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Cronache da Aleppo: 'Non abbiamo perso la rivoluzione, abbiamo perso la Siria'

Cronache da Aleppo: 'Non abbiamo perso la rivoluzione, abbiamo perso la Siria'

Ogni mattina, una famiglia carica tutto su un furgoncino e torna a casa. Quella che ho davanti, nove bambini, tre donne due uomini, più due ragazzi di cui non è rimasta che una foto in cornice, torna ad Azaz, in provincia di Aleppo. Sarà bombardata poche ore dopo. Ma tutto è meglio di Atmeh, anche la guerra. A un centimetro dalla frontiera con la Turchia, il bucato steso ad asciugare sul filo spinato, oltre 13mila sfollati ciondolano stravolti e smagriti tra queste tende che spesso neppure sono tende, ma semplicemente teli di plastica, tranci di lamiere, vecchi sacchi di farina assemblati insieme, una maglietta sdrucita a suturare un buco e per terra, ormai fradici, tappeti rancidi, la pioggia che martella le pareti e gocciola addosso. Niente acqua, niente elettricità niente gas, solo un feroce vento di neve; e come latrine una decina di fori nel terreno nascosti alla vista da pile di mattoni, la doccia è una madre, una sorella che ti allunga una brocca tra liquami che ti arrivano alle caviglie. Non hanno che quello che avevano addosso, sono corsi via sotto il tiro dei mortai, i bambini si trascinano nel fango dentro scarpe da adulti, una felpa e poco altro, la pelle gialla. Non c'è legna da ardere, gli ulivi dei campi intorno sono presidiati dai proprietari: si bruciano le fronde, e le bottiglie di minerale che un camioncino, ogni giorno, scarica insieme a pane raffermo. A volte un po' di riso, patate. Non c'è altro.

Adesso che Aleppo si è impaludata in una battaglia in cui nessuno avanza, i giornalisti passano rapidi da Atmeh. Il resto del paese è ancora inaccessibile, le strade sono costellate di checkpoint del regime: e quella dei profughi è per molti l'ultima storia prima di imbarcarsi per il Mali. Poche righe distratte, poche righe perché si deve - perché i bambini. Eppure Atmeh racconta molto più della sua miseria. Perché sono ad Atmeh, ormai, o in scantinati di città, trincee artigianali di campagna, sono profughi, ormai, o cadaveri, gli unici siriani che incontri in Siria.

Ad Atmeh si entra dalla Turchia, da Reyhanli. Ed è qui che ogni giorno apre sede una nuova associazione: in Siria è il tempo delle ong. Le Nazioni Unite, con l'UNHCR, si occupano dei rifugiati oltre frontiera, quasi 650mila tra Turchia, Libano, Giordania, Iraq - 100mila in più solo nell'ultimo mese. Ma gli sfollati all'interno della Siria, nessuno ha idea di quanti e dove siano. Il regime non rilascia visti alle ong straniere: e quindi, lo spazio è tutto per i siriani - tutto per l'improvvisazione. In tanti, all'estero da anni, si sono paracadutati qui a fondare la loro associazione. E cioè stamparsi un biglietto da visita e rastrellare donazioni. "Il problema di fondo", sostiene Adi Atassi, tornato da Cipro ad affrontare l'emergenza profughi per la Coalizione Nazionale Siriana, il coordinamento dell'opposizione ad Assad di stanza a Istanbul, "è la mancanza di direzione. Per qualsiasi necessità, non si sa a chi rivolgersi. Ma il caos è intenzionale, perché Atmeh è uno snodo storico di contrabbandieri: che così, in cambio di tangenti sugli aiuti, continuano a controllare il territorio per altri tipi di traffici. Tutti hanno interesse che Atmeh sia terra di nessuno - tranne i profughi, ovviamente". Neppure la Coalizione Nazionale, comunque, ha il minimo ruolo, qui. Ogni tanto, semplicemente, un delegato in cravatta fa capolino tra le tende, e in un anticipo di campagna elettorale distribuisce un po' di cibo come i turisti ai colombi. A Reyhanli e Istanbul, si pensa già al dopo Assad. Ma intanto, al dopo Assad bisogna arrivarci vivi, e ad Atmeh, invece, capita di finire carbonizzati per un accendino dimenticato vicino una candela. Nove vittime. Ma il freddo, qui, ti si cementa addosso di giorno in giorno: e bisogna avere visto almeno una volta la bellezza di Damasco, di Aleppo, l'eleganza di una casa siriana, i tappeti, i cortili di legno intagliato e piastrelle decorate a mano, bisogna avere visto tutto quello di cui adesso non rimane che fotografie nei cellulari per capire Atmeh, la disperazione della regressione all'età della pietra, scaldarsi intorno a un fuoco da campo, esausti, avvolti come barboni in tutto quello che si è trovato, tuo figlio che trema sudicio con i capelli come stoppie, per pannolino un sacchetto della spazzatura, lo sguardo scavato, la fame e neppure un gabinetto, l'umiliazione di accucciarsi in un prato come bestie al pascolo. E a sera, semplicemente, ci si infila nelle tende, digiuni, al buio, una media ognuna di 10,8 persone, ma in questa siamo ventitrè, allineati come all'obitorio, e si dorme vestiti, raggomitolati in vecchie coperte avariate. E vecchi traumi: il rumore delle auto che passano somiglia al volo radente dei caccia di Assad, è ogni volta il tempo che ti si incaglia dentro, l'attesa dell'esplosione, di nuovo, la morte addosso.

