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Carceri italiane: detenuto tunisino morto a Macomer

carceri La morte di un detenuto nordafricano deceduto nella notte tra venerdì e sabato scorsi nel carcere di Macomer, nel nuorese, ha riaperto, il dibattito sulla situazione carceraria italiana. In un'interrogazione urgente presentata dal deputato pidiellino Mauro Pili al Ministro della giustizia Paola Severino si lancia l'allarme: “Mancanza di personale e precarietà del sistema sanitario nelle carceri sono ormai una costante che sta mettendo a serio rischio l'intero sistema carcerario sardo”. 

Insiste Pili: “I fatti di stanotte, che vengono ancora tenuti segreti, sono di una gravità inaudita proprio perché da tempo vengono denunciati senza che nessuno intervenga. Avevo già denunciato mesi fa che durante la notte nel carcere di Macomer c'era un solo agente per braccio. Una situazione che dovrebbe portare il Ministro in persona a trarne le conseguenze considerato che niente ha fatto per verificare e rimediare a tale denuncia”. L'episodio, denuncia ancora Pili, “rende più evidente la gestione del sistema carcerario sardo. In questo momento sono sotto interrogatorio diversi responsabili della struttura carceraria, ma appare evidente che si tratta di fatti che trovano riscontro in un modello gestionale fatto senza uomini e con una gestione sanitaria al limite dell'indecenza”.

Nonostante le prime notizie sulla morte del ragazzo tunisino avessero parlato di morte per suicidio, la direzione del carcere ha nelle scorse ore smentito, avallando l'ipotesi dell'incidente: “Il decesso è avvenuto verosimilmente a seguito di inalazione di gas che il detenuto ha attinto da una bomboletta da campeggio, quindi del tipo consentito e legittimamente in suo possesso”. Secondo la versione ufficiale, in pratica, il giovane detenuto “come spesso negli istituti penitenziari capita, si sarebbe volontariamente inalato il gas per inebriarsi perdendo i sensi e non potendo quindi sottrarsi all'inalazione in tempo per evitare l'avvelenamento. Non risultano allo stato responsabilità da parte del personale in servizio nell'istituto e neanche ritardi negli interventi”. 

Donato Capece, del sindacato di polizia penitenziaria Sappe, ha colto l'occasione per denunciare quanto avverrebbe con i fornelletti a gas, il cui uso è consentito ai detenuti: “Si tratta di una pratica estremamente diffusa tra i detenuti di tutte le carceri: sniffare gas dalle bombolette che si usano in cella per cucinare. Uno 'sballo' artigianale, un 'viaggio' di euforia artificiale che nel corso degli anni è costato la vita a diversi detenuti. E' la droga dei poveri. Sniffing, il fenomeno si chiama così, prassi conosciuta e da noi sistematicamente denunciata. Ma la sostituzione con le piastre elettriche, come da tempo suggerito dal Sappe, non è mai avvenuta”.

Di “morte sospetta” hanno invece parlato chiaramente i referenti della  comunità musulmana della Sardegna, affermando: “Non comprendiamo le ragioni e la fretta che hanno spinto l’amministrazione penitenziaria della Sardegna a negare l’ultimo saluto alla famiglia e agli affetti più cari. Dalle notizie che apprendiamo in queste ore, appare più che necessaria un’autopsia e un’esame tossicologico e ci auguriamo di essere avvisati in un eventuale episodio futuro, affinchè si possa provvedere ad un idoneo funerale musulmano. Il racconto frettoloso dell'accaduto non ci convince fino in fondo”.

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