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La falsa coscienza di Tabellini parla spagnolo

La falsa coscienza di Tabellini parla spagnolo

"Dopo qualche giorno interveniamo per rispondere alle dichiarazioni che Guido Tabellini ha rilasciato in un’ intervista per Il Fatto Quotidiano. Abbiamo preso un po' di tempo per proporvi una riflessione articolata che si muove su due direttrici: da un lato la mistificazione della realtà che passa attraverso il dogma neoliberista imposto nella crisi come paradigma di risoluzione delle sua stessa crisi, in cui vogliamo evidenziare come la compressione di salari e l'eliminazione di diritti produce un deterioramento delle condizioni dei lavoratori e dall'altro lato come questo processo di deregolamentazione del lavoro sia nella realtà già in atto da più di un decennio nel nostro Paese e altrove. Seguiranno due articoli, il primo dal titolo «La falsa coscienza di Tabellini parla lo spagnolo» che mette in luce l’ennesima prova dei limiti dell'ideologia dominante e un secondo articolo dal titolo «L'indebolimento della contrattazione che ha impoverito i lavoratori» in cui si evidenzia come si siano ristretti i salari dei lavoratori e in che modo l’attacco alla contrattazione collettiva rappresenti un’ulteriore limitazione nei rapporti di forza tra capitale a lavoro a svantaggio delle classi lavoratrici”

L’attacco alla democrazia degli ultimi sei mesi appare come il più spietato degli ultimi decenni. Dopo la riforma del Senato, non più elettivo e che richiama il progetto piduista, il governo Renzi è deciso a chiudere il cerchio con l'attacco frontale ai diritti dei lavoratori, iniziato con il decreto Poletti e che si concluderà con la legge delega.

Ma nella pausa ferragostana, altri due vecchi mantra delle politiche liberiste hanno trovato posto nel dibattito quotidiano: la modifica dell’articolo 18 (di cui abbiamo già parlato qui) e infine l’idea proposta da Tabellini di rilanciare la svalutazione interna, comprimendo i salari e riducendo i contributi sociali delle imprese (a favore dei lavoratori) al fine di minimizzare i costi di produzione e rilanciare la competitività perduta, ritrovando finalmente la luce in fondo al tunnel della crisi.

Tabellini propone un modello di regolazione sociale in cui il lavoro perde la sua centralità e diventa progressivamente il canale privilegiato di riproduzione delle disuguaglianze di reddito e di opportunità, attraverso l’impoverimento involontario delle classi lavoratrici. Dopo sei anni di crisi abbattutasi immeritatamente proprio sui lavoratori e sui ceti meno abbienti, siamo di fronte al fideismo più ortodosso. I suoi proseliti, o peggio ancora i suoi sacerdoti, sono proprio quei “professoroni” che continuano a negare l’evidenza delle cause stesse della crisi, riproponendole come soluzione. Vengono ignorate le contraddizioni proprie di un sistema che ha investito esclusivamente sulla dimensione dell'accumulazione, riducendo negli anni la capacità di creare ricchezza attraverso l’aumento dei salari, una sostenibile redistribuzione del lavoro e un’innovazione dei processi produttivi a favore della finanziarizzazione dei redditi delle famiglie e dei profitti industriali. Senza alcuna sfrontatezza gli stessi si nascondono dietro a quel velo di falsa coscienza che pervade l’ideologia liberista, pronta a derogare alle proprie regole solo se esiste ancora qualcun altro da sacrificare, quel qualcuno che si trova sempre dalla stessa parte, oggi più che mai sull’orlo di quel precipizio chiamato “povertà”, a lottare contro l’esclusione sociale.

E’ così che Tabellini neppure cita la possibilità per lo Stato di provvedere eventualmente a defiscalizzare quelle imprese che investono in processi nuovi, magari ecologicamente sostenibili, accollandosi oggi i costi per la domanda di consumo futura - senza intaccare i diritti dei lavoratori- e lasciare poi al mercato la decisione di espellere quelle imprese che non abbiano saputo adattarsi ai nuovi indirizzi e su queste basi competere sul mercato nazionale ed internazionale. Quando si afferma che bisogna rilanciare la competitività delle “nostre” imprese tramite un aumento della produttività, in pochi ricordano che anche nel periodo pre-crisi, in Italia l’investimento privato per abitante in ricerca e sviluppo è stato circa la metà rispetto alla media dell’area euro.

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E’ stato quindi possibile per i proprietari di capitale accrescere il loro stock lontano dalla funzione produttrice del capitale stesso, cioè reinvestendo i profitti al fine di aumentare la produttività dei propri processi. E se da un lato i capitalisti non hanno mai smesso di comportarsi come tali, dall’altro, i Governi che si sono succeduti non hanno neppure opposto resistenza attraverso una funzione meramente redistributiva. E’ ormai noto, infatti, che la tassazione sui profitti è diminuita negli ultimi vent’anni, mentre quella sui redditi da lavoro non ha mai subito una battuta d’arresto. E’ così che il peso della redistribuzione è ricaduto relativamente più sui chi ne avrebbe dovuto beneficiare, attraverso lo stato sociale.

