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Reddito, salario e riduzione dell'orario di lavoro: discutiamone davvero

Reddito, salario e riduzione dell'orario di lavoro: discutiamone davvero

Il dibattito pubblico sul lavoro e sulla riforma del sistema di welfare sta assumendo nel nostro paese un rinnovato interesse. La crisi economica, con il conseguente aumento delle disuguaglianze e dei livelli di povertà,  ha spostato l’attenzione sull’urgenza di un intervento pubblico in grado di dare risposte efficaci a problemi divenuti strutturali. La presenza di un basso tasso di occupazione e l’aumento del livello di disoccupazione strutturale ha riproposto una divisione classica tra chi ritiene preferibile introdurre una misura universale di sostegno al reddito e tra chi considera opportuno individuare strumenti di assorbimento della disoccupazione, rispolverando le misure anti-cicliche di stampo keynesiano.

La diversità di vedute  tra i fautori del reddito minimo garantito o reddito di cittadinanza e i sostenitori del lavoro di cittadinanza o “garantito” assume contorni netti,  prefigurando una polarizzazione del dibattito che rischia di non tenere in debito conto la complessità del problema. Seppur per sintesi proverò a riflettere sui limiti di una visione dicotomica, che appare basata su una conventio ad excludendum, funzionale a conservare un impianto teorico ed ideologico, piuttosto che a confrontarsi con la forma storica assunta dai rapporti sociali. Nel paragrafo finale verranno tracciate alcune linee di ragionamento nell’ottica di un parziale superamento della dialettica tra redditisti e lavoristi, a partire da alcune considerazione sulla riduzione dell’orario di lavoro.

Sul reddito incondizionato

Negli ultimi anni le proposte sull’introduzione di una misura universalistica di sostegno al reddito hanno incontrato notevole interesse nel dibattito pubblico del nostro paese. Tra i fautori di un intervento in materia vi sono però orientamenti e posizioni differenti. Da una parte chi sostiene la necessità di introdurre una misura incondizionata di sostegno al reddito, sciolta da qualsiasi obbligo legato all’accettazione di un’offerta di lavoro e chi invece propone misure minimali di allargamento delle prestazioni sociali per i nuclei familiari che versano in condizioni di povertà estrema.  In questa sede verranno approfonditi alcuni nodi legati al primo orientamento, ritenendo il secondo inadeguato a rispondere alla drammaticità delle condizioni di vita di larghe fette della popolazione.

Le riflessioni proposte dai c.d. “redditisti” si soffermano sulla radicalità delle trasformazioni in atto negli assetti produttivi e nei processi di sviluppo nell’era post-fordista, che implicherebbero l’indebolimento della funzione del lavoro come motore della crescita e strumento di organizzazione sociale. Il punto assunto come “oggettivo” è la graduale perdita di centralità del lavoro umano, sussunto dai processi di automazione e dal progresso tecnologico che ne ridurrebbe strutturalmente la domanda da parte delle imprese. Da qui un’accezione dell’innovazione come spazio “neutro”, condizione strutturale e immodificabile, non più terreno di un conflitto, ma luogo che sfugge alla dialettica storica, superandone le contingenze. Nell’epoca della centralità della conoscenza come spazio determinante nella produzione dei rapporti di potere e nella ridefinizione delle divisioni di classe nell’economia e nella società, la scelta di sciogliere la dimensione del conflitto dal terreno dell’innovazione appare una sostanziale accettazione dei principi alla base dell’organizzazione capitalistica del lavoro. Una posizione che riflette una scissione tra la sfera della produzione da quella del bene “consumato”, perdendo di vista che la determinazione del reddito deriva dalla messa in produzione di forza lavoro in gran parte subordinata alle scelte dell’impresa e ai meccanismi di divisione sociale del lavoro.

La tesi della fine del lavoro sembra sottovalutare, inoltre,  i risvolti che una misura di sostegno universale al reddito pone sui processi di formazione di soggettività politica.

