"illegale è la legge, il suo costo reale". Intervista a un attivista antiproibizionista
- Scritto da Alessandra Maggi
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Negli ultimi giorni un dibattito enorme si è scatenato attorno alla questione della legalizzazione delle droghe leggere, partendo dai tweet dell'assessore lombardo all'Agricoltura, Gianni Fava, fino al disegno di legge presentato dal senatore Luigi Marconi (PD). Oggetto scatenante è stato proprio il commento dell'assessore su twitter, in merito all'apertura dei “marijuana shop” , a partire dal primo di Gennaio, nello Stato del Colorado, in seguito all'approvazione della “proposition” dello scorso anno.
Per questo, a pochi giorni dalla grande manifestazione nazionale, prevista per il prossimo 8 Febbraio a Roma, lanciata dal comitato “illegale è la legge, il suo costo reale”, ma soprattutto a pochi giorni da una sentenza epocale della Corte Costituzionale, prevista per il prossimo 11 Febbraio, ho deciso di intervistare PiKaro, attivista dell'Osservatorio Antiproibizionista di Pisa e collaboratore della stampa libertaria e underground sin dagli anni '70.
D: A breve arriverà la sentenza della Corte Costituzionale sulla legge Fini-Giovanardi; il primo punto su cui verte il ricorso, sollevato dalla Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione, riguarda la proporzionalità della pena per le fattispecie di reato connesse al possesso di sostanze, quello che – per intendersi – nel dibattito pubblico è stato assimilato come la distinzione tra le cd. droghe leggere e pesanti; al di là dei tecnicismi giuridici, quale è stato il cambiamento anche culturale e sociale che la Fini-Giovanardi ha portato nel nostro paese?
R: La Fini-Giovanardi è una legge estremamente repressiva nata con l'intento di reprimere soprattutto i consumatori di cannabis, sia sul piano del possesso per uso personale che su quello dell'auto-produzione. Sul primo punto sarebbe interessante consultare uno studio fatto dalla facoltà di sociologia dell'Università di Torino, secondo il quale prima dell'entrate in vigore della legge Fini-Giovanardi i consumatori di cannabis erano circa il 50% delle persone denunciate in base alle leggi anti-droga, mentre dopo l'entrata in vigore della legge sono diventati oltre l'80% .
Sul profilo dell'auto-produzione, invece, è significativo un dato inerente l'aumento dei nuclei elicotteristi dei Carabinieri che erano molto ridotti, fino al 2009, anno in cui il Governo Berlusconi decise di ampliare a dismisura i reparti.
Altro dato significativo della portata repressiva della legge riguarda il numero dei denunciati negli ultimi vent'anni in base alle leggi antidroga: dal 1991 alla fine del 2010 complessivamente sono state denunciate circa 880.000 persone, tra questi le prime 400.000 denunce si sono avute tra il 1991 e il 2005, mentre le restanti 440.000 si sono avute, tra il 2006 e il 2010, cioè nei primi 4 anni di approvazione della Fini-Giovanardi.
Sul profilo sociale e culturale, drammatica è stata la campagna che si è sviluppata intorno alla nuova legge. Chi ha risentito dell'operazione sono soprattutto le giovani generazioni, cresciute nella convinzione che la droga sia tutta uguale, che faccia male allo stesso modo. Se tanto una canna è uguale a un cristallo di mdma perché non assumere tutto senza fare distinzione?
Altro effetto devastante dal punto di vista sociale è stata la nascita della figura del multispacciatore.
Prima della Fini-Giovanardi era raro trovare il venditore con più di una sostanza, in quanto - dal punto di vista penale – era previsto un procedimento per ogni sostanza detenuta, e che le pene fossero cumulabili; con la Fini-Giovanardi tutto questo viene a cadere: lo spacciatore trovato con più di una sostanza vedrà attivarsi un unico procedimento penale.
La Fini-Giovanardi, inoltre, ha modificato le cornici edittali per le pene, aumentandole per i reati legati al possesso di cannabis che sono passate da un massimo di 6 anni di reclusione a un massimo di 20 anni, e abbassandole per le altre sostanze da un massimo di 28 anni a un massimo di 20.
