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Pussy Riot, la musica che non piace allo zar

pussy

St. Maria, Virgin, Drive away Putin Drive away! Drive away Putin!

Si apre con un'esplicita esortazione alla Vergine Maria la “preghiera punk” che, nel febbraio scorso, è costata l'arresto per tre componenti della band russa Pussy Riot, accusate di comportamenti violenti e oltraggiosi. Il brano è un atto di accusa ai rapporti tra il presidente russo Putin e la chiesa ortodossa, tant'è che il Patriarca di Mosca, il 21 febbraio, ha condannato il gesto artistico dicendo che “non abbiamo futuro se permettiamo che ci si prenda gioco di grandi luoghi sacri”. Nei mesi, si sono moltiplicate le richieste di clemenza e gli appelli a favore delle tre ragazze, da Bjork ai Red Hot Chili Peppers, da Peter Gabriel a Patti Smith fino a giungere a Madonna, le cui dichiarazioni sono arrivate nello stesso giorno della requisitoria del pubblico ministero, che ha richiesto una condanna a tre anni di reclusione. A favore delle Pussy Riot si è schierata anche Alla Pugačëva, cantante pop russa, protagonista di reality show e programmi musicali, quindi con un forte appeal sull'opinione pubblica. E dall'Italia è arrivata la provocazione di Elio e le storie tese che “ammirano e sostengono le colleghe [...] Pussy Riot, arrestate, attualmente detenute, sottoposte ad angherie e soprusi e mandate a processo dal regime del karateka fascistone Putin”. La band italiana rievoca il fantasma di Leonida Breznev e conclude: “In qualità di musicanti che, come Maria, Nadezhda e Yekaterina, hanno spesso cantato le miserabili gesta di similari pupazzi e pupazzetti, gli EelST adottano simbolicamente il nome di battaglia di Pistulino Riot fino all’avvenuta liberazione delle colleghe”. Anche Amnesty International si è mobilitata per la liberazione delle ragazze: è possibile aderire alla petizione tramite il sito freepussyriot.org

Quella delle Pussy Riot non è ovviamente l'unica storia di censura nella Russia di Putin. A metà anni Novanta e per tutto il decennio successivo, ritroviamo nelle manifestazioni di piazza due tra i musicisti più significativi del panorama russo, Sergey Kuryokhin e soprattutto Egor Letov. Quest'ultimo, in particolare, è stato protagonista di una critica a sinistra del sistema sovietico, tanto da essere internato in un manicomio nel 1985. Caduto il Muro e dissolta l'Unione Sovietica, Letov ha continuato a criticare dapprima Eltsin e poi Putin, arrivando a dichiararsi un nostalgico dello stalinismo e guadagnandosi per questo le attenzioni della polizia russa, fino alla prematura morte avvenuta nel 2008.

È poi di questi giorni la notizia dell'arresto e del processo per direttissima dei componenti del duo hip hop Makulatura, arrestati durante un'esibizione in un festival moscovita in quanto rei di aver scritto e cantato brani contro Putin definiti “ingiuriosi” e dal “linguaggio osceno e blasfemo”. Lo scorso anno, oggetto dell'attenzione della polizia russa erano stati Psikhea e Gash Riot.

Ovviamente, la “liberale” Russia di Putin non ha reso difficile la vita solo dell'opposizione musicale: basti pensare agli eclatanti casi della morte della giornalista Anna Politkovskaja o di una delle madri delle vittime della tragedia del sottomarino K-141 Kursk, sedata con un'iniezione mentre urlava la propria rabbia davanti alle telecamere. Come se nulla fosse cambiato nell'ultimo ventennio.

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