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CIE e migranti: il punto sulla situazione italiana

CIE e migranti: il punto sulla situazione italiana

Ogni anno in Europa migliaia di migranti sono detenuti in centri chiusi fino a 18 mesi per il solo motivo di non avere il permesso di soggiorno, senza avere commesso alcun reato. Ogni anno il nostro Paese, l’Italia priva della libertà di muoversi migliaia di stranieri colpevoli di essere irregolari e clandestini, ovvero secondo il sistema dominante,  criminali in quanto privi di documenti che certifichino la regolarità sul territorio. Ma come possiamo definire un essere umano  irregolare? Com’è possibile che un sistema reputi criminale un individuo, indipendentemente dalle azioni e dai comportamenti che mette in atto?

Essere clandestini o irregolari (la differenza sappiamo essere sottile, in quanto il clandestino è colui che entra illegalmente all’interno di un paese, mentre l’irregolare entra regolarmente, ma diviene irregolare in seguito alla perdita del permesso di soggiorno) comporta non solo il godimento di un numero ristretto, sempre più ristretto di diritti, bensì presuppone l’idea di una irregolarità insita nell’essere umano, nella persona stessa, come una macchia indelebile, una colpevolezza da criminalizzare, da condannare. 

Così l’irregolare viene rinchiuso all’interno di una struttura chiamata CIE (centro di identificazione ed espulsione): al 2012 sono 473 i centri censiti dalla rete Migreurop negli stati europei e nei paesi confinanti per una capienza di circa 37.000 posti.

I CIE sono veri e propri campi di detenzione, privi di regolamenti interni condivisi, fallaci nella tutela degli individui, incapaci di rispondere alle esigenze di assistenza, vera e propria tragedia della civiltà occidentale. Colui che non è desiderato, colui che è non è previsto dal sistema, colui che è debole  e privo di mezzi per difendersi viene semplicemente richiuso all’interno di edifici: nascondere il problema, come se un muro, il silenzio, il tentativo di invisibilità potessero davvero svolgere una funzione deterrente, al fine della tutela della sicurezza e della pace pubblica.

A pochi giorni dalla nascita del governo Letta e dalla notizia della divulgazione di una “Relazione sui CIE” coordinata da una task-forceindicata dal Ministero dell’Interno e coordinata dal Sottosegretario Ruperto, la campagna LasciateCIEntrare e tutte le associazioni che ne compongono il comitato promotore hanno fatto luce sulle criticità del documento proponendo, come da anni stanno facendo, soluzioni alternative ad un sistema di detenzioni amministrative incentrato su forme moderne e legalizzate di violazioni dei diritti umani.

La Commissione governativa è nata con il compito di analizzare la situazione in cui versano i CIE italiani, ovvero vagliare i caratteri normativi, organizzativi e gestionali dei Centri di identificazione ed espulsione dislocati sul territorio italiano, al fine di elaborare proposte normative atte a migliorarne l’operatività, assicurandone al contempo l’uniformità di funzionamento a livello nazionale. 

L’istituzione di un organo, quale la Commissione volto ad analizzare ed individuare nuove e  funzionali prassi non è una novità nel panorama italiano: già nel 2006 venne istituita la “Commissione De Mistura”, commissione mista, ovvero composta da membri ministeriali e da appartenenti all’associazionismo: e proprio questa è una delle centrali  peculiarità che contraddistinguono le due commissioni, ovvero l’assoluta segretezza e unilateralità della task-forceguidata da Ruperto, caratterizzata da una composizione omogenea ed interna, quindi da uno sguardo fisso e limitato.

Da ricordare come la “Commissione De Mistura” operò con rigore metodologico, visitando i centri, incontrando prefetture, questure ed ascoltando le associazioni coinvolte, gli enti locali e le persone trattenute, al contempo esaminando documenti, raccogliendo dati anche per mezzo di apposite schede di rilevazione. Il tutto avvenne nell’ottica di un lavoro pubblico e trasparente. 

Trattandosi di un’esperienza positiva pareva ovvia la continuazione sulla scia proposta dalla Commissione De Mistura da parte della successiva Commissione task-force.Tale ovvietà e razionalità mal si addice però al modello politico italiano, che ancora una volta sembra dimenticare (o resettare)  i progressi del passato prossimo.  E così facendo i metodi ed i contenuti a buon ragione condivisibili e perseguibili, sono invece stati scartati dall’ultima Commissione, la quale non solo non si è affidata ad una buona e giusta prassi, bensì ha spudoratamente pubblicato le conclusioni durante una fase particolarmente delicata di paralisi governativa con annessa rielezione del Capo dello Stato.

Uno dei temi centrali affrontati dalla Commissione De Mistura, totalmente ignorati dalla task-forcedel giugno 2012 riguarda proprio la detenzione amministrativa, ad oggi prassi istituzionalizzata, ma non per questo adatta a rispondere alle evoluzioni della società ed al centrale rispetto dei diritti umani. La Commissione del Viminale non si è limitata ad un tale scempio: silenzio cade sulla doppia vittimizzazione delle donne trattenute, molto spesso prima vittime del sistema dello sfruttamento sessuale e lavorativo e successivamente della situazione di isolamento nell’ipotesi di indole non pacifica.

Siccome la crisi pende sulle teste del popolo italiano, come non evidenziare lo stanziamento di 13 milioni di euro volti a sostenere un sistema, quello dei CIE che costa allo Stato molto di più di quanto possa essere onerosa la regolarizzazione di coloro i quali hanno il diritto, non essendo un pericolo per la società e l’ordine pubblico di vivere dignitosamente, senza correre il rischio di essere vittime di violazioni non condannate e di persecuzioni e limitazioni alle libertà essenziali.

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