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Federico, Cristian, Mario, Danilo: quanti sono i casi Perna nelle carceri italiane?

Il carcere di Poggioreale Il carcere di Poggioreale

Quando leggi di Federico Perna, del suo decesso in carcere, quando la madre ti sbatte in faccia le foto del suo cadavere, ti monta una tale rabbia che non riesci nemmeno a scriverne. La “colpa” del detenuto 34enne morto a Poggioreale quasi un mese fa è quella di essere un tossico in uno Stato dove le comunità terapeutiche vengono chiuse e gli ospiti rispediti tra le mura di un carcere. Il suo destino lo accomuna a quello di casi noti, come Stefano Cucchi, e meno noti, come Marcello Lonzi, ma soprattutto di chi, ai tempi dell'umanitarismo “ad personam” del ministro Cancellieri, lo ha preceduto di appena pochi giorni nella medesima sorte.

“Mio figlio non aveva il numero della Cancellieri”, ha dichiarato la madre di Federico Perna, Nobila Scafuro. Ma il problema è un altro, il numero di cellulare del ministro non ce l'ha nessuno dei detenuti delle carceri, in una nazione civile è anche giusto che sia così: occorre invece evitare che nei penitenziari si muoia perché – per motivi a volte ignoti – decidi di inalare del gas, come è successo qualche giorno fa a un detenuto salvadoregno di 30 anni, Cristian Mendoza, deceduto in carcere a Rebibbia, 16esimo morto dell'anno nel penitenziario romano. Né si può morire a pochi mesi dalla conclusione della propria pena, impiccato in cella, soprattutto se – come il 27enne Mario Iacca – in carcere ci sei finito nel 2009 per aver tentato di rubare un telefonino cellulare.

La morte di Iacca è avvenuta nel penitenziario di Benevento e il legale della famiglia, Nicola Ciaccia, invita a cercare le cause del decesso “anche al di fuori dell’ipotesi del suicidio. Si ritiene improbabile, infatti, che un soggetto che aveva un fine pena di pochissimi mesi a fronte di un’ininterrotta carcerazione che durava da qualche anno, potesse portare a termine un gesto così estremo senza un motivo apparente”. L'avvocato ha poi precisato che “escludiamo l’ipotesi dell’omicidio”.

Gli ultimi casi di morte sospetta nelle carceri italiane– “cause da accertare” vengono definite, per poi in gran parte essere derubricati a casi di arresto cardiaco – sembrano avere come comune denominatore la dipendenza dall'alcol e dalle droghe. Succede poi che a pochi giorni dal fine pena qualcuno muoia per una grave polmonite non curata. Sarebbe quanto è successo a Danilo Orlandi, deceduto a Rebibbia il primo giugno di quest'anno; a raccontarlo la madre del giovane, Maria Brito. Il 31enne si trovava in carcere per scontare una condanna a sei mesi per resistenza a pubblico ufficiale e secondo una prima versione sarebbe morto d'infarto. Ma la madre racconta un'altra storia e nei giorni in cui sui media tiene banco il caso Cancellieri – Ligresti, si sfoga al TG1: “Me l'hanno ammazzato. Danilo non stava bene ed io ora voglio giustizia”.

Danilo Orlandi sarebbe morto – lo attesta l'autopsia effettuata dal professor Costantino Ciallella dell'Università La Sapienza – per le conseguenze di una “polmonite bilaterale massiva”, una forma grave che non sarebbe stata curata. O meglio sarebbe stata curata, secondo quanto attesta il referto autoptico, con farmaci anti-infiammatori non steroidei (FANS) o al limite con antibiotici generici come Augmentin. La madre, che lo aveva visto poche ore prima del decesso, lo ricorda “pallido, febbricitante e gravemente debilitato”.

In una recente audizione alla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati, i vertici di Federserd hanno messo in evidenza le responsabilità della legge Fini – Giovanardi rispetto al dramma dei tossicodipendenti in carcere, citando i dati epidemiologici, raccolti dal IFC del CNR di Pisa, secondo i quali dall’introduzione della suddetta legge sono “diminuite le denunce di cui all’art. 75 del DPR 309/90, mentre siano aumentate quelle riferite all’art. 73. I dati del CNR ipotizzano che il possesso di cannabinoidi è responsabile di circa il 44% delle carcerazioni da riferire alla violazione dell’art. 73 e che il 78% di questa tipologia di detenuti non ha altre condanne. In altre parole nel nostro Paese esisterebbero circa 9.500 soggetti che sono in carcere per possesso e spaccio di cannabinoidi”.

I dati sulla detenzione in carcere di tossicodipendenti li abbiamo evidenziati nelle settimane scorse: rappresentano circa un terzo della popolazione carceraria e la metà di loro è in attesa di giudizio. Appena un quarto di loro, sostiene Federserd, ha potuto usufruire dell'affidamento ai servizi sociali, tanti di loro sono malati di una forma di epatite o sono positivi all'Hiv. Parlando a un convegno sull'amnistia, il presidente del Senato Pietro Grasso ha evidenziato oggi: “Abbiamo leggi che io definisco 'carcerogene', perché creano nuovi reati e determinano altri condannati che poco senso ha tenere nei penitenziari piuttosto che in strutture diverse di sostegno”. Il punto è proprio questo: i tossicodipendenti muoiono in carcere a causa di norme repressive, che nella maggior parte dei casi non tengono in considerazione il ricorso a pene alternative.

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