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Fiera di Bologna: lettera di un lavoratore invisibile. Sul bordo del marciapiede.

  • Scritto da  Calibano Invisibile
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Fiera di Bologna: lettera di un lavoratore invisibile. Sul bordo del marciapiede.

Ormai sono passati dieci da quando ho lavorato per la prima volta alla fiera di Bologna. Avevo 19 anni. All’epoca facevo il parcheggiatore per l’Operosa. Mi ci rivedo ancora. Su un bordo di un marciapiede alle sette e mezzo del mattino. Dovevano passare dodici ore prima di sentirmi libero, senza pausa, senza buoni pasto. Era un lavoro come un altro, un modo per affrancarmi dal mio status di studente. Ora ho capito che un lavoro non è un atto innocente. Che quello che si fa in maniera ingenua può arrecare seri danni agli altri, al lavoro in sé. Da quel giorno avrei capito che io in fiera sarei stato etichettato come un Calibano. Un Calibano che aveva come destino quello di essere risucchiato nel ciclone. In un ciclone che avanzava, avanzava, sempre di più.

Della fiera di Bologna nessuno parla quasi mai. Viene citata solo per decantarne la bellezza in termini economici. Assieme all’Università è l’altra maggiore fonte di introiti della città. Per il resto attorno ha una nube di mistero e di enigmaticità. È come se qualcuno la volesse nascondere. “La Fiera è magica. Però non possiamo svelarne i poteri”. Sembra proprio sentire queste parole da coloro che su questo immenso quartiere fieristico appongono una sorta di enorme cellofan. In Fiera non c’è solo il personale dell’azienda. Dentro c’è un vasto mondo di micro realtà. Dall’Am, alla Clipper, alla già citata Operosa, ai facchini, all’Sg service, fino ad altri micro universi che nemmeno conosco. La fiera è anche questo: non solo ricchezza e portento per Bologna. La Fiera significa anche precarietà e sfruttamento. Questo aspetto non sempre viene sottolineato. Io da quando sto a Bologna non ho mai sentito proferire una sola parola in questo versante, né dai movimenti dal basso, che paiono interessati più a temi studenteschi, o come in questo periodo alla lotta per la casa (due tematiche per carità nobilissime), né dal Sindacato. Il Sindacato, già. La Cgil tra i quadri della Fiera ha qualche suo delegato. Campagnoli, l’ex presidente è stato un dirigente della Cgil. A me tutto ciò fa un po’ sorridere. Da un lato si sta impegnando a portare avanti la raccolta delle firme contro il lavoro accessorio (un impegno nobilissimo, questo va riconosciuto. Ma non è troppo tardi? Prima non si poteva fare nulla?) e dall’altro lato, nel caso di quest’esercito di precari di cui parlavo sopra, non ha mai mosso un dito, mai una denuncia, nulla di nulla. Solo accenni timidi. Poco, troppo poco. Servono azioni decise. Non passetti titubanti. No, la Fiera non si può toccare. La fiera fa gola a tutti. La Fiera accontenta troppe persone. Ed è per questo che non mi sono meravigliato che il Comune, socio azionista della Fiera, non abbia mai speso una parola in merito. Come dire: I lavoratori? Il lavoro? Tutte cose in secondo piano. La parola d’ordine è profitto, profitto. E la Sinistra che dice :“A questo punto ne approfitto pure io”.

