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Quattro vittime in poche ore: l'emergenza carceri continua

Carcere - Aldo Ardetti - CCLa situazione delle carceri italiane è al collasso: a testimoniarlo, tra ieri e oggi, gli ultimi decessi di una lunga serie, tre per malore e uno per suicidio, che da Nord a Sud hanno coinvolto, 'indiscriminatamente', quattro detenuti. Le morti sono avvenute a San Vittore (Milano), nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio Emilia, a Velletri e a Catanzaro, nel solito silenzio dei media tradizionali e di una politica che si strappa le vesti soltanto in occasione di visite ufficiali, come quella, avvenuta oggi, del nuovo ministro della Giustizia, già titolare degli Interni nel governo tecnico, Anna Maria Cancellieri, al carcere romano di Regina Coeli.

Ha sottolineato il ministro nella visita odierna che la battaglia sul sovraffollamento delle carceri "è un impegno serio che voglio affrontare con determinazione. Voglio cominciare proprio da qui perché di questo intendo occuparmi. E per affrontare il problema occorre conoscere ogni cosa". La Cancellieri ha inoltre ringraziato gli agenti di polizia penitenziaria e tutti i dipendenti e funzionari delle carceri: "Voi svolgete un lavoro delicato e importante e per questo vi ringrazio. Vediamo quello che si può fare per agevolare voi nel vostro lavoro e gli ospiti che possano uscire da questi luoghi di sofferenza come persone migliori, come è giusto che sia e come questo Paese deve fare. Ricordiamo che siamo la culla della civiltà giuridica e non dobbiamo tralasciare nessuno sforzo per dare dignità a delle persone che espiano la loro pena e che ne escano migliorate".

Torniamo ai tre casi di morte nei penitenziari italiani avvenuti nelle ultime ore. Il primo, come detto, si è verificato nel carcere di San Vittore ed è per certi versi il più 'clamoroso', riguardando un uomo di 78 anni, Sliman Bombaker, libico di origini irachene, condannato nel febbraio del 2012 a sei anni e 20 giorni per la riduzione in schiavitù di una ragazza marocchina e per concorso in numerosi furti. L'anziano, che secondo il suo avvocato, Enzo Lepre, aveva "un quadro incompatibile con il carcere", si era visto respingere il 18 aprile scorso l'istanza di detenzione domiciliare, da parte del magistrato di sorveglianza. Ha raccontato Lepre: "Quando ho chiamato in carcere per sapere come stava il signor Bombaker e mi hanno detto quello che era successo sono rimasto stupito: non avevano avvisato né il sottoscritto né alcuno dei dieci figli che vivono a Milano. Si sono giustificati dicendo che non avevano nessun numero: falso, il mio assistito riceveva telefonate giornaliere dai figli e i loro numeri sono segnati sui registri. Mi chiedo in che Paese viviamo".

Sulla morte del detenuto 78enne, Alessandra Naldi, Garante per il Comune di Milano dei Diritti delle persone private della libertà, ha dichiarato: "Non posso fare a meno di manifestare la mia preoccupazione e la mia rabbia per il senso di impotenza che è inevitabile provare di fronte a queste notizie. Anche perché questo caso, purtroppo, non è l’unico registrato nelle ultime settimane". La Naldi ha poi elencato una serie di avvenimenti che ha definito 'sospetti' avvenuti negli ultimi tempi a San Vittore: "Sempre nel carcere di San Vittore, nel III° reparto, a metà marzo, è morto un giovane tossicodipendente. Pare che stesse male già durante il giorno e che sia deceduto durante la notte. All’inizio di aprile, sempre nello stesso reparto, è morto un altro giovane detenuto. Entrambi i decessi sembrerebbero imputabili a cause naturali, ma i compagni di detenzione riferiscono di una lunga attesa prima dell’intervento dei sanitari, fatto normale in un carcere in cui di notte un solo agente deve controllare più piani. Inoltre, in uno di questi due casi, sembra ci fosse stata una caduta dal letto a castello qualche ora prima del decesso. Un altro decesso, catalogato come suicidio, è stato registrato a metà marzo nel reparto di massima sicurezza del carcere di Opera. Quattro morti in un mese e mezzo sono francamente troppi. Chiedo che la Magistratura faccia piena luce su questi casi, individuando eventuali responsabilità. Ma chiedo anche che si faccia tutto il possibile perché casi simili non si debbano più ripetere".

