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Il paradosso del progresso dell'uomo: Rousseau ai tempi dell'ILVA

  • Scritto da  Martina Occhipinti
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Jean Jacques RousseauUno dei pilastri del pensiero di Jean-Jacques Rousseau fu lo studio della condizione umana nella storia; la sua analisi si spinse fino al completo rifiuto del progresso come strumento di corruzione di un'antica genuinità e semplicità umane. Ai tempi dell'ILVA, il suo pensiero è quanto mai attuale.

L'ILVA rappresenta l'esatta dimostrazione di quanto Rousseau, uno dei massimi pensatori della storia dell'uomo, aveva teorizzato quasi tre secoli fa: l'uomo, allontanandosi dallo stato di natura, ha contribuito a creare disuguaglianza e malessere per sé e per la sua comunità.

Se Rousseau andasse a Taranto e vedesse i “frutti” del progresso dell'uomo materializzati nelle grigie e fumose bocche dell'ILVA, sarebbe ancor più convinto delle sue idee, e alla domanda se il progresso delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi risponderebbe ancora una volta un lapidario “no”.

Pensandoci bene, dove risiede il progresso dell'uomo se una fabbrica come l'ILVA produce beni in cambio della vita di innocenti persone? L'uomo ha veramente vinto la sua partita con la natura installando delle ciminiere a pochi chilometri da case, scuole, parchi?

Il progresso è connaturato all'uomo, è la storia che ce lo insegna. L'evoluzione dell'uomo implica anche lo sforzo che quest'ultimo ha dovuto sostenere nel corso dei millenni al fine di migliorare la propria esistenza su questo pianeta. Alla luce di ciò, sembra che l'ILVA sia esattamente il contrario di quello che intendiamo per “progresso” e che anzi si imponga come l'esempio negativo di ciò che la mano dell'uomo può fare nel momento in cui si allontana dallo stato di natura. Perché nulla in natura è capace di far nascere i bambini con le malattie che uccidono i fumatori più incalliti, nulla in natura nuoce a piante e animali e di conseguenza a coloro che se ne nutrono, nulla in natura espone la popolazione a un rischio elevatissimo di tumore.

Se Rousseau leggesse i giornali in questi mesi rimarrebbe sorpreso da quanto una ristretta minoranza di uomini possa essere capace di soggiogarne una moltitudine, e ancora una volta l'esempio di Taranto suffraga le idee del filosofo svizzero: alla base delle vicissitudini legate alla più grande acciaieria d'Europa vige il principio di diseguaglianza tra gli uomini; e quindi: come si può essere uguali in una società che permette a pochi di giocare con le vite altrui? Perché il benessere di quei pochi deve equivalere alla morte di altri? Esiste forse un diritto naturale al benessere economico?

No. Rousseau pensava a un'epoca in cui l'uomo viveva in perfetta armonia con il mondo che lo circondava, in cui non esisteva il denaro, l'industria, la finanza, dove non esistevano bisogni se non quelli primari, dove non si faceva la guerra perché ne sarebbero mancati i motivi. Ma questo, forse, non è mai esistito. Esiste però la facoltà che ha l'uomo di scegliere in che direzione far andare la propria storia e di evitare che per certe sue scelte paghino vite innocenti.

L'ILVA è il fallimento della facoltà di scelta dell'uomo, ed è quanto di più distante dallo stato di natura. Non possiamo dimostrarlo, ma Rousseau ci darebbe ragione.

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