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Bucarest in rivolta per la sanità pubblica

  • Scritto da  Simona Ardito e Andrea Ragona
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La Romania è esplosa per via di un immigrato. Ma non contro, bensì in sua difesa. Certo non si tratta di un immigrato qualsiasi: Raed Arafat, nato in Siria da genitori palestinesi e trasferitosi in Romania per studiare medicina, è infatti l’ex sottosegretario del Ministero della Salute del governo rumeno.

In suo sostegno sabato 14 gennaio duemila persone sono scese in piazza nella capitale Bucarest, chiedendo le dimissioni del governo e del presidente Traian Băsescu, dopo che Arafat aveva lasciato il governo in segno di protesta contro il progetto di privatizzazione della sanità pubblica, in particolare dello Smurd, il servizio di pronto intervento rumeno fondato proprio dallo stesso Arafat.

Una protesta cominciata giovedì e inizialmente pacifica, diffusasi da Bucarest a Timisoara, ma degenerata poi in vera e propria rivolta per le strade della capitale. Il sindaco della capitale rumena, Sorin Oprescu, riferisce di manifestanti che hanno spaccato lampioni, fermate dell'autobus, vetrine di negozi e banche, e lanciato pietre e bombe molotov contro la polizia, che ha risposto con gas lacrimogeni e razzi illuminanti. Le violenze avrebbero visto in prima fila anche gli ultrà della Dinamo e della Steaua Bucarest. Il bilancio ufficiale reso noto dal portavoce dei servizi di emergenza di Bucarest, Alis Grasu è di 59 feriti, ma è un numero che sembra destinato a salire.

Tutto ciò nonostante il presidente Traian venerdì avesse annunciato il ritiro della riforma, che era evidentemente solo il casus belli. I rigidi tagli ai sussidi pubblici sono stati solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, in un Paese come la Romania che, lo ricordiamo, investe solo il 4% del PIL per la salute, contro l'8% della media europea, collocandosi al 99esimo posto nella classifica mondiale per le performance dei sistemi sanitari pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Di fronte a dati del genere parrebbe ovvio aumentare i finanziamenti per migliorare i servizi pubblici, ma la ricetta neoliberista è invece quella di svendere il pubblico piuttosto che farlo funzionare. Già nella primavera del 2010, la Romania aveva infatti concluso un nuovo accordo con il FMI per sostenere la sua economia in forte recessione: erano state adottate draconiane misure di austerità, cambiando le leggi sul lavoro in un direzione ultra-liberista, nonostante le forti proteste sindacali.

Una direzione che il governo ha inasprito, con ulteriori riduzioni alla spesa pubblica, congelamento delle pensioni e dei salari della pubblica amministrazione, nonostante nell’ultimo trimestre dello scorso anno la Romania avesse registrato segnali di crescita nell’ordine dell’1,8%.

Le ragioni di queste proteste vanno quindi individuate più in là nel tempo: in un approccio che vede solo ed esclusivamente nell’austerità la risposta alla crisi, aggravato dall’arroganza con cui Băsescu ha sempre gestito il potere, in atteggiamento di chiusura quando non di aperta polemica nei confronti sia delle opposizioni che dei tecnici di settore e dell’opinione pubblica.

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