Un internato di circa 50 anni è stato trovato morto dal personale medico ieri pomeriggio nell'ospedale psichiatrico di Reggio Emilia, all'interno del reparto dove era sottoposto alla misura di sicurezza. A renderlo noto, il Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, attraverso il suo segretario generale aggiunto, Giovanni Battista Durante, che in un comunicato attacca: “Com'è noto gli ospedali psichiatrici giudiziari dovrebbero essere dismessi e gli internati, secondo un principio di territorialità, dovrebbero essere gestiti dalle Ausl competenti. In Emilia-Romagna, già dal 2010, è stato firmato un protocollo d'intesa tra amministrazione penitenziaria e regione, per la dismissione dell'ospedale psichiatrico giudiziario e la costruzione di una nuova struttura che dovrebbe ospitare gli internati dell'Emilia-Romagna”. Durante ha anche spiegato che attualmente, a Reggio Emilia, ci sono circa 210 internati.

A Velletri, invece, è deceduto a causa di un malore un detenuto di 53 anni, Claudio T., in carcere dal marzo scorso. La notizia è stata resa nota dal Garante dei detenuti del Lazio, Angiolo Marroni, che ha poi osservato: "E' il quarto decesso registrato nelle carceri del Lazio dall'inizio del 2013; il secondo in poco meno di un mese a Velletri, dopo quello del 27 marzo di un marocchino di 27 anni, Mohamed Saadaoui, le cui cause sono ancora in fase di accertamento". Secondo la ricostruzione, il detenuto avrebbe accusato un malore martedì pomeriggio e sarebbe stato accompagnato da altri compagni nell'infermeria del carcere, dove sarebbe rimasto fino alle 22.00 rifiutando, secondo alcune testimonianze, il ricovero in ospedale, come suggerito invece dai medici. Intorno alle 23.00, il 53enne avrebbe avuto un nuovo malore e, nonostante l'intervento dei medici dell'Istituto e di quelli del 118, è poi deceduto.

Anche in questo caso, sono gravi le accuse del Garante: "Sarebbe un errore rubricare 'morte per malattia' il decesso di quest'uomo, perché il problema è il contesto in cui è avvenuta. A Velletri sono presenti 635 detenuti a fronte di 444 posti. La metà di loro assume psicofarmaci e in 240 sono in carico al Sert. Circa 80 detenuti sono sottoposti a grande o grandissima sorveglianza. Il paradosso è che il nuovo padiglione, aperto di recente, è sottoutilizzato perché ha una impostazione di 'regime aperto' ma la stragrande maggioranza dei detenuti presenti è incompatibile con un regime di bassa sorveglianza. Il personale di polizia penitenziaria, poi, è drammaticamente sotto organico: attualmente sono in 209 per 635 presenti, quando la norma imporrebbe un rapporto agente/detenuto pari a 0,80. In queste condizioni - conclude - è davvero difficile che in carcere possa essere garantita non solo l'applicazione dell'art. 27 della Costituzione, ma anche un efficace diritto alla salute per i reclusi".

A denunciare il terzo caso di morte in carcere, il suicidio a Catanzaro di un giovane di origine maghrebina, del quale non sono state rese note le generalità, è ancora una volta il sindacato di polizia penitenziaria Sappe, che sottolinea: “È l'ennesimo, grave episodio che si verifica nelle carceri italiane, sempre più invivibili e indegne di un paese civile, sia per i detenuti, sia per gli operatori, in primis la polizia penitenziaria che sta a contatto 24 ore su 24 con i detenuti, riuscendo, così, ad evitare, che ogni anno circa 1100 di loro muoiano, tentando il suicidio”.

Secondo i primi accertamenti, il giovane sarebbe morto per asfissia, dopo essersi messo un sacchetto in testa, ma la denuncia del Sappe va oltre il suicidio del giovane: “Le notizie dal carcere sono sempre più un bollettino di guerra. Nell'ultima settimana un giovane di 25 anni si è suicidato nella casa di lavoro di Castelfranco Emilia, a Modena, uno nell'istituto minorile di Lecce, uno ha tentato il suicidio a Modena, un altro è morto nell'ospedale pschiatrico di Reggio Emilia”. Nel carcere di Catanzaro ci sono circa 600 detenuti, a fronte di una capienza di circa 400 posti.

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