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Area Medica: per una riforma dell’accesso alle Scuole di Specializzazione

MediciIn questi mesi si è finalmente aperto il dibattito sulla necessità di una riforma dell’accesso alle scuole di specializzazione dell’area medica. Un dibattito che, purtroppo, è rimasto confinato – più che agli esperti – a quelli che sono considerati gli unici diretti interessati, cioè i giovani medici, riuniti in associazioni di categoria come SIGM che, meritoriamente, portano avanti la battaglia da un punto di vista strettamente “sindacale”.

Sono rimasti però colpevolmente fuori dal dibattito i veri diretti interessati: i cittadini, gli studenti, e chi da sinistra si batte contro le politiche di austerità e per una spesa sociale di qualità, che sia propulsiva di un migliore sviluppo per il Paese. Tutti noi, infatti, siamo fruitori potenziali di un Servizio Sanitario Nazionale che – tra le fin troppo evidenziate storture, e con un pericoloso accentuarsi delle differenze nel raggiungimento dei LEP (livelli essenziali delle prestazioni) sia tra Regioni, sia all’interno delle singole Regioni – rimane la più importante e completa affermazione del ruolo virtuoso del Pubblico nel garantire servizi essenziali, trasformandoli da merci in diritti effettivi di cittadinanza.

È un dibattito che chiama in prima fila chi, dalle aule universitarie alle piazze, si è battuto in prima linea per difendere la necessità di un investimento pubblico rilevante nell’istruzione, nelle spese sociali, nella ricerca. Queste sono, infatti, richieste volte a garantire diritti e opportunità, e non a costruire reti parassitarie di baronie, rendite e privilegi come troppo spesso è avvenuto in questo Paese: non è dunque possibile ignorare che accanto alla richiesta di fondi pubblici in questi settori cruciali dobbiamo pretendere meccanismi che rendano il finanziamento non solo efficiente ma equo, in termini di possibilità di accedervi.

La professione medica, infatti, che sia o meno il “mestiere più bello del mondo”, sicuramente potrebbe costituire, per gli studenti motivati e privi di mezzi, un potentissimo ascensore sociale. Perché però questa possibilità diventi concreta, i privi di mezzi e di appoggi di alcun tipo – oltre a poter disporre di un welfare studentesco all’altezza del mandato Costituzionale, che sancisce il diritto allo studio “effettivo” a tutti i “capaci e meritevoli” – devono avere la ragionevole certezza di accedere, se meritevoli, ad una scuola di specializzazione, senza dover ottenere raccomandazioni alcune, né passare uno o due anni a lavorare gratis e senza percepire alcuna borsa di studio. Non solo l’aneddotica e gli episodi di cronaca, ma anche i dati ci indicano che così non è, allo stato attuale: se è vero infatti che, secondo il XIII rapporto AlmaLaurea, “solo” un laureato (maschio) su tre nelle facoltà di medicina era figlio di padre medico, l’edizione successiva del rapporto ci dice che ben il 55% dei laureati di medicina ha almeno un genitore in possesso di un titolo di laurea, rispetto a una media complessiva del 27%. Questo in un Paese in cui, per la fascia d’età tra i 55 e i 64 anni, secondo i dati OCSE solo uno su dieci ha una laurea. Impressione, quella della poca eterogeneità dei medici, rafforzata dal dato, riportato ancora da AlmaLaurea, secondo cui l’88% dei laureati in Medicina proviene da un liceo, contro il 60% del totale dei laureati di tutte le facoltà: numerosi studi hanno evidenziato come, anche a parità di “merito” (misurato con il voto di licenza media inferiore), la scelta tra liceo e istituti tecnici o professionali sia determinata in modo prevalente dallo status socio-economico della famiglia d’origine. Insomma, i dati sono impietosi nel descrivere l’accesso alla carriera medica come un percorso ad ostacoli per i privi di mezzi: la ciliegina la fornisce sempre AlmaLaurea, rivelandoci che Medicina – se nelle due classifiche riportate in precedenza risulta in testa – è tra le facoltà in cui più alta è la quota di fuoricorso: infatti, se il 25% impiega tra i 2 e i 10 anni più del previsto, c’è un 10% che si laurea con oltre 10 anni di ritardo. Numeri più che doppi rispetto a quelli della media nazionale, e che fotografano una realtà fatta di studenti costretti alla doppia vita da studente e da lavoratore fantasma al servizio del barone di turno, in cerca di un posto in paradiso.

