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Dietro i dati sulla disoccupazione, la fine di un'epoca

Dietro i dati sulla disoccupazione, la fine di un'epoca

Dietro la disoccupazione, la fine certificata di un’epoca. Nel leggere la rilevazione mensile dell’Istat sulla disoccupazione, il dato rilevante tra i 19 e i 24 anni non è l’aumento della disoccupazione, che pure raggiunge il livello spaventoso del 46% (fa bene ripeterlo: più del doppio che nel 1977: la prima rilevazione trimestrale, realizzata in quell’anno, fotografava il 21,7 complessivo, con un 28,3% al Sud e quasi un 26% femminile, come è possibile vedere dal datawarehouse I.stat). 

Nel Paese nel suo complesso, “nonostante” (sic!) continue riforme sul lato dell’offerta, il numero di occupati continua a calare sia in termini assoluti (-68.000 nell’ultimo mese, -181.000 rispetto all’Aprile 2013) che relativi (-0,2 e -0,3% rispettivamente), ma viene più che bilanciato nell’ultimo periodo da un’impennata degli “inattivi” (+81.000) mantenendo il dato complessivo della disoccupazione stabile ai livelli spaventevolmente elevati cui ci ha abituati, del 12,6%. Per avere un’idea in prospettiva storica di cosa questo voglia dire, è utile confrontare la serie storica realizzata dall’Istat per le celebrazioni dei 150 anni, ferma al 2010, che tuttavia adotta la rilevazione semestrale e non quella trimestrale odierna. 

Quello che accade nel segmento più giovane della popolazione in età da lavoro, invece, è che al crollo degli occupati (-91.000 in chiave tendenziale: in quasi sei casi su dieci, i nuovi disoccupati sono sotto i 35 anni) non fa seguito un'eguale “uscita” dal computo della disoccupazione. Aumentano gli inattivi, insomma, ma aumenta soprattutto chi il lavoro lo cerca e non lo trova. Smentendo una retorica annosa – eppure sappiamo bene quanto efficace – sulla pigrizia dei giovani italiani, sommata a quella visione ideologica secolare della disoccupazione come colpa individuale, i dati Istat sembrano fornirci il quadro di una mancanza disperata di lavoro che colpisce soprattutto i giovani, più o meno qualificati, spinti a cercare reddito e lavoro in un contesto generale sempre più depressivo (in termini economici oltre che psicanalitici). Mentre anche quelli che si vorrebbe raccontare come “garantiti” soffrono l’aumento del tempo parziale (+44.000 unità nel primo trimestre del 2014), che in oltre il 60% dei casi è involontario – e cioè adottato per ridurre i costi anche nell’impossibilità di licenziare – aumenta la quota di disoccupati di lunga durata: il 58.6% cerca infatti lavoro da un anno.

È dunque finita l’epoca – ammesso sia mai iniziata – dei giovani pigri, mentre possiamo dare per certa la morte di un sistema di welfare basato sulla famiglia: la crisi occupazionale e di reddito che sta colpendo gli italiani spinge sempre più giovani a uscire dai canali della formazione e a tentare di trovare lavori che, al momento, non sembrano esserci. Da un lato, dunque, diventa sempre più chiara la necessità di un intervento sul fronte della domanda e della creazione di lavoro, e ci auguriamo che si diffonda la lezione di economisti come Mariana Mazzucato e del suo libro Lo Stato Innovatore, presentato in edizione italiana al Festival di Trento, che illustra come persino dietro le rivoluzioni tecnologiche e l'innovazione della Silicon Valley ci sia l'investimento pubblico in ricerca considerata troppo rischioso dal privato. Dall’altro, diventa non più rinviabile un intervento generalizzato sul fronte del sostegno al reddito, che includa chi un lavoro non potrà trovarlo nell’immediato e chi rischia di perderlo a breve, indipendentemente da discipline contrattuali. Ha proprio ragione la Commissione Europea: caro Renzi, ci sarà bisogno di sforzi aggiuntivi.

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