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Viva Napoli, viva l’Italia! [Quattro giornate di Napoli #4]

  • Scritto da  Alessandro Bonvini e Federico Esposito
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Viva Napoli, viva l’Italia! [Quattro giornate di Napoli #4]

Quattro giornate, quattro storie. E’ così che celebriamo una delle pagine più belle della resistenza al nazifascismo in Italia. In ricordo delle ”Quattro giornate di Napoli” pubblicheremo un pezzo al giorno, raccontando la guerriglia di popolo che ha liberato il capoluogo partenopeo. Storie di scugnizzi e ribellioni, di lotta armata, di sassi e di fantasia. Storia di Napoli e di partigiani veri, di madri e figli, di padri che non possiamo dimenticare

Leggi anche la parte 1parte 2, parte 3.

Il ponte era lì, a pochi passi da Santa Teresa degli Scalzi, dove perdeva la vita il piccolo Gennaro Capuozzo. Lenuccia accorse insieme agli altri. Tutti uniti a cacciare il nemico, in qualunque modo. Dalle finestre, dai tombini, dalla strada. L’assedio partigiano salvò il ponte. Le operazioni condotte da Carlo Cerasuolo, ancora ferito, Vinicio Giacomelli e Dino Del Prete. Lenuccia sparò ancora, insieme agli altri. I tedeschi furono battuti. Ci sarebbero stati altri tre giorni di battaglia.

30 settembre. Le ore della resa. I tedeschi erano ormai in ritirata, gli alleati si avvicinavano alle porte di Napoli e la città cominciava a fare i primi conti con la libertà conquistata. Ma le schermaglie continuarono per tutta la giornata: giorno di odio e di vendette.  Di infami stragi commesse per ritorsione. Come quella che colpì i fondi dell’Archivio di Stato di Napoli, nella villa Montesano. E, ancora, di ultimi combattimenti. Come quello nella masseria Pezzalonga, dove perse la vita il diciottenne Adolfo Pansini, il giovane partigiano, mazziniano di spirito e azionista di formazione: lontano dai cliché dello scugnizzo e strenuo difensore della causa repubblicana.

Al tramonto il colonnello Scholl, preceduto da due mezzi pesanti, lasciò il capoluogo campano. I soldati nazisti stavano ormai ultimando la loro ritirata, ufficializzata solo il giorno dopo dal maresciallo Albert Kesselring quando anche gli alleati avevano fatto ingresso a piazza Municipio. Il giorno della liberazione poteva dirsi arrivato, ma quel giorno la libertà era il contraltare di un’angoscia ora sopita e non del tutto estinta. Napoli era un corpo martoriato che masticava l’amaro delle sue sofferenze. Un terzo degli edifici era pericolante o distrutto, il porto era un mortifero ammasso di metallo schiacciato, il virus del tifo petecchiale pullulava senza distinzione di classe e quartiere.

Liberate le strade, restavano da liberare le vite. L’accoglienza ai “’merecani” fu un tripudio. La gente si riprese vicoli e piazze e tornò a sorridere. Per alcuni giorni si registrarono ancora bombardamenti da parte della Lutwaffe che ora colpiva dal cielo e la città si trasformò in un enorme mercato a cielo aperto, dove l’arte dell’arrangiarsi si imponeva al cospetto della miseria, tra contrabbando americano, mercato nero e malaffare locale. Restava però il senso di una vittoria collettiva che il popolo aveva combattuto da solo, stanco di aspettare lo sbarco alleato che da Salerno tardava ad arrivare. Quella Napoli si riscoprì città rivoluzionaria, che male aveva sopportato il fascismo e che ancora oggi, quando vuole, scaccia rassegnazione e abitudine con lo spirito che fu di Masaniello.

Le Quattro Giornate, la rivolta, la resistenza. Per le strade, per i vicoli e per le piazze dal 27 al 30 settembre avevano combattuto oltre 1500 napoletani. I morti, che si aggiungevano alla atroce lista di quelli dei bombardamenti delle settimane precedenti e di quelle che seguirono, furono circa 160.  Il loro fu il sacrificio di una parte della città che decise di opporsi al futuro di “cenere e fango” che Hitler le aveva prospettato. Il grido “Viva Napoli, viva l’Italia!” fu più forte di ogni corazzata.

Settanta anni dopo abbiamo voluto ricordare con questo speciale. Non solo per commemorare il passato ma soprattutto per coltivare il presente. Abbiamo ripercorso le “Quattro giornate” di Napoli per partecipare ad un impegno della memoria che, per noi, deve essere sforzo collettivo; la resistenza è anche quanto di essa resta vivo nella storia di questo paese. Lasciando a quattro racconti il piacere di narrarci quei giorni di lotta che divennero giorni di libertà

Per questo ci piacerebbe chiudere con le parole di quel romanziere.

Giuseppe Capano, di anni 15, si è infilato sotto i cingoli di un carro armato, ha disinnescato una bomba a mano ed è riuscito da dietro prima dell'esplosione. Assunta Arnitrano, anni 47, dal quarto piano ha tirato una lastra di marmo presa da un comò e ha scassato la mitragliatrice del carro armato. Luigi Mottola, 51 anni, operaio delle fogne, ha fatto saltare una bombola di gas spuntando da un tombino sotto la pancia di un carro armato. Uno studente di conservatorio, Ruggero Semeraro, anni 17, aprì il balcone e attaccò a suonare al pianoforte La Marsigliese, quella musica che fa venire ancora più coraggio. Il prete Antonio La Spina, anni 67, sulla barricata davanti al banco di Napoli gridava il salmo 94, quello delle vendette. Il barbiere Santo Scapece, anni 37, tirò un catino di schiuma di sapone sul finestrino di guida di un carro armato che andò a sbattere contro la saracinesca di un fioraio. La mira dei nostri cittadini era diventata infallibile nel giro di tre giorni. Le bottiglie incendiarie facevano il guasto ai carri armati, li accecavano di fiamme. Ero diventato esperto nel farle, ci mettevo dentro qualche scaglia di sapone per fare attaccare meglio il fuoco. Il diesel ce lo avevano dato i pescatori di Mergellina, che non potevano uscire per mare a causa del blocco del golfo e delle mine. Sei persone in mezzo a una folla pronta inventavano la mossa giusta per inguaiare un reparto corazzato del più potente esercito che da solo aveva conquistato mezza Europa".

Viva Napoli, viva l’Italia!

Viva la resistenza.

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