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Di certo non possiamo chiedere all’ex-rettore della Bocconi di riflettere sulla necessità, prioritaria e ambiziosa, di un intervento diretto dello Stato attraverso investimenti mirati tra i diversi settori produttivi creando e orientando la produzione stessa, in un periodo in cui le imprese non trovano l’incentivo ad investire poiché gli scambi che interverrebbero sui mercati non sono sufficienti a garantire un rendimento consono alle proprie aspettative di profitto e un cittadino su sei è in condizioni di povertà. Ancora più surreale pensare che il professore guardi a un rilancio dell’economia trainato dalla domanda interna: investimenti privati, un forte intervento pubblico e la domanda da parte dei cittadini che oggi dispongono sempre meno di fonti di reddito e sempre meno ne disporranno a seguito di un’ennesima compressione dei salari. Infatti, la visione tabelliniana prescinde da questa base, ponendo quale panacea la domanda estera, in un momento in cui perfino in Germania la crescita del Pil si ferma mentre corrono le disuguaglianze.

Perseverare è diabolico ma non per Tabellini, che nella stessa intervista si lancia in un elogio della riforma del lavoro spagnola, a suo dire tra i capisaldi della acclamata (sic!) ripresa economica iberica.

Ma è proprio l’esempio spagnolo che ci spiega quanto l’idea tabelliniana sia intrisa di una visione che esaspera le condizioni di disagio economico e sociale, di un conflitto che, nonostante l’attuale frammentazione, sarà difficile disinnescare. Nel suo ultimo rapporto sulla Spagna, il Fondo Monetario Internazionale elogia la ripresa in atto, con una crescita dell’1,2% nel primo semestre del 2014 e (sulla carta) una riduzione notevole della disoccupazione. Convinti dei propri successi, gli avvoltoi della Troika ritengono doveroso continuare il percorso delle riforme tra cui quella del lavoro. Ecco dunque le raccomandazioni: da un lato, ridurre i contributi sociali delle imprese per garantire maggiore occupazione dei soggetti meno specializzati e dall’altro, lasciare piena libertà alle imprese di adattare salari e ore lavorate per superare la dualità del mercato del lavoro. Certo, viene anche suggerito di bilanciare questi tagli di reddito futuro con prestazioni indirette a carico dello Stato, che però deve continuare a mantenere in ordine i conti e quindi non avrà la possibilità di aumentare la spesa per il welfare, lasciando che i contributi utili per le pensioni di domani diminuiscano.

Tabellini incarna il paradosso di una falsa coscienza illuminata che, per citare Zizek, sa riconoscere la falsità, essendo consapevole dell’interesse particolare che si cela dietro l’universalità ideologica, ma non è disposta a rinunciarvi.

Così anche il governo spagnolo che oggi si crogiola dei propri risultati è presto smentito. Come fu in Germania per i mini-job, anche in Spagna, oggi, viene considerato come creazione di lavoro, un’occupazione a 10 ore settimanali. Così mentre viene chiusa una posizione lavorativa a tempo pieno (40 ore), qualcuno ha il coraggio di annunciare la creazione di ben due posti di lavoro, nonostante le ore lavorate siano solo 20 nello stesso arco di tempo. E’ la denuncia del prof. Roberto Centeno che, nel suo blog, spiega come i posti di lavoro effettivamente creati quest’anno sono circa un decimo di quelli proclamati dal governo (71.000 contro 600.000 annunciati dal governo) e il totale delle ore lavorate sono realmente diminuite di 3,8 milioni. Inoltre, i salari continuano a diminuire fino a rendere normale una situazione in cui la retribuzione per questi nuovi lavori è circa 500 euro al mese. Come dargli torto quando spiega che questo sistema, aiutato dalle riforme strutturali volute dalla Troika, sta nei fatti producendo una società di reietti (i paria) senza speranza?!

Ma questo non è che l’ultimo tassello di un progetto ormai trentennale che abbraccia le politiche e le riforme del lavoro di buona parte dell’Europa. Uno studio sulla liberalizzazione del mercato del lavoro, avvenuta nel 1984, in Spagna, ripreso da lavoce.info qualche mese fa, evidenzia come già soltanto la possibilità per le imprese di reiterare contratti a tempo determinato crei di fatto una condizione di precarietà lavorativa e reddituale. Coloro che sono affetti dalla riforma non solo lavorano meno, perché dati i contratti a termine è più alta la probabilità di perdere lavoro, ma percepiscono un salario orario nettamente inferiore, circa l’11,8% in meno, a quello corrisposto ad un lavoratore a tempo indeterminato. Differenze sostanziali esistono anche nel mercato italiano dove, secondo il Rapporto Annuale dell’Istat (2013) [pag 103] i lavoratori a tempo determinato percepiscono mensilmente il 30% in meno dei colleghi con contratti standard.

Seguire le proposte di Tabellini o del FMI servirebbe soltanto ad esasperare questa situazione, permettendo alle imprese di godere di un potere contrattuale cospicuo nella definizione delle retribuzioni. I datori di lavoro, forti non soltanto della possibilità di offrire contratti a tempo determinato, parasubordinati e atipici, ma anche di un ingente “esercito di riserva” (i disoccupati), avranno pochi scrupoli nell’offrire salari ben inferiori a uno standard dignitoso, di fatto aumentando i contratti atipici e innescando un meccanismo concorrenziale al ribasso tra questi e i potenziali lavoratori standard.

Opporsi a queste derive antisociali è la prima responsabilità storica che sia i sindacati sia le forze politiche di sinistra devono affrontare come base di partenza per la propria legittimazione sociale ancor prima che elettorale per dare vita a un nuovo modello economico e sociale.

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