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Taddei: cosa dice (e perché non ci piace) il nuovo responsabile economico del PD

Taddei: cosa dice (e perché non ci piace) il nuovo responsabile economico del PD

Da giorni il nome del neo-responsabile economico del PD, Filippo Taddei, echeggia su molti quotidiani, che lo definiscono il civatiano della nuova segreteria PD, alludendo quindi a una svolta a sinistra del neo-segretario Renzi. Purtroppo anche esponenti dell’attuale opposizione a sinistra del governo si dicono soddisfatti di questa scelta in quanto uomo di sinistra. Ma è davvero così? Cosa sappiamo del suo progetto economico, le sue ricette per rilanciare il Paese?

Ripercorrendo gli articoli di Taddei sulla stampa nazionale e le ultimissime interviste seguite al nuovo incarico è possibile ritrovare traccia del suo pensiero in ambito economico.

 

Da un’intervista rilasciata il 10 dicembre a Europa, Taddei spiega i suoi tre punti essenziali.

Il Primo, riguarda il “superamento della dualità del mercato del lavoro tra garantiti e non garantiti”. Se da un lato è sacrosanto parlare di dualità del mercato del lavoro, non si capisce bene quale sia la direzione del suo superamento. Non è chiaro infatti se il superamento debba attuarsi con una maggiore precarizzazione degli attuali garantiti o viceversa, ma soprattutto non è da sapere se tra quelli che Taddei definisce garantiti siano inclusi gli operai spogliati dei diritti acquisiti a causa del contratto Fiat per esempio, oppure quei funzionari pubblici oggi poco inefficienti per la mancanza di aggiornamenti continui spesso ignorati dalla dirigenza e/o dal Ministero della Funzione pubblica.  Non si evince inoltre, nessuna posizione riguardo il rapporto tra la flessibilità e la precarietà del lavoro, soprattutto giovanile. Di sinistra fin qui neppure l’ombra.

Il secondo punto riguarda “l’universalizzazione del sostegno” al reddito, che in pochi giorni passa dalla civatiana proposta di una forma di reddito minimo garantito a quella molto più fluida dell’ ”universalizzazione dell’assegno di disoccupazione”. Il nuovo responsabile economico si guarda bene dall’esplicitare questa sua idea, fin qui priva di incentivi individuali nonché della funzione di sostegno al reddito (garantito o di inserimento che sia). Da un lato, infatti, l’estensione degli assegni di disoccupazione in forma universalistica non prevede il sostegno al reddito per coloro i quali non hanno mai avuto un lavoro, coloro che sono in cerca del primo lavoro e allo stesso tempo coloro i quali percepiscono un livello di reddito tale da non sfuggire alla trappola della povertà (relativa o assoluta).  Dall’altro lato, l’estensione degli assegni di disoccupazione non risponde ad alcun incentivo individuale, ad esempio il condizionamento dell’assegno all’attiva ricerca di lavoro; ma al contrario crea il presupposto per l’opportunismo individuale, rendendo il dualismo tra lavoro formale e informale ancora più attraente. Inoltre, dagli articoli di policy del prof Taddei è impossibile capire oltre lo slogan la fattibilità di tali proposte e la sostanza delle stesse in termini di durata del sussidio nonché del suo ammontare.

Infine, Taddei non spreca una parola sulla possibilità di legare la sua ricetta sui sussidi di disoccupazione a forme di formazione professionale, settore sottovalutato e spesso abbandonato alle dinamiche affaristico clientelari portate alla luce con gli scandali siciliani.

Di sinistra fin qui neppure l’ombra.

Ma Taddei rimane un uomo di centro sinistra, sicuramente molto più preparato di molti altri. Ed infatti, il terzo punto della sua ricetta di politica economica, prevede “un piano di riduzione delle tasse sul lavoro”, aspetto condivisibile, soprattutto nel momento in cui una riduzione delle tasse sul lavoro sostituisce le vagheggiate riduzioni delle tasse sugli immobili (as esempio l’IMU). Tuttavia, ancora una volta non è chiaro in quale direzione si voglia attuare una riduzione delle tasse sul lavoro. Una politica di sinistra, tesa all’uguaglianza delle opportunità e alla primaria funzione redistributiva dello Stato, non può prescindere (anche negli slogan) dal chiarire che la riduzione delle tasse sul lavoro avvenga attraverso una maggiore  progressività fiscale. 

