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Non è tutto oro quel che cresce! Quello che della Spagna non dicono

Non è tutto oro quel che cresce! Quello che della Spagna non dicono

Le notizie europee, dopo qualche settimana trascorsa a dibattere sul «caso greco», riprendono oggi, guardando alla Spagna, che pubblica le stime del PIL dell’ultimo trimestre del 2014 e avanza le prime stime provvisorie per l’intero anno appena trascorso. Sembrerebbe quasi un trionfo: dopo 8 anni di crisi, il presidente Rajoy si presenta alla nazione smentendo le stime al ribasso di tutte le istituzioni europee e internazionali, ed anche qualche centro studi e rivista specializzata. Il Pil della Spagna è cresciuto, in termini nominali, dell’1.4% rispetto all’anno precedente (in cui governava sempre Rajoy, n.d.a.). Una cifra apparentemente sufficiente per un sospiro di sollievo: «la quarta economia dell’Eurozona sembra essere riuscita a lasciarsi il peggio dietro le spalle» (sole24ore).

La quarta economia chi?

Se è vero che il tasso di occupazione è aumentato nel 2014, aiutato da una riduzione della popolazione attiva, è anche vero che la qualità del lavoro è andata gradualmente deteriorandosi. Analizzando i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica spagnolo, dall’insediamento del governo Rajoy il numero di ore effettivamente lavorate non ha fatto che diminuire: rispetto al primo trimestre del 2011, nell’ultimo trimestre 2014 sono diminuite del 10% (fig 1).

 

Fig 1

(fonte: elaborazione propria su dati INE)

 

Non soltanto la quantità, ma anche la qualità del lavoro non gode di ottima salute. La durata dei contratti (fig 2) si riduce sensibilmente nel tempo. Rispetto al 2011, i contratti da uno a tre mesi (pannello a sinistra) subiscono un fortissimo aumento, fino al +40% nel 2012 fino a un +90% nel 2014; mentre quelli più stabili di durata almeno triennale (pannello a destra) diminuiscono fortemente nel 2012, -15%, ed aumentano solo del 5% nel 2014. E’ il trionfo della precarietà.

 

Fig. 2

(fonte: elaborazione propria su dati INE)

Sono ancora i fatti a smentire non soltanto la propaganda contingente del governo spagnolo ma anche tutte le lingue allenate a battere i tamburi del neoliberismo e dell’austerity. L’aumento della precarietà in Spagna è associata a una riduzione dei redditi da lavoro e dei contributi che i lavoratori riescono a versare per garantirsi un reddito futuro, quello pensionistico. Come scrive il prof Centena sul suo blog: «a fronte di un contributo medio di 548 euro/anno dei vecchi membri della sicurezza sociale, i nuovi posti di lavoro spazzatura creati da Rajoy contribuiscono solo 165 €/anno». Se da un lato i redditi da lavoro diminuiscono per i più, dall’altro anche la distribuzione delle ricchezze private si fa meno accessibile alla maggioranza. Secondo il Global Wealth Report 2014, all’inizio della crisi nel 2008, il 10% più ricco della popolazione deteneva quasi il 52% del totale della ricchezza privata, percentuale che nel 2011 si attesta al 53% e a fine 2014 al 55,6% (fig 3).

Fig 3

(fonte: elaborazione propria su dati Global Wealth Report)

Insieme alla precarietà, all’indebolimento del lavoro e dei lavoratori, aumentano le disuguaglianze, ed è importante ricordarlo davanti a governi che continuano a mascherare o nascondere una realtà complessa e drammatica per la maggioranza della società.

Ce ne ricorderemo quando lunedì l’Istat pubblicherà i dati del PIl italiano e quelli relativi al mercato del lavoro.

 

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