Infatti, il reddito incondizionato, se da un lato offre ai disoccupati di lunga durata e alle categorie escluse dal mercato del lavoro un paracadute contro il rischio povertà e uno strumento di difesa dal ricatto di un lavoro povero e privo di diritti, dall’altro non apre una prospettiva sul superamento delle forme di accumulazione capitalistica, sulla modificazione dei rapporti di produzione nel lavoro e nella società. Il passaggio da Sfruttati a Produttori, per citare il saggio di Bruno Trentin, non viene più riconosciuto come il terreno su cui costruire l’emancipazione delle classi subalterne verso una progressiva democratizzazione dei rapporti tra Stato e società civile, ma pare essere sostituito da un ambiguo ricorso all’unità dei consumatori, i percettori di reddito, appunto. Ed è la prospettiva politica, in termini di riconoscimento di una funzione specifica nell’ambito della struttura produttiva e nel conflitto tra capitale e lavoro, a perdere consistenza. Il passaggio che si compie rischia quindi di evocare una liberazione dal lavoro, che appare come una rinuncia a praticare nella dimensione dei rapporti di produzione il conflitto necessario su cui aprire una prospettiva di superamento delle forme di assoggettamento del lavoro e l’ampliamento degli spazi di democrazia. Inoltre, l’introduzione di una misura di sostegno al reddito sganciato dalla sfera della produzione, si inserisce in una tendenza a sciogliere le condizioni reali del conflitto sociale nella logica del primato della politica. Seppur in forme nuove rispetto ai contenuti tradizionali del compromesso sociale del secolo scorso, riemerge la centralità dello Stato come soggetto esterno, incaricato di compiere una funzione distributiva, relegando alla dimensione della “politica” un ruolo risarcitorio e di supplenza rispetto agli obiettivi specifici del conflitto sociale. La vecchia distinzione leninista tra partito e sindacato, tra sociale e politico riaffiora, nella rivisitazione della tradizionale separazione tra il momento della liberazione delle masse, affidato alla conquista del potere, e la dimensione “rivendicativa” limitata alla dialettica interna ai contesti produttivi. In sintesi, se l’introduzione del reddito minimo garantito è nel contesto attuale una misura non rinviabile, alla luce dell’intermittenza dei rapporti di lavoro e dell’intensificazione dei processi di sfruttamento, è altrettanto plausibile che senza una convergenza di azioni sul versante dell’allargamento dei diritti del lavoro, di politiche di investimento in formazione e ricerca e di accesso incondizionato ai saperi, il rischio è di configurare una liberazione dal lavoro, senza intaccare i meccanismi di fondo che generano le diseguaglianze di opportunità.

Lavoro di cittadinanza 

Dall’altra parte i teorici del “lavoro di cittadinanza”- la riedizione dei lavori socialmente utili nell’accezione comune che include lavoro di cura, manutenzione e conservazione del territorio - non sembrano prendere in debita considerazione la natura delle disuguaglianze  e l’impatto sulle condizioni giuridiche e materiali del lavoro, a partire dalla composizione sociale della disoccupazione e dalle eterogeneità dei percorsi formativi e professionali. I sostenitori di questo approccio ritengono che la via della spesa pubblica, della creazione diretta di posti di lavoro da parte dello Stato o indirettamente attraverso lo stimolo della domanda aggregata sia sufficiente ad assorbire quote crescenti di disoccupazione di lungo periodo. Una prospettiva che se portata alle estreme conseguenze finirebbe per nascondere sotto la coltre del keynesismo i meccanismi di produzione delle diseguaglianze nel mercato del lavoro. Inoltre, la proposta non risponde in alcun modo al deficit di innovazione che grava sul nostro paese e ne riduce sensibilmente il potenziale competitivo con le economie emergenti. L’andamento debole della produttività del lavoro dovuta in larga parte all’assenza di investimenti in settori ad alto potenziale tecnologico rimarrebbe invariato. Sul versante della composizione del nuovo esercito di riserva, l’appello alla liberazione del lavoro, inteso come riconoscimento di sé, come controllo dei processi produttivi e dei contenuti delle attività sarebbe sacrificato sull’altare di una concezione oggettiva e dogmatica del lavoro,  inteso come strumento in sè di liberazione. In questa prospettiva scompare quindi il tema della qualità del lavoro, della sua dimensione soggettiva e personale, scivolando in una nostalgica riedizione del taylorismo e dei bei tempi del lavoro parcellizzato e sicuro. La creazione diretta di lavoro intesa come monopolio dello stato centrale rinvia, inoltre, ad una concezione dirigistica che si scontra con la pluralità delle traiettorie personali e con le spinte creatrice provenienti dalle esperienze più  interessanti di produzione  dal basso. In tal senso, si rischia di sottovalutare il portato innovativo di alcune pratiche cooperative che si diffondono a macchia d’olio nel nostro paese. Il rilancio di un cooperativismo attento ai bisogni materiali di una comunità e capace di stimolare l’autonomia e il protagonismo dei produttori rappresenta una prospettiva reale di mutamento del paradigma capitalistico. La valorizzazione del patrimonio di esperienze e di competenze informali, diffuse nelle reti di comunità, assume inoltre una diretta implicazione nella sfera della politica, favorendo quel processo di democratizzazione dei rapporti di produzione che è alla base di una democrazia senza aggettivi. Piuttosto che di “lavoro di cittadinanza” si dovrebbero indagare con più attenzione i meccanismi, le istituzioni in grado di aprire un campo di sperimentazione e di codecisione delle politiche pubbliche, valorizzando le competenze sedimentate nel tessuto relazionale delle nostre comunità. In tal senso, andrebbe potenziato il ruolo delle regioni e delle autonomie locali, svilito con il disegno di riforma della Costituzione, come canali di formazione di un sapere informato, costantemente aggiornato in una dimensione dialogica e partecipata. In sintesi, il lavoro di cittadinanza risponde solo parzialmente ai problemi occupazionali,, riuscendo ad assorbire quote di disoccupati di lunga durata o con basse qualifiche, senza tuttavia intervenire a fondo nei meccanismi che regolano l’assetto produttivo e il funzionamento del mercato del lavoro.