 A ben vedere, le ricette sbandierate a caldo dopo la nomina a responsabile economico del PD sembrano già essere permeati dall’approccio “LibLabDem” (Liberista-Laburista-Democratico) à la Renzi. Tuttavia, ripercorrendo gli interventi di Taddei sulla stampa online, è facile notare come quest’approccio caratterizzi il suo pensiero anche precedentemente al nuovo incarico. Ribadendo infatti l’approccio LibLabDem, una delle proposte maggiormente riprese da Taddei negli ultimi anni è la riduzione degli stipendi e delle pensioni d’oro nella funzione pubblica, che non devono in nessun caso superare i “240 mila euro di Giorgio Napolitano, anche cumulando diversi incarichi”. Quest’intervento teso alla riduzione degli sprechi dovrebbe essere accompagnato da una drastica riduzione della “spesa per gli organi esecutivi, legislativi e affari esteri” che fungerà da copertura per la riduzione delle tasse sul lavoro  (vedi l’articolo originale). Fin qui tutto bene, ma neanche troppo. Non vi è traccia infatti del modo in cui questa spesa andrebbe tagliata, ovvero in che modo attuare la cosiddetta spending review. Se da un lato appare condivisibile ridurre stipendi d’oro e benefits che assomigliano sempre più a rendite di posizione, è necessario non cadere nella tentazione di ideologizzare i tagli della spesa pubblica come vulnus della ripresa italiana, sulla scia delle ricette di Alesina e Giavazzi, le cui soluzioni Taddei invoca (qui) tra i punti di partenza.

Ridurre la spesa pubblica non è solo uno slogan, ma è soprattutto espressione di una visione liberale, non certo di sinistra e per certi aspetti ambigua. Innanzitutto, dalle ricette sopra riportate, si nota che non si sta parlando di riduzione della spesa pubblica in termini assoluti, ma si sta solo compiendo una riallocazione della spesa: i risparmi sulle uscite dello stato derivanti dai tagli agli organi esecutivi e legislativi verrebbero impiegati per l’universalizzazione dei sussidi di disoccupazione o per coprire i tagli alle tasse sul lavoro. Delle due l’una, ma allora come finanziarle entrambe, dato che secondo le risposte finora incontrare, con la stessa fonte, a volte si finanzia la prima a volte la seconda?

Illuminante il prof Taddei (qui su Linkiesta): “Non si tratta di invocare stangate patrimoniali dagli effetti tra il dannoso e il dubbioso, o rifiutare che il riequilibrio del sistema fiscale avvenga attraverso dismissioni del patrimonio pubblico e riduzioni di spesa.”

Sembra chiudersi un cerchio con queste affermazioni, inconsistenti anche dal punto di vista della contabilità nazionale. La dismissione del patrimonio pubblico è una soluzione di destra e finora anche male applicata in precedenza dai governi italiani. È inoltre, una soluzione che sposta capitoli di spesa in conto capitale (gli immobili ad esempio) nella spera della spesa corrente. Ciò implica che se da un lato il flusso derivante dall’alienazione degli immobili sia tale da garantire la copertura di una parte di spesa di uno o più periodi, dall’altro lato non sarà sufficiente a garantire una sostenibilità della copertura stessa negli anni successivi, a meno di credere nella favola di una ripresa esplosiva.

Appare chiaro in ultima istanza come le proposte fin qui analizzate siano in continuum con un approccio piuttosto ortodosso della gestione della crisi, la quale è basato esclusivamente su pilastri che fin qui sembrano piuttosto pro-ciclici, tesi in sostanza a riattivare la produzione attraverso tagli alle tasse e alla spesa pubblica, senza mai soffermarsi su come riattivare la produzione alla luce di più coraggiosi piani di industrializzazione che prescindano dai paradigmi elitari cari ad altri pasdaran renziani (si veda il progetto FICO di Farinetti). Perplime, infine, l’approccio entusiasta di Giulio Marcon, promotore della controfinanziaria di Sbilanciamoci, il quale ieri reputava le idee di Taddei “proposte illuminate”, proposte che tuttavia si guardano bene dall’affrontare la questione del pareggio di bilancio e della necessità di maggiore leva fiscale per far fronte a una situazione di dilagante aumento della povertà in Italia. Proposte che continuano ad anteporre l’importanza della flessibilità, e finora precarizzazione, del lavoro rispetto all’uguaglianza delle opportunità e allo sviluppo individuale teso a una maggiore mobilità sociale.

È oggi più che mai importante che la sinistra italiana (perché esiste) sia in grado di riaffermare le differenze abissali tra il labourismo e i principi della sinistra, sia in ambito politico che economico, ed allo stesso tempo riemerga da questa subalternità culturale che la vede sempre meno credibile e sempre più spesso in preda al desiderio di trovare un interlocutore aldilà delle barricate del conflitto.

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