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Sgomberare l'Angelo Mai? Una lettera a Virginia Raggi

Sgomberare l'Angelo Mai? Una lettera a Virginia Raggi

Questa è una lettera aperta alle istituzioni democratiche di questo Paese: alla Sindaca di Roma Virginia Raggi, al Vice Sindaco e Assessore alla Crescita Culturale Luca Bergamo, all’Assessora al Patrimonio e alle politiche abitative Rosalia Alba Castiglione, ai e alle Presidenti dei Municipi di Roma Capitale, al Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e al Ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli e contiene una domanda che con urgenza poniamo: cosa ci resta da fare?

Siamo un gruppo di artisti/e, il Collettivo Angelo Mai, uniti dal 2004 in un progetto culturale e la domanda riguarda appunto il teatro indipendente nel cuore di Roma, nel parco di San Sebastiano, dove siamo impegnati da molti anni.
Crediamo che anche la moltitudine di persone che in tutto questo tempo ha frequentato e frequenta l’Angelo Mai, questo è il nome di questo luogo, ponga questa domanda insieme a noi.
Quello che noi chiamiamo teatro, e che situiamo non solo geograficamente nel cuore della città e nel nostro, è il groviglio di una questione sofferta e a tratti irrisolvibile che drammaticamente va avanti da tempo.

Vale la pena di ricostruire brevemente la storia: siamo da molti anni in questo luogo in seguito ad un’assegnazione del sindaco Walter Veltroni, successivamente riconosciuta anche dai sindaci venuti dopo. Ci venne assegnato un luogo distrutto, una ex Bocciofila abbandonata, in un’area ormai lasciata alla desolazione. La decisione era che il Comune di Roma avrebbe svolto dei lavori di costruzione di uno stabile che potesse ospitare un laboratorio culturale chiamato Angelo Mai. Così è stato ma, rimanendo la ristrutturazione a metà, noi stessi ci siamo incaricati di ultimarla. Così quello che era poco più di un deposito è ora una vera sala teatrale dotata di tutto ciò che serve alla creazione contemporanea. Fino ad oggi abbiamo dato seguito alla vocazione culturale per cui quel luogo ci è stato assegnato, se possibile superando le nostre stesse aspettative, ospitando artisti/e nazionali e internazionali, facilitando le produzioni dei gruppi teatrali della città, ospitando percorsi di formazione, collaborando con la scuola elementare nostra vicina. Tutto questo in tempi complessi per Roma, desertificata dalla crisi e dalla frammentazione sociale, anni faticosi per tutta quella cittadinanza attiva che ha visto chiudere molti spazi e aumentare le risacche di povertà e solitudine. Tante cose ci sono capitate: abbiamo vinto il prestigioso premio Ubu Franco Quadri a coronamento della nostra caparbia creatività, collaborato con le principali istituzioni culturali della città: il Teatro di Roma e il Palazzo delle Esposizioni. Ma al contempo siamo stati “accolti” varie volte dalla polizia, sgomberati, indagati, perquisiti nelle nostre case per reati molto gravi e poi regolarmente scagionati.


La domanda allora risuona forte: cos’altro possiamo fare per vivere semplicemente una vita da operatori culturali dentro a quel teatro e dentro alla città che amiamo?
Perché dobbiamo continuamente vivere in una condizione di precarietà e paura?
Perché dobbiamo abbandonare Roma come molti ormai fanno?
Perché deve chiudere uno spazio sul quale l’amministrazione ha investito fiducia e denaro?
Perché, come accadrebbe ed è accaduto, in diverse capitali e città europee, questa esperienza non viene né valorizzata, né riconosciuta, ma invece puntualmente viene vessata?
E soprattutto ci poniamo la stessa domanda che si pone Roberto Minervini nel suo film e altri illuminati prima di lui: what you gonna do when the world's on fire?


Come artisti/e e intellettuali quello che tentiamo di fare dentro l’Angelo Mai è facilitare la trascendenza dalla negatività della nostra epoca, collaboriamo alla creazione e disseminazione di idee. Cerchiamo di stimolare occasioni visionarie e ottimiste attraverso le pratiche artistiche e di cittadinanza condivisa. Siamo “testimoni modesti” – per dirla con Donna Haraway - che tentano di ricontestualizzare la propria pratica in un presente i cui orizzonti sociali cambiano velocemente. Sentiamo che è nostro dovere scrivere con passione la preistoria del futuro, apportare cambiamenti nel presente capaci di determinare relazioni eterogenee. Questo è l’orizzonte dei futuri sostenibili, ci ricorda Rosi Braidotti. Il nostro gruppo è formato da uomini e donne che in questi anni stanno vivendo occasioni felici di espressione del proprio lavoro. Lavoriamo in Italia e all’estero, osserviamo e condividiamo la difficile condizione dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro settore, ma abbiamo anche l’occasione di sperimentare cose fortunate, di vedere riconosciuta la nostra arte e poterne vivere in ambito teatrale e musicale. Nonostante questo per noi l’Angelo Mai è imprescindibile. Sentiamo continuamente la necessità di riferirci a quel luogo, di tornarci e poter mettere a disposizione lì le sapienze apprese altrove. In tutti questi anni non si spegne il desiderio di lavorare attivamente per la cultura nella nostra città attraverso uno snodo come questo. Ecco vorremmo che l’Angelo Mai venisse riconosciuto come snodo e non più come nodo problematico.

Cos’altro possiamo fare per agire la cultura nella Capitale del Paese e smetterla di veder sigillare con una fiamma ossidrica le porte del nostro amato teatro e di tanti altri? Il Collettivo Angelo Mai, come molti altri operatori/operatrici e attivisti/e a Roma, cerca da anni di costruire momenti di unione e comunità. Lo facciamo in particolare a partire dal teatro che in questo senso ha forse la vocazione più antica e radicale. Siamo dentro al generale lavoro in corso della nostra epoca: le “democrazie avanzate” necessitano comunque di divenire democratiche. Divenire democratici significa anche divenire il popolo che manca, creare un tempo sostenibile. È possibile creare un tempo sostenibile anche per l’Angelo Mai?
What you gonna do when the world's on fire?

Collettivo Angelo Mai

la lettera è originariamente pubblicata da Repubblica

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