Tutto questo è sintomatico degli obiettivi perseguiti dalla Fini-Giovanardi: lasciare intatto il mercato delle narco-mafie e della vendita, colpendo solo a macchia di leopardo la domanda, soprattutto se legata alla cannabis.
Un altro effetto perverso operato dalla Fini-Giovanardi riguarda la qualità e il prezzo delle sostanze: la qualità è sicuramente peggiorata, perché politiche più repressive costringono il produttore a cercare di produrre una maggiore quantità in tempi rapidi, tutto ciò incide però sulla qualità della sostanza. Nel caso specifico della cannabis questo significa non rispettare i tempi di vita e la natura della pianta, costringerla spesso alla cd. “coltivazione indoor”, a grandi stress e traumi al fine di farle produrre più tetraidrocannabinolo (principio attivo). La pianta, infatti, produce il principio attivo per difendersi dallo stress: le foto di certe piante mostrate in piena florescenza non sono altro che foto di esemplari cresciuti in un ambiente ostile. Piante senza foglie sono piante che stanno male.
D: Sottolineati gli aspetti più “cupi” della normativa vigente passiamo al nuovo disegno di legge promosso dal senatore Marconi. Cosa ha di innovativo?
R: Intanto adeguerebbe la normativa nazionale alle direttive europee. Secondo queste, infatti, insieme al possesso per uso personale andrebbe contemplata anche l' auto-produzione finalizzata al consumo individuale; in Italia, infatti, come confermato da alcune sentenze della Corte di Cassazione, in qualunque caso l'auto-produzione non viene considerata ai fini del consumo del singolo.
Inoltre, con un simile disegno di legge, si compierebbero enormi passi in avanti: introducendo la depenalizzazione, per fattispecie legate sia al possesso che all'auto-produzione, si vedrebbe il campo della sanzione ristretto esclusivamente alla sanzione amministrativa, il che significherebbe meno repressione, meno criminalizzazione, per non parlare dei benefici che si avrebbero sull'apparato giudiziario e carcerario.
Dal punto di vista culturale, il più alto obiettivo che questo disegno di legge potrebbe raggiungere sarebbe quello di riportare nel dibattito pubblico la distinzione reale che intercorre tra le cd. “droghe leggere” e “pesanti” con possibili effetti benefici anche sul consumo inconsapevole che spesso viene praticato dalle nuove generazioni.
In ogni caso ci riporterebbe a una condizione di civiltà. L'Italia è l'unico paese europeo che non opera una distinzione a livello normativo tra le sostanze. Per intenderci, la Svezia, che è il paese con le politiche più repressive, opera una distinzione in questo senso, e la Bulgaria che aveva adottato un modello simile all'italiano, ha deciso di abbandonarlo dopo un solo anno.
D: Un'ultima domanda che riguarda un'annosa questione: la legalizzazione della cannabis a scopo terapeutico, come funziona in altri paesi come la California?
R: La cannabis è stata legale fino all'inizio degli anni '60, fin quando una convenzione dell'ONU ne proibì l'uso, definendola “farmaco obsoleto” e non “droga voluttuaria” come per le altre sostanze; la definizione utilizzata è importante: il terreno sociale e culturale in cui sarebbe andata a inserirsi questa decisione, era un terreno che non vedeva in modo malevolo la cannabis e il suo consumo, quindi proibirla definendola droga avrebbe scatenato un moto di indignazione.
Un utilizzo terapeutico della cannabis è sempre esistito. La Regina Vittoria nell'Ottocento assumeva decotti per combattere i dolori mestruali...
Negli anni '60 soprattutto le consumatrici scoprirono gli effetti anti-anoressizzanti, scoperta che venne poi acquisita da medici e oncologi; soprattutto gli ultimi iniziarono a consigliare ai propri pazienti, sottoposti a cure come la chemioterapia, l'utilizzo di cannabis per combattere la perdita d'appetito derivante dalle cure stesse; queste indicazioni però non potevano essere date apertamente, per cui l'utilizzo crebbe in via del tutto sotterranea.
Negli anni '80 ci fu poi il dilagare del AIDS, la cui cura prevede l'assunzione di farmaci antiretrovirali che avevano sul paziente diversi effetti collaterali, tra cui la perdita d'appetito.