Riduzione dell'orario di lavoro: una strada da seguire

Nella bagarre tra redditisti e lavoristi il tema della riduzione dell’orario di lavoro sembra scomparire o assumere una prospettiva difensiva e residuale. Eppure come ci ricorda Marx la dimensione del tempo di lavoro è centrale nei processi di accumulazione capitalistica: “..La voracità di pluslavoro si presenta come un impulso ad uno smodato prolungamento della giornata lavorativa, mentre nel boiardo, più semplicemente, si presenta come caccia diretta a giornate di corvéè”, scriveva nel libro I del Capitale. Dalle fabbriche inglesi di metà ‘800 di cui ci parlava Marx ai nuovi distretti del lavoro cognitivo, il controllo sui tempi di lavoro rappresenta lo strumento principale di organizzazione del processo produttivo e funzione primaria di valorizzazione del capitale. Se in Italia, la riduzione dell’orario di lavoro ha assunto una prospettiva tendenzialmente difensiva (attraverso lo strumento dei contratti di solidarietà) in altri paesi europei dalla Francia alla Svezia (più recentemente), la distribuzione del tempo di lavoro ha condotto  a specifici accordi sindacali e a provvedimenti legislativi. In una fase storica segnata dall’aumento della c.d disoccupazione tecnologica e contestualmente dalla presenza di fenomeni di intensificazione dello sfruttamento,  attraverso l’incremento del tempo di lavoro, la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario rappresenta uno strumento su cui riflettere per riequilibrare i rapporti di potere nei contesti di lavoro e nella società. Le ragioni a sostegno di un intervento mirato alla riduzione del tempo di lavoro rispondono a due dimensioni. La prima attiene al piano della dinamica complessiva del mercato del lavoro e dalla domanda interna, la seconda coincide con una dimensione soggettiva e riguarda la trasformazione del lavoro nel rapporto tra individuo e società. Analizzando il piano strutturale, la riduzione dell’orario di lavoro consentirebbe di recuperare quote di disoccupazione, come dimostrato da alcune sperimentazioni recenti,  allargando la platea dei percettori di reddito sottoforma di salario e incidendo positivamente sul ciclo economico e sull’innovazione del tessuto produttivo.  Per scongiurare l’aumento dei costi unitari e gli effetti negativi sulla produttività, il sistema delle imprese sarebbe costretto ad alimentare una dinamica competitiva centrata sugli investimenti del capitale fisso e sulla formazione permanente della forza lavoro. Alcune esperienze recenti confermano l’assenza di una relazione meccanica tra la riduzione del tempo di lavoro e l’andamento negativo della produttività, smentendo buona parte delle congetture formulate dalla scuola neo-classica.  Sul piano soggettivo, la riduzione dell’orario di lavoro andrebbe incontro ad una trasformazione profonda che impatta sulla sfera dei bisogni individuali e collettivi. Il lavoro non è più l’unico campo di identificazione sociale. Ciò non significa che non sia più centrale nello sviluppo della personalità e nella costruzione delle soggettività, significa semplicemente riconoscere che gli spazi di formazione delle identità, in società complesse come quelle odierne, passano anche da canali diversi. La riduzione del tempo di lavoro risponde proprio alla necessità di liberare il tempo di vita, incontrando i bisogni di una società mutata.  Inoltre, un intervento sulla riduzione dell’orario di lavoro scongiurerebbe i limiti connessi all’istituzione di un sostegno al reddito incondizionato e quelli richiamati a proposito del lavoro di cittadinanza. L’introduzione di una misura che consente di agire immediatamente sui rapporti di produzione, attraverso il controllo dell’organizzazione del lavoro e contestualmente rispondere al soddisfacimento dei bisogni riuscirebbe ad aprire un terreno di incontro, finora assente, tra redditisti e lavoristi.

Ai fattori positivi che spingono verso una riduzione del tempo di lavoro seguono anche delle critiche che una misura di questo tipo può suscitare. La prima riguarda il soggetto titolare ad intervenire in materia. Indubbiamente un intervento legislativo calato dall’alto in assenza di una rivendicazione che dai luoghi di lavoro si produce nell’intero tessuto sociale, cadrebbe nella divisione classica, citata precedentemente per il reddito minimo, tra la sfera politica e quella sociale, nella direzione di un’autonomia della prima sulla seconda. Inoltre, il controllo del tempo di lavoro non rappresenta certamente lo stadio necessario di un ribaltamento dei rapporti di forza, se manca di una strategia di recupero di protagonismo concreto dei lavoratori nell’organizzazione dei processi produttivi e nell’orientamento degli investimenti dell’impresa. Due interrogativi che meritano un ulteriore approfondimento, per avviare una riflessione informata che mai come in questa fase storica assume una portata decisiva per il futuro della nostra società.

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