Muhammad Najjar ha 24 anni, una laurea in Lingua e Letteratura Inglese e tutta l'orma della sua vecchia vita nella giacca, la camicia, i jeans stretti dal taglio di tendenza. "La maggioranza dei siriani è sempre stata contraria a reagire con la violenza alla violenza di Assad. Era inevitabile: avremmo solo raso al suolo il paese e perso la solidarietà internazionale. L'Esercito Libero ci ha ridotto a mendicanti. Ad Aleppo, l'altro giorno, hanno colpito l'università per sbaglio: l'ennesimo sbaglio: miravano a un'accademia militare, 80 morti. Ci hanno trascinato in una guerra che non erano capaci di combattere. Eppure, non era ancora il fondo". Perché in realtà l'Esercito Libero, con i suoi ventenni in kalashnikov e infradito, le scatolette di tonno convertite in granate, sta ormai nelle retrovie rispetto a quelle che si sono imposte come le forze speciali della rivoluzione: gli islamisti di Jabhat al-Nusra, il Fronte di Sostegno. Classificati come terroristi dagli Stati Uniti, vengono prevalentemente dall'Iraq, come il comandante dell'unità a guardia del campo - e che con una giornalista non parla: solo uomini, e possibilmente non occidentali. "Nelle aree liberate, il governo transitorio è costituito da corti islamiche in cui qualcuno poggia un Corano su un tavolo e chiama giustizia la propria volontà", dice Raghad Kanawati, musulmana praticante. "Non abbiamo perso solo la rivoluzione. Abbiamo perso la Siria".

Sono loro, sono gli jihadisti, a entrare attraverso Atmeh: per questo alle ong internazionali non è consentito lavorare qui. E per questo i siriani sono stanchi sia di Assad sia dei ribelli. Anche se Jabhat al-Nusra, certo, ha riequilibrato le forze in campo. Cambiando strategia: non si avanza più di città in città, ora, città che non è poi possibile controllare, ma di base militare in base militare. Se anche i lealisti le riconquistano, le armi intanto sono assicurate. A cominciare dai missili da contraerea: ed è così che lentamente, ma inesorabilmente, il destino di Assad sembra essere segnato. Ma non sarà breve. Da nord a sud l'ordine, geograficamente, è Idlib, Aleppo, Hama, Homs: Damasco - e dopo due anni e 60mila morti, siamo ancora a Idlib. Ancora a quaranta chilometri dal confine con la Turchia. Damasco è a quattrocento.
La Coalizione Nazionale, intanto, a Istanbul, si azzuffa sulla formazione del governo in esilio. I suoi 63 membri sono tutti dissidenti storici del regime, all'estero da una vita: quando li incontri, non ti lasciano neppure un numero di telefono turco, ma francese, americano, inglese. Non sono che stranieri, ormai. Come chi combatte questa guerra, qui, e chi torna per trarne profitto. Sono interessati alla Siria: non ai siriani. L'unico che continua a occuparsi dei siriani, ostinato, è Bashar al-Assad. Quando ha bombardato Atmeh, in 13mila si sono precipitati terrorizzati contro il filo spinato. Uno sull'altro, in trappola, braccati fino all'ultimo centimetro - anche così: scalzi, affamati, il fango alle caviglie: anche così, a quattro anni. 

Pubblicato dal Fatto Quotidiano del 17 Febbraio 

Dal: fatto quotidiano del 17/02/2013

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