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Identità subalterne dentro la precarietà: ricomporre senza comprimere

Identità subalterne dentro la precarietà: ricomporre senza comprimere

Il seguente articolo è tratto dal numero 3 dei Quaderni Corsari. Per scaricarlo clicca qui.

Ragionare delle soggettività che vivono e subiscono la crisi vuol dire innanzi tutto affondare le radici nel rapporto tra le forme di dominio, di governance, e l’attuale sistema economico, in un capitalismo con natura più complessa di quella analizzata negli ultimi anni. Bisogna, per cominciare, partire da un fattore: il tempo. La velocità di mutamento e di agilità dei processi di accumulazione di ricchezza è impressionante. Il capitalismo non è più univoco: è, allo stesso tempo, finanziarizzazione ed estrazione di plusvalore dal lavoro vivo, alienazione di fabbrica ed esistenza messa a produzione. Dentro questo processo ad “alta velocità”, è fondamentale costruire l’esodo delle soggettività poste ai margini della storia nei modi di produzione e nei processi della governamentalità neoliberale. Per questo sarà necessario ragionare della precarietà come processo, e dei subalterni come soggetto.

I subalterni sono le soggettività segmentate inserite in un tempo e in uno spazio governato da un capitalismo divoratore. La forma “famelica” del capitale ha la funzione di dominare tempi e spazi di produzione e di vita, per sussumerli dentro le sue catene disgreganti. La precarietà quindi è, allo stesso tempo, condizione di sfruttamento e assoggettamento: due concetti in apparenza simili, ma che ci sono utili per distinguere due processi diversi. Il primo è quello di alienazione e sussunzione, di erosione della terra e di sfruttamento degli esseri viventi; l’altro è quello della schiavitù, ovvero di un rapporto di dominio dell’uomo sulla natura e sull’uomo stesso. Oggi il governo capitalistico si estende e si ramifica dentro la società, perché è la società intera a essere luogo di accumulazione e produzione di valore. Modi di produzione e governance sono due facce dello stesso capitalismo. Da semplice regolatore ed estrattore di ricchezza dal rapporto tra capitale e lavoro, al fine di aumentare la propria rendita, il capitalismo diventa forma di potere generale in grado di assoggettare la vita per sfruttare corpi e pensieri. Queste nella nuova macchina mondiale e complessa si danno in contemporanea e mai l’una senza l’altra, in un rapporto di dipendenza l’una dall’altra. Lo sforzo di ricostruzione complessa di quello che avviene nei processi di accumulazione e in quelli di dominio significa dimostrare come l’economia politica – a partire dalla devastazione delle politiche sociali – e l’intensificazione delle politiche securitarie e del regime d’emergenza siano frutto della stessa scelta, dello stesso processo. Lo sfruttamento diventa quindi assoggettamento, e viceversa. È in questo legame che si evidenzia il processo dell’evoluzione capitalistica e della sua egemonia mondiale.

Le soggettività che vivono la precarietà, i subalterni, diventano l’oggetto di un continuo laboratorio di governo politico per garantire accumulazione massima di profitto. Se ogni spazio di vita deve essere sussunto dal paradigma economicista, per garantire tale capacità virale non ci può essere libertà reale, se non indotta. Per costruire una macchina produttiva in grado di precarizzare tutta l’esistenza, occorre il massimo dell’apparente libertà individuale, per cancellare tutti i legami sociali possibili. La “superideologia” del neoliberismo, del resto, è l’ennesimo gioco di maschere con cui il capitalismo si configura nella storia. La retorica del self-made man che pervade la società, diffondendo il credo della libertà individuale, slegata da quella collettiva; il lavoro autonomo che non riesce a liberarsi realmente dai meccanismi di subordinazione; la riproduzione sociale stessa come fattore di accumulazione: sono questi gli altari di cartapesta del capitalismo targato occidente. La condizione di assoggettamento è dunque una condizione vasta che, al di là delle condizioni materiali, comprime tempi e spazi di vita sia di chi vive nella City di Londra, sia dell’operaio in Bangladesh: tutti inseriti dentro il moderno capitalismo, con diverse gradualità di rapporto intensivo. Come un vecchio sistema feudale, la macchina capitalista ha i suoi feudatari. Non a caso si è parlato di un “capitalesimo” e cioè di un sistema di potere che tende a costruire un rapporto verticale e unilaterale di servitù all’intera ideologia del sistema, tra chi possiede, decide e comanda il processo di produzione e chi lo subisce.

