Menu

Deprecated: Non-static method JSite::getMenu() should not be called statically, assuming $this from incompatible context in /home/ulpeyygx/domains/ilcorsaro.info/public_html/templates/gk_news/lib/framework/helper.layout.php on line 181

Deprecated: Non-static method JApplication::getMenu() should not be called statically, assuming $this from incompatible context in /home/ulpeyygx/domains/ilcorsaro.info/public_html/includes/application.php on line 536

Napoli non si tocca: Lenuccia Cerasuolo e i figli di mamma [Quattro giornate #3]

  • Scritto da  Alessandro Bonvini e Federico Esposito
  • Commenti:DISQUS_COMMENTS
Napoli non si tocca: Lenuccia Cerasuolo e i figli di mamma [Quattro giornate #3]

quattro giornate napoli

Quattro giornate, quattro storie. E’ così che celebriamo una delle pagine più belle della resistenza al nazifascismo in Italia. In ricordo delle ”Quattro giornate di Napoli” pubblicheremo un pezzo al giorno, raccontando la guerriglia di popolo che ha liberato il capoluogo partenopeo. Storie di scugnizzi e ribellioni, di lotta armata, di sassi e di fantasia. Storia di Napoli e di partigiani veri, di madri e figli, di padri che non possiamo dimenticare. Leggi anche la parte 1 e parte 2

Gennaro Capuozzo, dodici anni, moriva per Napoli. Un bambino trucidato, tra i tanti cresciuti in fretta in quei vicoli del centro, scugnizzo che aveva chiesto allo zio Carlo Cerasuolo armi e bombe per lottare. “Voglio fa ‘a guerra” si sentì dire sorpreso: suo nipote trovò la morte poche ore dopo, mentre lui e i suoi uomini lottavano nelle altre zone della città in rivolta, svegliata dalla pioggia e dalla rabbia.

 

Quel giorno i tedeschi volevano far saltare in aria il ponte del rione Sanità. Carlo Cerasuolo aveva chiesto a sua figlia Maddalena di girare le caserme della zona per reperire più armi possibili. La chiamavano Lenuccia. Al quartiere Stella era difficile in quegli anni essere giovani, era difficile non cedere alle richieste dei militari e concedersi. Fame e disperazione facevano il gioco della prostituzione che ormai risucchiava centinaia di ragazze. Lenuccia no, lei era partigiana, lei voleva aiutare il padre e la resistenza. Quella mattina non trovò molto alla caserma Garibaldi: la notizia della prossima distruzione del ponte aveva mobilitato i napoletani e svuotato i rifornimenti di armi. Non si diede per vinta. Salì il dorso lastricato della città per raggiungere la caserma di via Salvator Rosa. “Vogliono far saltare il ponte della Sanità, dateci le armi! Stanno già le cariche” aveva detto allarmata ai carabinieri. “E mica solo quello. A Materdei stanno saccheggiando una fabbrica signurì, la Sanità può aspettare”.

Era un calzaturificio di vico Trone. Lenuccia non ci pensò due volte. Chiamò a raccolta decine di uomini del quartiere. Con lei c’era il padre e un gruppo di ragazzi capitanati da Gennaro Jannuzzi. I tedeschi erano già dentro quando Lenuccia, armata di coraggio ed incoscienza, si legò un fazzoletto bianco alla mano destra e si incamminò lentamente verso il commando nazista. Intorno la fabbrica era circondata. “Jatevenne, questa fabbrica è l’unica cosa che teniamo per campare, lasciateci stare”. Gli ufficiali non furono gentili. Una risata e l’urlo “Nix, raus, vechi”. Lenuccia si rifugiò e dalle barricate il fuoco contro i tedeschi non si fece attendere. Carlo Cerasuolo sparava, i ragazzi di Jannuzzi lanciavano bombe, il tenente dei Carabinieri Carmine Musella difendeva la città dal fuoco nemico. La battaglia durò ore e lasciò ferito Carlo. Quando un proiettile gli si piantò nella spalla non esitò a passare il fucile a colei che aveva tenuto accanto fino a quel momento. “Lenù, a papà, spara! Spara!”. Lei non aveva mai sparato. Imbracciò il fucile e coprì le spalle ai nove ragazzi che tentavano di entrare in fabbrica, anche loro al grido di “Viva Napoli! Viva l’Italia”. Gennaro Jannuzzi urlava e correva, e una raffica di mitra gli sventrò testa e petto. I suoi coetanei lottavano da soldati e cadevano da partigiani; il tenente Carmine Musella fu colpito a morte. I carabinieri che erano con lui continuarono a decimare le fila dei tedeschi. Materdei era un altro fronte della resistenza in città, mentre più giù, verso il centro, la sommossa popolare si trasformava in guerriglia. Lenuccia sparava ancora per difendere l’incursione e il fuoco, dalle barricate di armadi e spalliere di letti, cessò soltanto quando i tedeschi si arresero e la fabbrica fu liberata. C’era da salvare il ponte ora.

“La Sanità” era vicina e non c’era il tempo per le lacrime. Ma anche quegli uomini erano caduti. Lenuccia guardò i corpi e le pozze di sangue. Guardò la sua Napoli nuda e affamata e i suoi occhi vispi si gonfiarono. Strozzò in gola parole e polvere, poi lanciò il suo grido, che risuonò per tutta la città. Salì per il Vomero fino al Rione Alto e si addentrò nei vicoli della Pignasecca e dei Quartieri; scese verso la Marina e per l’Arenaccia e Poggioreale; sfilò sotto Porta Capuana e si addentrò a Forcella; poi i Tribunali, Foria, e salì al rione Sanità, ancora da liberare. “’E figli ‘e mamma non si toccano, Napoli non si tocca!”

 

Torna in alto

Categorie corsare

Rubriche corsare

Dai territori

Corsaro social

Archivio

Chi siamo

Il Corsaro.info è un sito indipendente di informazione alternativa e di movimento.

Ilcorsaro.info