di questi, il 78% uscirà dal percorso accademico al termine dell'assegno, mentre il 15% ne uscirà dopo aver ricoperto una posizione da ricercatore a tempo determinato. Solo il 7% potrà sperare in un contratto come ricercatore a tempo indeterminato. La stragrande maggioranza del lavoro di ricerca condotto da dottorandi, assegnisti e RTD andrà dunque perso, con uno spreco di competenze e di risorse per l’innovazione del Paese che non ha pari in Europa, arrivando al massimo al 16% per i post-doc.

L’Europa di cui parla Profumo è solo nella sua retorica: il confronto con gli altri 26 Paesi scaccia via ogni foglia di fico per il dottorato nell’università italiana. Se prendiamo il numero di dottorandi ogni mille abitanti l’Italia si attesta a un imbarazzante fanalino di coda, lo 0,6, di gran lunga indietro alla Polonia (0,9) e all’Islanda (1,0). L’importo delle borse di dottorato, corretto in base al costo della vita, si rivela allo stesso modo impietosamente alle ultimi posizioni: 1.005 euro, meno del Portogallo (1.126) e della Spagna (1.134). Insieme alla Lituania, l’Italia è il solo altro Paese europeo in cui il dottorando è inquadrato solo come studente, mentre nel resto d’Europa esso può essere inquadrato sia come studente, sia come dipendente (in Germania) o soltanto come dipendente dell’università (in Francia).   

Un primato che segue quello dei livelli fra i più bassi di investimento nell’università secondo i dati OCSE del 2012 (rapporto OCSE, p. 240) e di fronte a cui il governo dei tecnici risponde con decreti licenziati d’urgenza a due settimane dal voto e con 300 milioni di euro che mancano all’appello del Fondo di finanziamento ordinario. L’indagine dell’ADI offre la rappresentazione più cruda e più lucida di un Paese che lascia disperdere le sue risorse intellettuali e le possibilità di produrre innovazione come chiave per un’uscita dalla crisi diversa dall’austerità. È a partire da queste analisi e da queste proposte che ogni forza politica sarà chiamata ad assumersi la responsabilità di ripensare il ruolo della formazione e della ricerca come orizzonte di una crescita che corra insieme all’allargamento dei diritti. In questo caso, almeno, appare sensato dire: ce lo chiede l’Europa.

Ultima modifica ilMartedì, 22 Ottobre 2013 20:40
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