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#16nov Il faccia a faccia di Pisa

  • Scritto da  Francesco Biagi
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#16nov Il faccia a faccia di Pisa

pubblicato originariamente su DemocraziaKmZero

“Noi siamo uomini e donne, bambini e anziani / abbastanza comuni, cioè ribelli, /devianti, scomodi, sognatori” (Subcomandante Marcos, 3 agosto 1999)

Un vero e proprio fiume in piena ha attraversato la città di Pisa sabato 16 novembre per ripristinare la legittimità del recupero e riutilizzo del sito abbandonato dalla Multinazionale J-Colors in Via Montelungo. Quattordicimila metri quadrati che da un anno avevano ripreso linfa e colore dopo essere stati sottratti all’incuria e all’abbandono; un’opera che è stata persino presentata presso il Consiglio d’Europa di Strasburgo come esempio virtuoso di riutilizzo sociale di spazi industriali dismessi. Una comunità, lì dentro, è stata forgiata, una comunità di “fratelli e sorelle di strada”, che il Progetto Rebeldia ha saputo con cura aggregare, generando collettivamente la nuova nascita del Municipio dei Beni Comuni. 

Uomini e donne comuni, che dalle pratiche quotidiane hanno intrapreso la critica e la decostruzione della categoria economica della proprietà privata in nome dell’applicazione di due articoli della costituzione (42 e 43) che parlano di “funzione sociale” e di “requisizione” di quelle proprietà che non assurgono ad una funzione sociale per il bene comune di tutte e tutti.

Più di duemila persone, dalla Liguria alle Marche passando per Roma e tante altre città del nostro Paese sono giunte a Pisa a fianco del Municipio dei Beni Comuni per tentare di ripristinare la legittimità della proprietà collettiva che ha caratterizzato fino ad un mese fa’ l’autogestione partecipata dell’ExColorificio Toscano. Se dopo lo sgombero di sabato 26 ottobre qualcuno paragonava la resistenza di Radio Roarr (la radio web di movimento pisana) alle vicissitudini che attraversò Radio Alice, altri già intravvedono l’immaginario dei creativi del ’77 nel lungo corteo che ha assediato l’immobile lungo tutta Via delle Cascine. Il corteo è stato costruito per riportare a casa tutte le numerose attività sgomberate. Primeggiava quasi in testa una lavagna in legno della scuola di italiano e di arabo, una lavagna molto vecchia ma con quattro ruote montate con cura dai compagni della Ciclofficina per percorrere la strada e rientrare fra i banchi polverosi sequestrati più di tre settimane fa.

 

“Resistere è creare” ha scritto Gilles Deleuze e una magia laica univa i manifestanti che aprivano le danze con la giocoleria, la danza del ventre, i trampolieri e le percussioni dei Malatucada, poi un lungo corteo che nel labirinto delle antiche vie di Pisa avanzava senza perdersi, forte del proprio filo d’Arianna: la liberazione dell’ex Colorificio sequestrato. Un assalto che si è costituito in tre atti per dare spazio ad ogni soggetto di tentare con la propria identità e con le proprie pratiche il rientro nell’ex Colorificio. Il primo atto è stato quello creativo, il secondo quello della parola e dei saperi che hanno invitato alla disobbedienza le guardie schierate in difesa degli interessi privati e delle speculazioni che si vorrebbero attuare in quello spazio. Un momento che ha fronteggiato scudi e manganelli con la forza della parola e dei libri.

Il terzo atto ha visto affrontare i reparti con i propri corpi, con la propria faccia e il proprio petto. Una pratica sociale che ha permesso una presa di coscienza maieutica di come il diritto privato proprietario valga più dei diritti di una comunità. I nostri corpi di fronte ai grandi scudi della Polizia parlano di un grande popolo che non è più disposto a chinare il capo e che mette non solo il proprio viso ma anche le proprie vite contro i privilegi rapaci di questo capitalismo.

Mentre le multinazionali e le istituzioni locali dominate dall’assolutismo del Partito Democratico si nascondono dietro ai plotoni schierati in difesa di un luogo che tornerà nel grigiore dell’incuria, le tante donne e i tanti uomini scesi in piazza hanno deciso di amalgamare la propria biografia con quella di tanti altri e dimostrare che è possibile costruire una comunità insorgente, determinata di fronte ai soprusi dell’ipocrita legalità dominante. Una legalità vuota ed asservita ai processi economici globali di deindustrializzazione e compressione dei diritti conquistati nel secondo dopoguerra. Una legalità asservita all’austerity che ci viene imposta. Una legalità facile da conclamare di fronte al Municipio dei Beni Comuni attraverso il monopolio della disinformazione (privandolo quindi di quella identità condivisa e plurale, confinandolo a mero problema di ordine pubblico), ma difficile da digerire quando il Potere Democratico pisano è posto di fronte alle sue responsabilità. Una legalità forte della militarizzazione che ha impedito il reingresso.

C’è un elemento politico di non-ritorno dopo la giornata del 16 novembre a Pisa: qualsiasi saranno le scelte del Municipio dei Beni Comuni, oggi esso ha la piena legittimità di rompere i sigilli e rientrare nel breve o lungo periodo che abbiamo di fronte. La legalità del potere avrà tutta la forza di reprimere attraverso la spirale del diritto penale, ma non ha più la legittimità di fronte alla comunità insorgente che sabato è scesa in piazza. Una legittimità costituente che accanto alla critica della proprietà privata pone nel dibattito pubblico la pratica del diritto di resistenza di fronte alla violazione del suo più autentico “diritto alla città”.

Rientrare negli immobili dell’ExColorificio ora sarà nuovamente un atto costituente di ripristino della legittimità dei diritti e dei principi su cui la Resistenza Antifascista ha tentato di fondare la nuova repubblica. Illegale è chi invece viola i diritti dei territori e delle comunità che li abitano e condividono. Una degna disobbedienza prima o poi tenterà di ritornare per restare e continuare il corso ribelle che ha preso vita nell’ExColorificio. Ribelle ai poteri forti, ribelle alle speculazioni, ribelle alla dittatura commissaria dell’economia globale.

La manifestazione pisana, assieme al fiume in piena contro il Biocidio a Napoli, contro la Tav in Val Susa, contro il CIE di Gradisca e l’inceneritore di Parma ha dimostrato come una collettività possa mobilitarsi ed organizzarsi lottando per poter decidere del destino del proprio territorio. Di come non abbia paura di viversi questa battaglia nella partecipazione inclusiva e plurale che caratterizza la “città dei senza parte” riunitasi nel Municipio dei Beni Comuni. Non solo: queste diverse manifestazioni erano legate fra loro, una piccola rete è stata costruita per riunire comunità insorgenti che con la forza della propria autonomia politica hanno saputo costruire coscienza sociale e consenso intorno a delle battaglie non per nulla scontate nella congiuntura che il nostro Paese attraversa. Di fronte a queste comunità si dovrebbe “togliersi il cappello” anziché schierare i plotoni delle squadre mobili.

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