Se l’assoggettamento rappresenta il metodo e la risposta al «come», «con quali strumenti», «quali modalità», «quali nuovi rapporti di forze», lo sfruttamento è la sostanza corposa e non meno complessa del processo capitalista. Il capitalismo, per evolversi in macchina mondiale, ha bisogno di strutturare tempo e spazio come elemento di percezione indotta e omologante, come proprietà. L’utilizzo che fa di questa proprietà sta proprio nel “gioco delle maschere”. Se il paradigma è l’accumulazione crescente, allora l’erosione della terra e l’immiserimento della vita ne sono le conseguenze inevitabili. Lo sviluppo massimo del capitalismo è sempre più coincidente con la fine del pianeta.

La forma storica della piramide ci aiuta a rappresentare meglio il meccanismo di sussunzione e le maschere del capitalismo moderno. Alla base della piramide vi è il nodo della produzione industriale, del lavoro nella sua forma fordista delocalizzato in gran parte e, a oggi, di nuovo oggetto di intensificazione lavorativa in occidente. I soggetti coinvolti per un ventennio in questo processo hanno avuto una chiara collocazione geografica: gli sfruttati, gli operai, gli intoccabili del sudest del mondo: le industrie vengono delocalizzate e, mentre il capitalismo finanziario assurge a dogma, si creano le premesse per un nuovo sfruttamento globale della manodopera. Oggi quel processo torna vittorioso in occidente e vive nelle politiche di diminuzione dei salari e dell’aumento della produttività. Ecco quindi la prima maschera: la produzione fordista non scompare (neanche in occidente tra l’altro), come invece ci hanno voluto far credere con il mito della robotizzazione e della fine del lavoro di fabbrica, ma, anzi, aumenta in intensità.

Al centro della piramide c’è il processo di finanziarizzazione dell’economia: il gioco speculativo, la moltiplicazione fittizia delle ricchezze, lo sfruttamento delle conoscenze. Qui non sono solo i soggetti del cosiddetto lavoro immateriale a vivere lo sfruttamento. In questa fase dell’accumulazione, l’estrazione di ricchezza non avviene sulla base del rapporto lavorativo, ma del profitto sulla vita, riguarda tutti. Come la crisi ci dimostra, questo processo non si autoalimenta, ma ha bisogno di trovare, in una determinata fase del processo speculativo, nuova linfa per riprendere la speculazione. Non ci sono più ricchezze reali che possano sostenere il gioco finanziario. Se rendiamo questo passaggio un’istantanea di una fotografia, rendiamo visibile tutto il quadro delle politiche di austerity. Il capitalismo da solo, tramite sfruttamento mondiale e finanziarizzazione, non regge la crescita intensiva del profitto. Bisogna quindi trovare il modo di lucrare ulteriormente.

