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L'indebolimento della contrattazione che ha impoverito i lavoratori

L'indebolimento della contrattazione che ha impoverito i lavoratori

Tagliare i salari e ridurre i contributi sociali, questa è la ricetta proposta dal Prof. Tabellini, economista ed ex rettore della Bocconi, per uscire dalla crisi e rilanciare la produttività È l'idea sempreverde di competizione a ribasso che scarica i rischi d'impresa sui lavoratori, come sottolinea Marta Fana nella sua analisi. Una ricetta fallimentare, che già in passato non ha funzionato e che produrrebbe effetti pericolosi, perché oltre all'ulteriore contrazione dei salari, la riduzione dei contributi sociali avrebbe effetti devastanti sulla previdenza, viste le proiezioni pensionistiche che già allo stato attuale abbassano notevolmente le possibilità di ricevere pensioni dignitose.

Gli economisti mainstream, intanto, rilanciano le loro idee superate e smentite dalla crisi proprio mentre, negli USA, Barack Obama introduce per legge meccanismi che prevedono aumenti salariali automatici in base all’inflazione (qualcuno ricorderà che proprio per seguire gli americani il nostro Paese smantellò la scala mobile).

Nella crisi che ha visto il verificarsi di una spaventosa redistribuzione di reddito dal basso verso l’alto, si continua a propugnare idee legate al trasferimento di risorse da prelevare ai soggetti che stanno pagando la crisi. Siamo di fronte all'ennesima menzogna neoliberista. Questo meccanismo di riduzione dei salari per favorire il rilancio della competitività ha radici nella storia economica degli ultimi trent’anni, con risultati che sono davanti agli occhi di tutti. In Italia il concetto di “sacrifici”, il modo per etichettare la grande distribuzione verticale, è stato propugnato in modo trasversale negli anni Ottanta, quando anche la sinistra si è fatta affascinare dall'idea che la riduzione dei salari potesse portare dei benefici nel medio-lungo periodo. Basti ricordare la svolta dell'Eur sul fronte sindacale e gli appelli ai lavoratori rivolti dal Partito Comunista Italiano. L’errore è pensare di delineare questi provvedimenti di contenimento dei salari in un perimetro temporale ben definito, temporaneo, nell’illusione che, superato un momento di contrazione degli stipendi, sia possibile intraprendere strade per la redistribuzione dei redditi. Ma la storia smentisce tutto questo. Nel 1993 si sono rivelati fallimentari la firma del protocollo e la politica dei redditi che prometteva uno scambio politico importante, contrazione dei salari per un breve-medio periodo in cambio di welfare e maggior partecipazione e democrazia per i lavoratori. Lo “scambio” politico non è avvenuto, se non con un intervento minimo che ha portato all'istituzione delle rappresentanze sindacali unitarie (RSU). Inoltre, non si è trattato di un patto a breve termine.

A quasi vent’anni da quel patto, si pone l’esigenza di una riflessione sul ruolo del sindacato. La domanda da porsi è “quale sindacato?” ovvero: pensare a un sindacato che all’interno di perimetri rigidi possa svolgere il solo compito redistributivo, come è avvenuto in questi anni quando ci sono state le opportunità, oppure a un sindacato rivendicativo e partecipato, capace di mettere in campo meccanismi innovativi, in grado di migliorare le condizioni materiali dei lavoratori? In questi anni abbiamo visto un ripiegamento sul fronte sindacale, un’empasse in cui gli unici risultati, peraltro molto residuali, sono stati quelli che riguardavano il recupero dell’inflazione in sede di contrattazione. Questa chiusura è anche la conseguenza del protocollo ’93. Nessuno spazio in sede contrattuale per diritti, innovazione, democrazia e organizzazione del lavoro. Un ripiegamento che non lascia spazio al sindacato per svolgere il ruolo di soggetto attivo di innovazione e di avanzamento in termini di diritti e partecipazione. L’attacco frontale alla contrattazione collettiva nazionale è l'atto finale dello smantellamento del sindacato. Il contratto collettivo nazionale deve essere rimesso al centro dell’azione sindacale, esteso e applicato a tutti, capace di introdurre innovazioni in termini di democrazia e diritti, non solo di tutele. Proprio come accadeva con la conquista del contratto nazionale, bisogna riprendere la politica dei “piccoli focolai”, ovvero quelle buone pratiche che vengono conquistate e sperimentate azienda per azienda, e che portano all'universalizzazione dei diritti per contrastare le derive corporative, anche nella crisi.

Il taglio dei salari prosegue dal 1992; per questo informiamo i “professoroni” che la politica di Tabellini (e soci) è stata già attuata e ha prodotto risultati devastanti. Il contributo dei lavoratori è ingente, già dopo due anni dalla sigla del protocollo i trasferimenti dal basso verso l'alto erano di oltre 50 miliardi, fino a più di 75 miliardi l’anno nel triennio 2000-2002 e attorno ai 68 miliardi l’anno tra il 2003 e il 2007. Ora, il valore cumulato di questi ‘trasferimenti impliciti’ operati automaticamente dal modello contrattuale italiano nel periodo dal 1993 al 2012 ammonta a ben 1.069 miliardi di euro (come ci spiega Leonello Tronti su Sbilanciamoci).

A questo processo vanno aggiunti altri due meccanismi che hanno prodotto la contrazione dei salari. In primo luogo, la precarizzazione del lavoro e l’enorme aumento della disoccupazione, che hanno creato un effetto di progressiva riduzione degli stipendi data dall’assenza di standard e minimi retributivi e dall’enorme esercito di riserva cui si può attingere a prezzi stracciati.

In secondo luogo, bisogna valutare le conseguenze del blocco della contrattazione nel pubblico impiego. Dal 2009 i 3,3 milioni di lavoratori statali hanno ceduto allo Stato 11,5 miliardi di euro per effetto del blocco della contrattazione, una perdita del salario reale del 14,6%. Basta leggere questi dati per far cadere un altro totem neoliberista – ormai divenuto popolare: che i lavoratori pubblici sono i più garantiti.

La strada da intraprendere è un’altra e riguarda la riduzione degli orari di lavoro a parità di stipendio e l’aumento della produttività attraverso l’innovazione e la sostenibilità del lavoro. Questo processo passa anche dal modello contrattuale, dalla centralità della contrattazione collettiva nazionale e dalla capacità di quest’ultima di costruire relazioni industriali e rapporti di forza diversi. In questo Paese più che in altri, i lavoratori hanno dimostrato che attraverso il conflitto sociale si producono innovazione e avanzamenti. Il rilancio dell’economia però passa indubbiamente anche da un forte intervento pubblico. Uscire da questo cul de sac è possibile solo attraverso la costruzione di alleanze orizzontali tra i soggetti indeboliti dalla crisi, come sostenuto anche nei giorni scorsi. È necessario rifiutare queste logiche e mettere in piedi processi virtuosi capaci di aumentare la produttività, migliorare le condizioni di chi lavora e seguire processi di innovazione, ricerca e sviluppo verso un nuovo paradigma produttivo.

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