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La tagliola della governabilità

Proteste studenti Roma Proteste studenti Roma

Questa qui accanto è una foto di poco più di tre anni fa, 24 novembre 2010: quel giorno a Roma il corteo degli studenti medi e universitari in mobilitazione contro la riforma Gelmini arrivò fin sotto Palazzo Madama, e le porte del Senato vennero forzate. Era la rabbia per una politica sorda alle richieste delle mobilitazioni sociali che attraversavano il Paese in quei giorni. Qualche settimana fa è arrivata la notizia che ora quegli studenti rischiano fino a 5 anni di carcere.

Nella storia del movimento studentesco degli ultimi anni è stato sempre denunciato lo scarto apparentemente sempre più incolmabile tra il "Palazzo" e il Paese reale. "Voi soli nella zona rossa, noi liberi per la città" era lo striscione di testa di un'altra manifestazione, quella del 22 dicembre dello stesso anno.

Denunciavamo la sordità delle istituzioni. In questi giorni viceversa il Paese pare incollato ad assistere passivamente a ciò che succede nel Parlamento, improvvisamente diventato l'arena di uno scontro che poco ha a che vedere con il conflitto - inteso come quel motore che muove il mondo e cambia i rapporti di forza - e che si risolve in azioni simboliche, testimoniali, fortemente mediatiche e mediatizzate, al limite del gioco delle parti.

Beninteso, il diritto delle opposizioni a esprimere il proprio dissenso spingendosi oltre la semplice espressione di un voto dovrebbe essere inattaccabile e riconosciuto da tutti. Non è certo la prima volta che il Parlamento è attraversato da tensioni visibilmente al di sopra della dialettica un po' ingessata tipica di Montecitorio e Palazzo Madama.

La domenica delle Palme del 1953, per esempio, in occasione dell'approvazione della cosiddetta “Legge Truffa”, “nel corso di una seduta di cui non fu mai approvato il verbale, la scazzottata durò la bellezza di 35 minuti. Il presidente dell’assemblea, il povero Meuccio Ruini, peraltro subentrato dopo le dimissioni dello spaventatissimo Paratore, fu centrato da un pesante calamaio in testa e prima di cedere ebbe il tempo di esclamare: «Viva l’Italia!». Ma la furia fu tale che vennero brandite le sedie degli stenografi, sradicate e poi lanciate le tavolette dei banchi, così come le aste dei microfoni usate a mo’ di lance” (da un recente articolo di Filippo Ceccarelli). Il fatto è che mentre i parlamentari del PCI trasformavano l'aula del Senato in un ring di boxe, nel Paese uno sciopero generale, cortei e iniziative di tutti i tipi dispiegavano un conflitto ben più vasto che aveva trovato nell'opposizione a quella proposta di legge l'ennesima occasione di espressione.

Oggi invece sembra che il "Palazzo", la "zona rossa", si siano magicamente trasformati nel Paese reale, che oggi tutto succeda lì, che lì e soltanto lì vi sia un'incredibile concentrazione di fatti salienti, colpi di scena, cambiamenti mirabolanti. Almeno, questo è quello che ci vuole far credere la retorica della quale sono impregnati i media mainstream, come se fuori non ci fossero l'Electrolux, il Cie di Ponte Galeria, la Fiat che sposta la propria sede fiscale all'estero, la disoccupazione giovanile alle stelle etc.

Forse bisognerebbe provare a rompere l'incantesimo ricominciando dalle basi: costruire e organizzare il conflitto, decostruire la retorica della governabilità, evoluzione qualitativa del mantra della stabilità: da un equilibrio statico a un equilibrio dinamico di gattopardiana memoria. Una retorica che, soprattutto negli ultimi mesi, è stata utilizzata nel tentativo di congelare tutto.

L'unica governabilità, quella vera, non c'entra con le forme della legge elettorale, con tagliole e ghigliottine varie: è la capacità di mediare i conflitti, di rappresentarli al meglio e di dare risposte ai problemi reali, di ricostruire il rapporto tra ciò che si muove nella società e la politica, uscendo dalla mera rappresentazione per (ri)costruire una vera rappresentanza.

Tutto il resto, ciò che per intendersi si colloca tra la sottomissione alla logica della governabilità tout court – a scapito di rappresentatività e riconoscimento dei conflitti più o meno carsici che attraversano il Paese – e l'aspettativa salvifica nei confronti dei gesti simbolici di qualche parlamentare, non è parte della soluzione, ma parte del problema.

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