Eccoci alla punta della piramide. I subalterni, a questo punto del capitalismo, sono atomizzati, deprivati individualmente e collettivamente allo stesso tempo di ricchezza, diritti, dignità, identità; non solo non riconoscono i propri legami collettivi, ma non realizzano nemmeno la propria identità. Lo Stato, svuotato di senso dentro rapporti economici e sociali sempre più continentali, svolge ancora il ruolo di declinare le politiche di austerity entro un preciso spazio geografico, entro il territorio nazionale. Diventa così strumento del mercato per consentire nuovi sfruttamenti. È la ragion di stato asservita alla ragion economica. L’erosione della terra, del sottosuolo, la precarietà, l’intensificazione della produttività del lavoro, la proprietà privata che diviene monopolio di pochi, sono il terreno nuovo su cui misurare l’opposizione reale al capitalismo e la nuova composizione di soggettività sociale e politica. Perdere questa battaglia politica, innanzi tutto d’insediamento e di costruzione collettiva di soggettività, vuol dire essere destinati alla devastazione intera di vite e territori. Quello che avviene in Campania, rappresentato dalla parola biocidio, è paradigmatico delle conseguenze prodotte da un capitalismo che ha prima sfruttato i lavoratori nella sua forma più fordista possibile, poi ha speculato senza redistribuire ricchezze sul territorio e, una volta esaurite le ricchezze da espropriare al lavoro vivo, tale da aumentare crescita e guadagni, è passato alla devastazione del territorio, provocando danni ambientali e alla vita senza pari.

Come costruire identità dentro un processo così generale e complesso?

Ricostruita la frammentazione sociale in questi decenni, la costruzione di nuove soggettività ha bisogno di tentare l’intentato, sapendo che, ad oggi, nessuno può aver alcuna risposta in tasca. Le soggettività sono irriconoscibili nella rappresentazione monolitica di ciò che abbiamo definito «classe operaia» durante tutto il Novecento. Fondamentale è individuare le domande in grado di indicare la direzione su cui costruire un pezzo nuovo di pratica politica, pur conservando le buone esperienze. La costruzione di legami collettivi e politici può avvenire ancora soltanto dentro i luoghi del lavoro? Se la produttività investe tutto lo spazio e il tempo della vita, la prassi politica direttamente antagonista a questa forma di dominio vive solo di lotta attorno alle condizioni di lavoro? Se tutta la vita, nei suoi aspetti più intimi, è messa a produzione, bisogna ampliare il perimetro dell’azione politica, pubblica e collettiva? La sfida nel momento della perdita dei luoghi collettivi di lavoro, di massa, deve essere quella di ricostruire il filo dei bisogni collettivi che vivano su uno spazio più ampio di quello del semplice luogo di lavoro. Questo vuol dire misurarsi innanzi tutto sui bisogni materiali. Bisogna individuare i segmenti comuni, i minimi comun denominatori con cui costruire un rapporto nuovo. L’assenza di una casa, di un reddito, di servizi essenziali diventano i segmenti ampi su cui costruire strati sociali frammentati e ormai lontani e diversi tra loro, ma che vivono ugualmente la distanza da una giustizia sociale ad oggi irraggiungibile. Il rapporto, quindi, tra rivendicare e costruire bisogni si assottiglia. Il mutualismo e la cooperazione giocano in questo senso una partita nuova che, fuori dalla lotta necessaria e importante sui temi del lavoro, deve tendere non solo a risolvere il problema materiale, ma a mettere in rete soggetti che altrimenti sarebbero isolati perché in una condizione di lavoro e di sfruttamento completamente diversa l’una dall’altra. Non sarà dunque il reddito di cittadinanza a ricomporre la frammentazione sociale, ma tramite la lotta per il reddito potrà nascere un senso diffuso di un bisogno comune. Del resto la costruzione di coscienza, come ci insegna Marx, vive di condizione materiale.

Ma se ogni forma di dominio rivela sempre il suo contrario, se la compressione dei corpi nello spazio comporta un’esplosione di questi nel tempo, allora i subalterni possono essere i soggetti direttamente opposti al capitalismo predatore d’esistenza. Se modi di produzione e forme di dominio sono i paradigmi della frammentazione e della liquidità, se all’apice del loro sviluppo ultimano il processo di atomizzazione, allora le soggettività che si determinano non possono essere più le stesse nel tempo.

