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L’inconveniente di sopravvivere: silenzi e omissioni a un mese dalla strage di Lampedusa

L’inconveniente di sopravvivere: silenzi e omissioni a un mese dalla strage di Lampedusa

A un mese esatto dalla tragedia di Lampedusa, 108 dei migranti eritrei sopravvissuti non hanno potuto godere del privilegio concesso con grandi proclami dal Presidente del consiglio Letta alle 366 vittime, insignite dell’onore della cittadinanza italiana. Una macabra beffa con cui il buon cuore del governo ha subito inteso riverniciare la vecchia e cattiva coscienza di una classe politica, in prima fila tra i ranghi delle larghe intese, responsabile di quelle leggi che oggi chi per un improvvido scherzo del destino è rimasto in vita è costretto a scontare, lontano dagli incensi delle commemorazioni e dalla profusione di promesse a buon mercato. 

Sono ancora lì, quei 108 sopravvissuti: fra i 770 migranti stipati nel famigerato centro di prima accoglienza della Contrada Imbriacola, denunciato più volte negli scorsi anni come esempio del modello concentrazionario di accoglienza in Italia. Una quarantina di bagni alla turca, altrettanti lavandini, una decina di docce, e 300 comodi posti letto con vista sul mare, senza contare le decine di materassi accatastati per terra nei cortili esterni dove chi è rimasto fuori può costruirsi la propria tana nella speranza che non piova. Speranze non sempre realizzabili anche in un paradiso del Mediterraneo come Lampedusa: venerdì scorso, infatti, una pioggia torrenziale ha sommerso il centro, lasciandone gli ospiti nel fango.  

Una scena che di certo avrebbe colpito ancora di più la notoria sensibilità mostrata dal ministro Alfano, dal Presidente della Commissione europea Barroso e dal commissario per gli affari interni dell’UE Malmström quando, a pochi giorni da quel 3 ottobre, si sono precipitati a Lampedusa per esprimere il loro cordoglio per le vittime e assicurare, nei rispettivi ruoli, che né il governo italiano né l’Unione europea sarebbero rimasti impassibili di fronte a una simile tragedia. Una così sincera umanità che i morti avranno di certo apprezzato, ma che gli ingrati lampedusani hanno rispedito al mittente rovinando la passerella appena lustrata per quegli illustri ospiti e rinfacciando loro i sistematici silenzi e omissioni, voluti e perpetrati, dopo tanti anni e al cospetto di numeri (più di 6.800 dal ’94 secondo fortresseurope.blogspot.it) che fanno del Mediterraneo la più grande fossa comune d’Europa.      

Oggi quei sopravvissuti potranno partecipare alle commemorazioni che avranno luogo nell’isola: un privilegio che non è stato loro concesso quando il 21 ottobre a San Leone, vicino Agrigento, sono stati celebrati i funerali di quei compagni di viaggio, familiari, genitori e figli che sono rimasti in mare. Sfileranno ancora rappresentanti delle istituzioni, si leveranno ancora appelli ai diritti umani e i più audaci, come il Presidente della Regione Crocetta, si scaglieranno contro la politica dei respingimenti e contro Frontex. 

Ma pochi riserveranno forse un ricordo ai vivi: a quei sopravvissuti che dopo la cerimonia dovranno passare un’altra notte nella speranza che non piova ancora, chiedendosi perché nessuno dica loro ancora nulla di ciò che li attende, perché non venga dato loro il diritto di abbandonare quell’isola. Ma ai vivi, a questi vivi, non spettano le cerimonie di Stato, né possono queste persone costituire un problema per la politica “del giorno dopo”, quando in breve tempo svanirà dalle prime pagine il loro ricordo e, con quello, anche la responsabilità di quelle leggi che li degradano. Così funzionano le commemorazioni: si celebrano solo in occasione della data in cui cade la ricorrenza.

Forse non si può dare apertamente del razzista a chi non fa quanto dovrebbe e si è impegnato a fare perché mai più si ripetano simili tragedie. Ma chi da anni persevera senza muovere un dito, pur avendo la possibilità di farlo, è almeno complice di chi vuole che quelle leggi, dalla Bossi-Fini fino alle (non) leggi sulla gestione dei flussi migratori in Europa, non cambino. Ed esiste forse un modo per noi di non essere del tutto complici di questo tetro gioco fatto di promesse, rimozioni e continue morti; noi che siamo chiamati a votare di tanto in tanto e che il prossimo maggio dovremo votare per il rinnovo del Parlamento europeo. Ad esempio denunciare, con nome e cognome, chi ha potuto e non ha fatto. I nomi di chi ha composto la maggioranza del governo delle larghe intese: lo stesso che si è fregiato della lungimiranza di annoverare per la prima volta un ministro di colore all’Integrazione per poi non muovere un dito per un reale superamento della Bossi-Fini, né avanzare in Europa un serio piano per l’apertura di un corridoio umanitario per i migranti provenienti dai teatri di conflitti e guerre. I nomi di chi tra le principali forze politiche nel Parlamento europeo, come i popolari e i socialisti, non ha sinora mai condotto un’autentica battaglia per fare dell’integrazione dei migranti una questione politica al centro dell’agenda europea. 

Rimettere al centro del dibattito per le prossime elezioni europee la questione, tutta europea, dell’integrazione e tutela dei migranti, è adesso la sola vera commemorazione di cui quei sopravvissuti di Contrada Imbriacola hanno bisogno: l’unica che i cittadini e le forze sociali solidali con la loro causa possono e devono rimettere in cima all’agenda delle priorità per un’Europa diversa. L’unica a partire dalla quale si può e si deve giudicare chi in questi anni è stato complice. 

Proprio oggi un altro barcone con più di 200 migranti è sbarcato a Lampedusa, mentre si svolgeva la commemorazione del 3 ottobre. A quanto pare, tutte le persone a bordo sono state tratte in salvo. Non possono immaginare in che modo la loro dignità di rifugiati verrà uccisa da adesso e quanto, ironia del destino, sarebbe stato facile per loro ricevere gli onori della cittadinanza e le lacrime dello Stato, se soltanto fossero morti.

 

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