Alla luce di questi dati, e della situazione vissuta dai giovani medici nelle nostre facoltà e testimoniata dalle recenti manifestazioni di categoria, non riteniamo possibile in alcun modo la difesa dello status quo: qualsiasi passo, anche minimo, nella direzione di un concorso nazionale va incoraggiato. La bozza di riforma in discussione, infatti, segna un cambio di paradigma fondamentale, introducendo per la prima volta in Italia l’idea di un concorso nazionale, premessa necessaria (seppure non sufficiente) all’abbattimento delle baronie che impediscono un accesso pienamente meritocratico alla professione medica.

È infatti grazie al perverso meccanismo dei concorsi locali, basati su criteri fortemente discrezionali come gli orali e i quesiti aperti – facilmente identificabili in contesti con pochi candidati e con commissioni interne – e alla rilevanza data alle pubblicazioni, che spesso solo l’accettare le logiche baronali permette di conseguire, che negli anni molti reparti dei nostri ospedali si sono trasformati nei peggiori paradigmi del baronato parassitario. L’accesso alla scuola di specializzazione dipende spesso in modo cruciale dall’aver frequentato per almeno uno o due anni i reparti nei quali si fa domanda: il tutto, ovviamente, senza alcuna retribuzione, e spesso senza tutela legale, “in nero”, con tutti i rischi del caso per gli studenti e per i pazienti stessi. Spesso, i giovani medici, per vedersi inseriti come co-autori in articoli accademici, sono costretti a mansioni che nulla hanno a che vedere con la ricerca - dal ricopiare meccanicamente dati su un foglio elettronico, allo svolgere mera segreteria – ingenerando una selezione basata non sul merito, ma da logiche di fedeltà e mansuetudine.

Attesa che, ricordiamolo una volta di più, vuol dire – anche ignorando i fenomeni dilaganti di nepotismo, come quelli per cui è tristemente celebre il Rettore della Sapienza Luigi Frati – tagliare fuori dalle specializzazioni e dagli ospedali chi proviene da famiglie di condizioni economiche svantaggiate, non in grado di mantenersi per uno due o più anni senza borsa di studio.

Questo vuole dunque essere un appello a tutti gli studenti e le forze universitarie indipendenti da baronie e potentati accademici e politici, ad alzare la mano e pretendere, anche per Medicina e le scuole di specializzazione, una riforma urgente, che vada nella direzione di un abbattimento dell’approccio consortile e baronale alla carriera accademica, per restituirci una sanità che sia ancora garanzia di democrazia, di servizio pubblico, di mobilità sociale. Una presa di posizione che deve partire anche dalla rappresentanza studentesca, che ha visto spesso decine di studenti di medicina presenti non solo negli organi di facoltà, ma anche nei CDA, nei Senati Accademici e nel stesso CNSU esprimere troppo raramente dissenso rispetto alle logiche baronali, soprattutto alla luce del consenso che l’iniziativa di riforma ha raccolto tra i loro colleghi-elettori. È necessario prendere atto che la crisi di rappresentanza grave che colpisce il Paese è quanto mai forte nelle Facoltà di Medicina. Solo da una mobilitazione dal basso dei giovani medici – che ne legittimi le prese di posizione contro i baroni e li difenda dalle ritorsioni nei confronti dei pochi che hanno coraggiosamente denunciato il sistema attualmente vigente – e dalla capacità di creare alleanze con il resto degli studenti, sarà possibile portare avanti una lotta efficace e vincente contro il baronato che soffoca troppe intelligenze e passioni, costringe molti capaci ad emigrare, privando il Paese di menti brillanti, e porta spesso ai casi di malasanità che minano il diritto alla salute e anche la reputazione di un Servizio Sanitario ancora di eccellenza in Europa.

Nell’appoggiare la riforma, ci sia però permesso di notare che, in questo Paese in cui il “riformismo” è stato inteso solo come pannicello con cui coprire le sconcezze della devastazione dello stato sociale, l’occasione di una riforma non vada lasciata passare senza discutere, con dovizia di particolari, tutti i suoi aspetti: quanti altri anni, quanti decenni dovremmo infatti aspettare per veder sanate eventuali storture di questa riforma?

A questo proposito, ci sembra opportuno evidenziare come ogni riforma debba garantire una tutela dei diritti acquisiti da chi ha in buona fede acquisito competenze extra-curricolari, frequentando i reparti e facendovi attività medica e di ricerca. Quanti hanno tratto il meglio in assoluta onestà dal sistema attualmente vigente, che si sono trovati anzi a subire, non possono sentirsi ora doppiamente beffati da un repentino cambio di paradigma, dettato dalla fretta di un repulisti atteso troppo a lungo.