Qualche settimana fa una piccola bolla in questo mare grigio è apparsa. Sono stati licenziati 123 dipendenti dell’azienda. Una cifra enorme se la si paragona al totale dei dipendenti. Questo è stato un attacco meschino, alle spalle. L’azienda ha comunicato la notizia solo dopo le elezioni comunali, così giusto per non fare cambiare idea a qualcuno. Ovviamente quando ho letto l’accaduto ho provato subito una forte indignazione. La mia solidarietà è andata ai lavoratori in maniera inequivocabile. È vero, ho provato un senso di ingiustizia. Ma anche di rabbia. Infatti, quanto avrei voluto incrociare qualcuno dei licenziati e guardarlo negli occhi. “È quello che vi meritate. Ben vi sta”. Si, avrei detto proprio questo. Certo, da parte mia sarebbe stato cinico, a-morale. Io penso che chi si dichiara di Sinistra deve avere il coraggio anche di mettersi contro ai suoi principi, di scardinare dei luoghi comuni, di far evincere le contradizioni sempre, in ogni occasione, non solo quando di fronte ha il Capitale. Mi spiego meglio. Nelle orecchie mi risuonano ancora le parole di pietà che mi lanciavano questi lavoratori, forti del fatto di avere un contratto a tempo indeterminato. “Mi spiace. Poverino. Come fai a camminare per tutto questo tempo?”. Si riferivano al fatto che io tutti quei diritti non li avevo. Io in fiera, da quando ero seduto su un marciapiede, ho lavorato con un contratto a chiamata e adesso con i voucher. Io le ferie, gli straordinari, il Tfr, la malattia, la tredicesima, non ho mai saputo cosa fossero. E loro quando mi (e ci) vedevano a camminare per dieci, dodici ore per 6 ridicoli euro erano capaci solo di uno sguardo compassionevole e un tono paternalistico. Tutto ciò mi ha sempre disgustato. Noi se lavoravamo in quelle condizioni non era perché eravamo dei falliti. Non dipendeva da noi. Era un sistema marcio che lo permetteva. Questi lavoratori erano convinti di essere dei privilegiati. Si sentivano protetti dalla precarietà. Loro, i Prospero usurpatori si sentivano in diritto di sbeffeggiare e compatire noi, i Calibani deboli, inferiori. Purtroppo quella patina di argento che li ricopriva lentamente si è scrostata dalla pelle e li ha fatti ritrovare magicamente uguali a noi. Quei Prosperi vanitosi hanno ritrovato sulle loro facce quella stessa maschera che per tanto tempo abbiamo avuto noi Calibani: una maschera da pesce marino informe, schifosa, angusta. La verità è che erano sempre stati uguali a me, a quelli delle altre cooperative, solo che non se ne accorgevano. Il miraggio che avevano davanti agli occhi ha prolungato la loro illusione di essere passeggeri di prima classe di un Titanic destinato al naufragio. Di essere come loro, i veri Prospero. È ciò che mi fa rabbia. Le parole caritatevoli non servono a nulla. Se non si fa niente per contrastare un’ingiustizia, per annientare lo sfruttamento, un giorno in quel ciclone, che sembra lontano, lontano, ci finiremo tutti, e sarà troppo tardi per dire “Ho sbagliato. Mi pento”. Con le lotte, anche con quelle apparentemente più distanti dalle nostre, bisogna starci, esserci. L’emancipazione è un fattore collettivo. Che coinvolge tutti. Il conflitto non prevede un crogiolarsi arrogante sul proprio lettino di canapa. Ogni azione in questa direzione è piccolo borghese, devastante per tutti gli sfruttati. Per combattere lo sfruttamento bisognare stare dalla parte degli sfruttati, contrastando tutte le forme di sfruttamento, sempre, dovunque, in ogni caso.

Un’altra cosa che ho capito da questo licenziamento è che oggi nessuna scelta è neutra. Decidendo di fare il lavoretto settimanale che mi serve per campare sto già compiendo un atto politico. Un atto colluso, complice. Senza rendermene conto alimento questa caterva di precarietà. Ed ecco allora che un’azienda decide di aumentare la giungla di cooperative, perché così risparmia, mette a dieta i propri dipendenti. In uno scenario simile allora la parola chiave non può che essere: rifiuto. Rifiuto alla logica dei voucher, rifiuto ad un lavoro senza diritti, senza un tempo per sé. Noi oggi dobbiamo essere dei disertori.

Le mie sono parole che sono uscite di getto. Spero che qualcun altro più competente di me le arricchisca, e non le faccia cadere nel vuoto.

Perché i garantiti e i non garantiti non esistono.

Perché il privilegio è solo una falsa chimera per metterci uno contro l’altro.

Rifiutiamo tutto ciò.

Alziamoci da quel marciapiede,

e andiamo incontro a chi non può godersi un futuro.

Da quella parte potremo esserci tutti,

io,

noi.

Ecco: il mio sogno è che un Calibano uguale a me si avvicini e mi alzi da quel marciapiede. Che capisca che non è Prospero. Poi ci voltiamo e insieme ci dirigiamo contro quel ciclone, per arrestarlo, definitivamente. 

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