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Ultimo appello del Manifesto: è liquidazione coatta

la rivoluzione non russaNon è la prima volta che il Manifesto lancia un appello disperato, ma questa volta sembra che la situazione sia ben più grave.

Il quotidiano comunista nato dal collettivo di cui facevano parte tra gli altri Luigi Pintor, Valentino Parlato, Luciana Castellina, Lucio Magri nel 1969, è stato in questi anni un punto di riferimento irrinunciabile per la sinistra italiana, nei suoi alti e nei suoi bassi.

Sono anni che il manifesto soffre per una emorragia di lettori e di vendite, in parte dovuta al cambio dello scenario politico, in parte al ruolo predominante del web su cui il quotidiano di Pintor non ha mai spiccato, una crisi da cui non è riuscito ad uscire. Nonostante la crisi tantissime sono state le iniziative di sostegno al quotidiano, raccolte fondi, abbonamenti straordinari, numeri speciali, maxicollette e donazioni.

Da tempo gran parte dei giornalisti e collaboratori non percepivano alcuna retribuzione, e il taglio ai fondi per l'editoria cooperativa ha dato il colpo che sembra essere definitivo. La vicenda del finanziamento pubblico all'editoria è senza dubbio controversa e si possono avere opinioni differenti a riguardo, ma il manifesto da anni chiede una riforma di tali meccanismi per evitare gli sprechi e sostenere la stampa vera e non chi su quei fondi specula. Il taglio lineare a tutti colpisce le piccole e medie cooperative, e uccide spesso la libertà di parola, ma soprattutto richia di mettere il bavaglio a una delle esperienze storiche del giornalismo italiano, a una delle poche voci rimaste fuori dal coro.

Pubblichiamo di seguito il testo "Senza Fine" sulla prima pagina del Manifesto di oggi, che vi invitiamo a comprare 

Siamo alla prova cruciale, al corpo a corpo con la nostra stessa vita materiale e politica. Il manifesto andrà in liquidazione coatta amministrativa. Verranno funzionari di governo, che si sostituiranno al nostro consiglio di amministrazione. È una procedura cui siamo stati costretti dai tagli alla legge dell'editoria. Noi, come altre cento testate, nazionali e locali, non potremo chiudere il bilancio del 2011. Mario Monti e il ministro Passera potrebbero riuscire dove Berlusconi e Tremonti hanno fallito. Usiamo il condizionale perché non abbandoniamo il campo di battaglia e siamo ancora più determinati a combattere contro le leggi di un mercato che della libertà d'informazione farebbe volentieri un grande falò. La fine del manifesto sarebbe la vittoria senza prigionieri di un sistema che considera la libertà di stampa non un diritto costituzionale ma una concessione per un popolo di sudditi.

La fisionomia della nostra testata, il suo carattere di editore puro, il nostro essere una cooperativa di giornalisti, hanno sempre costituito una felice anomalia, un'eresia, la testimonianza in carne e ossa che il mercato non è il monarca assoluto e le sue leggi non sono le nostre. Il compito che ci assumiamo e a cui vi chiediamo di partecipare è tutto politico. I tagli ai finanziamenti per l'editoria cooperativa e politica non sono misurabili «solo» in euro, in bilanci in rosso, in disoccupazione.

Naturalmente, se avessimo la testa di un Marchionne sapremmo cosa fare per far quadrare i bilanci. Così come un vero mercato della pubblicità ci aiuterebbe a far quadrare i conti, e un aumento dei lettori nel nostro paese ci farebbe vivere in una buona democrazia. Ma è altrettanto evidente che le nostre difficoltà sono lo specchio della profonda crisi della politica, l'effetto di quella controrivoluzione che ha coltivato i semi dell'antipolitica, del «sono tutti uguali» fino a una sorta di pulizia etnica delle idee e dell'informazione. Care lettrici e cari lettori, siamo chiamati, noi e voi, a una sfida difficile e avvincente. Dovremo superare nemici visibili e trappole insidiose.

Sappiamo come replicare alle politiche di questo governo, ma siamo profeti disarmati contro il successo del populismo, che urla contro il potere assumendone modi e fattezze. State con noi, comprateci tutti i giorni, abbiamo bisogno di ognuno di voi. Adesso che tutti hanno imparato lo slogan dei beni comuni, lasciateci la presunzione di avere rappresentato una delle sue radici, antica e disinteressata. Ed è per questo che nell'origine della nostra storia crediamo di vedere ancora una vita futura.

http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120209/

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 18:39
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