La svolta avvenne in California grazie alla cura “dottor Rose positive diet”, che si diffuse all'interno della comunità gay purtroppo molto colpita dalla diffusione della malattia.
Il dottor Rose aveva infatti elaborato una terapia che si basava prevalentemente su una dieta specifica. Oltre a questa, però, era previsto l'utilizzo di cannabis per contrastare l'assenza di appetito. Ma la terapia del dottor Rose, nonostante si diffuse ampiamente tra i pazienti affetti da AIDS, non venne mai riconosciuta dalla medicina ufficiale, che a causa delle politiche proibizioniste introdotte con la convenzione dell'ONU, non si è mai espressa fermamente sull'utilizzo di cannabis a scopo terapeutico.
Anche se la medicina ufficiale non ha mai accolto pubblicamente l'utilizzo della cannabis, le associazioni costituitesi in difesa dei pazienti affetti da AIDS si organizzarono sempre di più per difendere i diritti dei malati, e così si arrivò in California, nel 1996, a un referendum propositivo “per legalizzare l'utilizzo di cannabis a scopo terapeutico”.
Le votazioni per confermare la “proposition” coincisero con le elezioni presidenziali; all'inizio la proposta venne fortemente contrastata dalla Casa Bianca, ma con estrema difficoltà.
Nonostante ciò, la “proposition” venne accolta dai californiani, e da allora a oggi 22 sono gli stati in cui è legale la cannabis terapeutica, e tra questi in 17 lo è diventata grazie ai referendum: proprio per l'utilizzo dello strumento referendario è stato sempre difficile per il governo centrale contrastare questa tendenza.
La prima “proposition” californiana prevedeva il consumo terapeutico esclusivamente per persone sottoposte a chemioterapia o all'assunzione di farmaci antiretrovirali o affette da glaucoma. Nel corso degli anni, però, la aule di tribunale, sentenza dopo sentenza, hanno ampliato il campo dei possibili consumatori aprendo all'utilizzo terapeutico anche per altre patologie.
Oggi più della metà della cannabis consumata in California deriva dal consumo terapeutico, ed è possibile accedere ai dispensari grazie a un tesserino rilasciato dal proprio medico.
Oltre la California, gli stati più tolleranti sono il Colorado e Washington che durante il 2012, poco dopo la rielezione di Barack Obama, videro l'affermazione, sempre tramite referendum, di due “proposition” volte a legalizzare la cannabis sia per uso terapeutico che per uso ricreativo. In questi stati a partire dal 1 gennaio del 2013, data in cui è entrata in vigore la “proposition”, è stato reso tutto legale, dall'auto-produzione al consumo. Sono stati, infatti, redatti regolamenti volti a normare la vendita e la grande produzione, hanno aperto i cd. “marijuana shops” (37 solo in Colorado), e qui ci tengo a precisare che non si tratta di “coffee shop”, come affermato dai media italiani.
Ovviamente in America stiamo assistendo a un effetto valanga. Il prossimo anno, infatti, in molti Stati assisteremo a referendum simili, come ad esempio in Alaska.
Il grande cambiamento, soprattutto nell'opinione pubblica è ormai irreversibile. Secondo il GALLUP il 58% degli americani è favorevole alla legalizzazione della cannabis.
E in Italia quando si arriverà alla svolta? Quando inizieremo ad indignarci per 26.000 detenuti per reati previsti dalla fini-giovanardi, su un totale di 62.000 detenuti nei 205 istituti del nostro paese?
La Corte Europea dei Diritti Umani ci ha già condannato per le condizioni di vita dei detenuti, costretti in poco più di 2 mq a testa, contro i 9 previsti a livello comunitario.
Nessun altro paese europeo ha così tanti detenuti per reati connessi a leggi anti-droga.
Insomma 8 anni di Fini-Giovanardi hanno prodotto nel nostro paese arresti, condanne, repressione, criminalizzazione, persecuzioni, sovraffollamento delle carceri, sovraccarico del sistema giudiziario, morti di stato che ancora aspettano una sentenza che faccia luce sui loro casi, e in tutto questo neanche un centesimo è stato sottratto al mercato delle narco-mafie.
Il proibizionismo ha fallito, illegale è la legge, il suo costo reale.
