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La prima scintilla che infiammò la resistenza [Quattro giornate di Napoli #1]

  • Scritto da  Alessandro Bonvini e Federico Esposito
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quattro giornate napoliQuattro giornate, quattro storie. E’ così che celebriamo una delle pagine più belle della resistenza al nazifascismo in Italia. In ricordo delle ”Quattro giornate di Napoli” pubblicheremo un pezzo al giorno, raccontando la guerriglia di popolo che ha liberato il capoluogo partenopeo. Storie di scugnizzi e ribellioni, di lotta armata, di sassi e di fantasia. Storia di Napoli e di partigiani veri, di madri e figli, di padri che non possiamo dimenticare.

“Datece l’uommene nuoste!” avevano gridato le donne di piazza Giardinetto, quel livido pomeriggio di fine settembre 1943, mentre liberavano i loro uomini sequestrati sul camion. Da quando era stato firmato l’armistizio di Cassabile, i rastrellamenti a tappeto, le esecuzioni indiscriminate e i saccheggi selvaggi avevano segnato il confine della città sconfitta: con la rabbia che sempre più velocemente saliva dal ventre dei suoi vicoli, delle sue strade, dei suoi cortili.

Da quel giorno l’esasperazione contro l’odiosa occupazione nazista divenne insurrezione popolare. Le voci si rincorrevano, i colpi fischiavano e la città si consumava, a metà tra l’infamia di chi la stava calpestando e l’orgoglio di chi la voleva risollevare. Erano diverse ore che in città s’era diffusa la speranza di un imminente sbarco alleato, forse a Bagnoli, forse a Pozzuoli; ma in molti s’erano decisi a cacciare via i soldati nazifascisti. E le “Quattro giornate” esplosero, lì nel quartiere Vomero, l’elegante acropoli della città che tutto vedeva e tutto sorvegliava dall’alto, il 27 settembre. Alcuni giorni prima circa 200 giovani, per sfuggire al reclutamento tedesco, si erano rifugiati in un podere della zona, in contrada Pagliarone, dove silenziosamente attendevano l’evolvere dei combattimenti. Nel primo pomeriggio del 28 settembre alcuni di loro erano riusciti ad intercettare un delatore  della zona, Vincenzo Calvi. Mentre lo avevano bloccato, a pochi passi dal loro rifugio, alla fine di via Belvedere del Vomero comparve una motocicletta tedesca. I partigiani fecero fuoco e il soldato tedesco che la guidava cadde morto. Fu in quel momento che il tenente Enzo Stimolo divenne eroe della resistenza al Vomero.

Immediatamente le sparatorie lacerarono l’aria cupa della collina, il fumo copriva l’orizzonte e il Vomero, tra piazza Medaglie d’oro, la zona di san Gennaro ed Antignano, divenne campo di battaglia. I tedeschi avevano risposto all’attentato prendendo in ostaggio 47 persone e rinchiudendole all’interno dello stadio del Littorio, sede del loro distaccamento. Dopo un giorno di interminabili di scontri e proiettili, i partigiani napoletani decisero di prendere l’iniziativa, fissando la loro sede centrale nel liceo Sannazzaro, mentre il professore Tarsia in Curia assumeva la guida politica delle azioni, riunendo le forze nel “Fronte unico rivoluzionario”, ed Enzo Stimolo ne prendeva invece il comando militare. Le “Quattro giornate” erano iniziate. L’urgenza della lotta chiamò il valore suo e quello dei suoi uomini.

Per superare la reazione nazista era necessario cacciare via i tedeschi; e per cacciare via i tedeschi era necessario una mossa rischiosa, ma sicuramente risolutiva; e per la mossa rischiosa si pensò al tenente Enzo Stimolo. Questi poteva contare su circa 200 unità pronte a combattere: ai suoi quindici fedelissimi si aggiungevano le unità di Vesaturo e Cerrato, più altri cinquanta volontari. Il piano era semplice e andava incontro al crudele azzardo del suo rischio: circondare i soldati tedeschi asserragliati nelle palazzine rosse e ben armati con fucili, mitragliatrici e bombe a mano, mentre tiratori scelti, collocati nello spiazzo antistante allo stadio, avrebbero sparato da un fronte più scoperto.

I combattimenti durarono più di un’ora e le perdite si contarono, da un lato, e da un altro. Ad un certo punto, dopo gli ultimi ronzanti sibili d’arma da fuoco, i fucili tacquero. Da un palazzo occupato da soldati tedeschi sventolò un drappo bianco. Pareva il segno della resa, ma Enzo Stimolo conosceva bene la codardia nazista: poteva trattarsi, assai probabilmente di un’imboscata, una mossa sleale per far uscire allo scoperto i partigiani. E così lasciò i suoi uomini ai posti di combattimento. Nel frattempo, approfittando della tregua, alcuni di loro riuscirono a superare le linee avversarie, entrando furtivamente nel campo e requisendo un ingente quantitativo di bombe a mano.

A sera la scena si ripetette uguale, ma stavolta a sventolare la bandiera bianca fu il maggiore Sakau che uscì in segno di resa. Era la volta buona. Il tenente Stimolo accettò e si disse disposto a trattare. Lungo un corso Vittorio Emanuele reso muto dalle tensioni della battaglia, Stimolo e il maggiore Sakau raggiunsero il colonnello Scholl per trattare. Allo stato maggiore nazista venne richiesto l’immediato rilascio dei 47 prigionieri, sotto minaccia di attacco partigiano alla guarnigione, e ai tedeschi venne permesso di evacuare dalla zona.

Così cominciò la liberazione del Vomero e la resistenza di Napoli. Nel frattempo erano gli altri quartieri della città ad infiammarsi, da Materdei alla Sanità, fino a piazza Trieste e Trento. Ora in centinaia tra uomini, donne e bambini, decisero di imbracciare le armi contro il nemico nazifascista, rendendo sempre di più le “Quattro giornate” guerra di popolo. Lotta di tanta gente comune che lasciò le proprie case per la propria terra. Proprio come implorò quello scugnizzo prima di morire: “Quanno turnate a casa mia, baciateme a papà, dicitencelle ca sto murenno pe’ Napule e l’Italia”. 

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