Crediamo inoltre che l’oggettività della selezione si possa garantire non soltanto per mezzo di un test a crocette – pratica non solo didatticamente detestabile, ma anche offensiva del livello e della complessità delle conoscenze acquisite in sei anni di studio della Medicina. Crediamo che sia invece possibile e necessario verificare che simili concorsi vengano implementati a livello nazionale con modalità in grado di coniugare la trasparenza e l’oggettività della selezione e la impermeabilità alle logiche baronali, garantendo l’anonimato delle prove e il superamento delle commissioni locali, con una valutazione qualitativa in grado di apprezzare le conoscenze dei candidati in modo non meramente nozionistico: un simile esempio è quello francese, cui riteniamo sarebbe doveroso ispirarsi maggiormente.

I quesiti aperti, qualora sostituissero i test, permetterebbero nei fatti un cambio di regime meno brusco per chi ha virtuosamente acquisito competenze extra-curricolari nei reparti e nei laboratori: queste conoscenze sarebbero oggettivamente riscontrabili da anonimi docenti di altre facoltà. Pure in un regime di transizione verso nuovi canali regolamentati attraverso i quali gli studenti possano approcciarsi alla ricerca e alla frequentazione di un reparto, dunque, non verrebbe a mancare lo stimolo a frequentare quei reparti dove agli studenti si assegnano mansioni in linea con la finalità didattica dell’Università. Nessun incentivo ci sarebbe, invece, nel sottoporsi a corvée feudali.

Sarebbe poi da discutere del superamento dei test di ammissione – strumento anti-didattico e anti-scientifico di selezione, che, come i dati di AlmaLaurea dimostrano, non fa altro, spesso, che certificare differenze d’origine socio-economica, e nel contempo non costituiscono alcuna garanzia sulla predisposizione allo studio della materia, come dimostrato dal numero di studenti che si laureano in estremo fuoricorso.

Ma prima ancora, è necessario stabilire che ci debba essere coerenza tra il numero di studenti ammessi ai corsi di laurea in Medicina e i posti resi poi disponibili per la specializzazione: il paradossale meccanismo attualmente in vigore, infatti, impone un doppio imbuto, che si abbatte su chi ha già completato un lungo percorso di studio e rischia di vedersi sbarrare le porte dell’accesso alla professione medica. Lo ripetiamo ancora di più: è anche questa una delle cause per cui gli studenti privi di mezzi non hanno cittadinanza nelle facoltà di medicina.

Non solo il numero dei posti contemplati dai due test dovrebbe essere coerente tra di loro: sarebbe ora che le autorità competenti rendessero questi numeri coerenti con il fabbisogno di medici cui va incontro questo Paese. Oggi, i numeri dei corsi ad accesso programmato rispondono a mere esigenze di bilancio, così come quelli delle scuole di specializzazione: questi numeri dovrebbero semmai rispondere a quelle che sono le esigenze di un Paese in cui l’età media aumenta in maniera costante e prevedibile, e in cui la generazione dei “babyboomers” andrà – più prima che poi – di colpo in pensione. Al netto delle riforme pensionistiche, entrambi i processi sono ampiamente prevedibili: non sarebbe degno di un Paese civile lasciare che questi si tramutino nell’ennesima “emergenza”, cui far fronte con una sanatoria ope legis.

Sarebbe inoltre da riconsiderare, anche, in un’ottica strategica, la rivalutazione del percorso di specializzazione in medicina generale: percorso attualmente relegato ad uno status inferiore, gestito in maniera autonoma dalle Regioni, e che oltre a essere spesso di qualità inferiore, remunera molto meno i medici che decidono di intraprenderlo. Quello del medico di base dovrebbe essere invece il primo presidio della salute del cittadino, grazie al quale razionalizzare virtuosamente la gestione della sanità.

È dunque con alcune importanti criticità che ci sentiamo di affermare la necessità di un dibattito più allargato sui temi dell’accesso alle Scuole di Specializzazione medica, nel nome di un rilancio dell’investimento in istruzione, ricerca e spesa sociale che sia volto a migliorare concretamente le condizioni di vita e la mobilità intergenerazionale dei giovani di questo Paese.

LEGGI ANCHE: Scuole di specializzazione mediche: quale riforma senza diritti.

Ultima modifica ilVenerdì, 18 Ottobre 2013 17:02
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