Occorre uno spazio in divenire che ricostruisca identità collettiva con diverse pratiche di composizione e costruzione. Interrogarsi da sinistra su questo vuol dire necessariamente rompere delle dicotomie e costruire una nuova sintesi di teorie e prassi: rottura della dicotomia ortodosso/eterodosso, marxista/femminista, sociale/politico. L’apertura alla valorizzazione delle identità, dentro la condizione di sfruttamento e alienazione, è la potenzialità della liberazione dei soggetti in forma complessiva, sia come classe, sia come donne, uomini, migranti, singolarità diverse, ma connesse tra di loro.

Dentro questo quadro, e non senza di questo, possiamo leggere il processo della precarietà. Partire da qui vuol dire riconoscere l’erosione degli spazi di vita e messi a produzione, l’intimità delle esistenze come oggetto di controllo politico. La forma collettiva della subalternità non può più essere quella dell'organizzazione monolitica, com’era nel corso del '900. Se da un lato la sfida resta di ricomporre un soggetto politico in cui le diverse precarietà si autodeterminano, dall’altro bisogna indagare le potenzialità che emergono da tale frammentazione sociale. La condizione della donna, del migrante, il vivere una determinata condizione nel quartiere, l’assenza di tempo libero, di spazi nelle città, diventano forme diverse, ma necessarie per rappresentare la complessità che è in campo. Non è più sufficiente rappresentare un aspetto dell’umanità (quella immersa nel lavoro) e liberarla dalle condizioni di subordinazione in tale luogo. Bisogna aprirsi alla complessità che donne e uomini rappresentano: precarietà e singolarità. Bisogna chiudere un epilogo nostalgico, per troppo tempo trascinato, della centralità della classe operaia, e lavorare sulla composizione complessiva della soggettività. Se la liberazione non è più solo dai vincoli del lavoro, ma dai vincoli di dominio, se la ragione produttiva diventa la ragione di vita, bisogna sperimentare pratiche politiche nuove, che mantengano su un binario parallelo la materialità dei bisogni e la costruzione di identità e la realizzazione di desideri. Costruire politica, quindi, non solo sulle marginalità, ma anche sulle potenzialità. La potenzialità sta proprio in questo “retificare”; in questo mettere in rete identità che emergono dentro questo sistema: l’identità di genere, l’identità migrante, l’identità dentro la cittadinanza, dentro il quartiere. La teoria della differenza, lo studio di genere diventano fondamentali. Così come le culture migranti, le identità ibride possono essere importanti per indagare il rapporto che c’è tra la lotta per l’uscita dalle marginalità del soggetto migrante e le potenzialità di questi nel costruire una nuova società. Linguaggi, narrazione post-coloniale, pratiche politiche, creazione e valorizzazione delle identità, riappropriazione di ricchezza espropriata possono essere dei punti sostanziali di una risposta all’altezza di questa crisi. Del resto, se i subalterni sono i frammenti di uno specchio, marginalità non raccontate dalla storia fatta di dominatori, forse la risposta è proprio non solo ricostruire il nesso di una risposta collettiva, ma gli strumenti con cui le identità diventano valore sociale e non solo produttivo. Mettere in rete queste identità è la risposta vera sul piano dialettico e della pratica politica, è la risposta concreta radicalmente diversa dalle forme del potere omologante e divisorio.

Assumere la prospettiva del racconto dalla parte dei dominati e non dei dominanti vuol dire rovesciare la storia per ribaltare il presente; questo processo, che inizia con l'ingresso delle masse nella storia dell'800, oggi è sicuramente il più bieco dei tentativi di acuire la piramide del potere economico e politico. Al tempo della fine della democrazia e dei diritti collettivi, l'espulsione che i potenti vogliono determinare non è solo dall'università, dai luoghi del lavoro, ma dalla storia. Bisogna rovesciare il tavolo della prospettiva per non finire in soffitta, nel dimenticatoio, per non destinare le nostre vite al controllo e allo sfruttamento, alla perdita di chi deve prendere voce per raccontare e riprendersi la propria vita. Nuove biografie per nuovi mondi.

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