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Il Salone (della fine) del libro

  • Scritto da  Valentino Colapinto
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All'indomani della chiusura del Salone Internazionale del Libro di Torino, Valentino Colapinto racconta al Corsaro il meglio e soprattutto il peggio di questa edizione. 

Il tema conduttore del venticinquesimo Salone Internazione del Libro di Torino è stato la “Primavera digitale”. Peccato però che non fosse disponibile un’app dedicata o almeno il catalogo in formato pdf (visto che quello cartaceo era voluminoso e scomodo) e che inoltre mancasse l’ormai imprescindibile Wi-Fi gratuito per i visitatori (quasi tutti con smartphone e tablet al seguito), mentre gli espositori dovevano pagarlo addirittura 170 euro. Più che una primavera digitale, quindi, un italianissimo autunno analogico.

Dopo la tavola rotonda sulle nuove strategie che il digitale impone alle case editrici (presente il gotha dell’editoria nostrana) l’impressione è stata che in realtà il tanto invocato ebook terrorizzi un po’ tutti: gli editori in primis, che a parole si proclamano favorevoli ma nei fatti cercano in tutti i modi di ostacolarlo (con poca offerta a prezzi esorbitanti), i librai, destinati a fare la fine dei negozi di dischi, e anche gli autori, che temono la crescente pirateria e un’ulteriore riduzione dei già magri guadagni.

Solo su un punto c’è l’unanimità: i DRM (lucchetti antipirateria) vanno tolti, perché danneggiano unicamente gli utenti disposti ad acquistare gli ebook. Meglio tardi che mai: speriamo che si passi presto ai fatti e che inoltre il governo si decida a uniformare l’IVA degli ebook (20%) a quella dei libri cartacei (4%).

Al di là dei numeri ufficiali, l’impressione è stata che tanta gente si aggirasse per gli stand ma pochi per acquistare davvero libri. Non pochi segnavano i titoli più interessanti sulla propria moleskine o iPad, per ordinarli poi da casa tramite Amazon o simili (dove costano di meno) o meglio ancora scaricarli illegalmente tramite eMule o Torrent. Del resto ogni stand aveva regole proprie per gli sconti: si andava da quelli che rifiutavano di applicare alcuna riduzione (perché la legge lo vieterebbe) al classico 15% per arrivare a offerte stracciate del 50% o giù di lì.

Ma le folle dei visitatori erano calamitate essenzialmente dagli incontri con cantanti (Ligabue), dj (Fabio Volo), calciatori (Alessandro Del Piero: suo il libro più venduto al Salone) o personaggi televisivi, e con non pochi rischi per la sicurezza, viste le resse che si sono scatenate. Per non parlare delle degustazioni, che intorno alle diciannove risucchiavano la quasi totalità del pubblico presente. Capito l’andazzo, i più si sono dovuti adeguare offrendo ai passanti calici di vino o tranci di focaccia pur di attirare la loro attenzione.

Immancabili come sempre anche gli editori a pagamento, a partire da Albatros Il Filo, e i tanti aspiranti esordienti, in giro con lo zainetto pieno zeppo di manoscritti da distribuire e tante speranze destinate a rimanere tali. Dall’altra parte c’erano i numerosissimi stagisti e precari sottopagati, su cui si regge da anni l’esangue editoria italiana. Viene da chiedersi finché i genitori potranno ancora permettersi di mantenerli e cosa succederà quando agli editori verrà a mancare questa enorme forza lavoro gratuita o quasi.

Mentre il mercato editoriale diventa sempre più asfittico (-12% nel 2011) e anche i lettori forti diminuiscono, complice la crisi economica, abbiamo assistito a un Salone all’insegna dell’autoreferenzialità, del tarantiniano farsi i pompini a vicenda, il cui emblema resta l’immancabile festa di Minimum Fax, dove tanti parvenu si aggiravano famelici a caccia dei vip, manco fossimo a Porto Cervo. Ma che cosa c’entra la letteratura con tutto questo? Il concerto sul ponte del Titanic continua, non si sa ancora per quanto.

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