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Obama-Romney: silenzio sul clima

  • Scritto da  gvdr
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Obama-Romney: silenzio sul clima

Nel primo dibattito fra i due candidati alle presidenziali statunitensi, il democratico Barack Obama ed il repubblicano Mitt Romney, non è stata spesa una parola sul cambiamento climatico in corso.

Il presentatore Jim Lehrer, ignorando una petizione della National Wildlife Federation, che in poco tempo ha raccolto più di 160000 firme, ha ritenuto di non porre ai due candidati alcuna domanda circa il riscaldamento globale antropogenico (cioè causato da una disastrosa politica ambientale umana) in atto, né, di conseguenza, circa quali azioni di mitigazione abbiano in programma.

In realtà, fra gli esperti di clima e di tematiche energetiche, non c'è stata grande sorpresa: il silenzio sul clima è stato uniforme lungo tutta la campagna elettorale: il repubblicano Romney ha sempre avuto posizioni ondivaghe, rilasciando dichiarazioni in contrasto fra loro nel tempo, ed era pensabile avrebbe evitato la questione; lo storicamente più attento Obama, invece, ha segnato a riguardo una veloce retromarcia, attestandosi su posizioni via più "moderate" (con le virgolette, perché ogni posizione che non riconosce in pieno l'allarme degli scienziati e si impegna a fare il possibile a riguardo non è moderata, ma semplicemente incosciente).

Il dibattito era centrato sulle questioni di politica domestica. Ci si può chiedere se il riscaldamento globale antropogenico è affare domestico negli Stati Uniti. La risposta è "Assolutamente si!". Nell'ultimo anno, a causa delle elevate temperature e dalla siccità, è andato a fuoco un'area grande come il Maryland. Il costo sociale ed economico del cambiamento climatico è, ora, riconosciuto anche a livello federale, e non sono novità gli studi che cercano di quantificarlo. Per ora, pur arrivando a risultati che lasciano poco dubbio alla centralità del problema climatico, s'è sempre peccato di eccessiva cautela, come affermato di recente da Johnson e Hope nel Journal of Environmental Studies and Sciences (per una introduzione ai tassi di sconto, miniata con lontre marine, Cf. David Roberts su Grist).

Per il suo impatto ad ampio raggio, il cambiamento climatico è comunque rientrato, attraverso considerazione tangenti, nel dibattito.

Obama, piuttosto vagamente, ha parlato della necessità di investire in "new sources of energy" (nuove forme d'energia), ma senza entrare maggiormente in dettaglio.

Entrambi i candidati hanno fatto spesso riferimento alla loro intenzione di "rendere gli stati uniti indipendenti dal punto di vista energetico". Romney, a proposito, ha espresso supporto all'industria del carbone che "si è sentita strangolata sotto il governo Obama". Romney è poco amico delle industrie nella green economy: "Circa metà delle aziende nel settore dell'energia pulita su cui è stato investito attraverso lo "Stimulus Bill" sono fallite.". Stephen Lacey, su Climate Progress, dimostra che questo non è vero e si sofferma su altre affermazioni false o inaccurate di Romney.

Per capirne la posizione, è bene ricordare che il partito Repubblicano è influenzato dai movimenti dei Tea-Party e dalle think tank come il CATO Institute (vicino al quale troviamo Antonino Zichichi, Umberto Crescenti e Carlo-Forese Wezel). Il CATO, con finanziamenti derivanti appunto dalle industrie carbonifere e petroligere, propaganda posizioni (para)scientifiche (vorrebbe togliere l'aggettivo "antropogenico" dal riscaldamento globale, in barba a tutti i dati).

Più difficile da capire, invece, il silenzio (che parte almeno da aprile 2012) del democratico Obama, apparentemente spaventato nel prendere una posizione netta.

 

h/t Ocasapiens

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