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Tav e debito pubblico viaggiano sullo stesso binario

In questo paese si piazzano tende, si sale sui tetti, sulle gru e, se necessario, si sale anche sui tralicci. Era questo forse il segnale che voleva dare Luca Abbà. Un gesto eclatante, un gesto che serve a riportare l'attenzione sul tema centrale della discussione: la realizzazione della Torino-Lione. Si perché negli ultimi giorni si parla di ben altro. Scene da film, con lacrimogeni sparati alle spalle dei manifestanti inermi alla stazione di Porta Nuova, caccia all'uomo tra le foreste della Val di Susa, sgomberi forzati a meno di ventiquattro ore dalla pacifica quanto numerosa manifestazione di sabato, rappresaglie notturne con idranti e, infine, le ultime quarantott'ore di passione, rabbia, repressione e violenza. Anche qui il solito giochino. Ancora una volta è stato trasformato un fatto politico in questione di ordine pubblico, e nel caso della Tav non è la prima volta. In questi giorni, però, sembra esser successo qualcosa si più grave; qualcuno – in modo cinico e consapevole – ha voluto inquinare un clima già fin troppo torbido.

 

Una nuova strategia della (in)tensione

Sicuramente l'ha fatto il quotidiano Libero, pubblicando un vergognoso sondaggio a cui il popolo dell'intolleranza ha risposto senza vergogna. Il sondaggio chiedeva al popolo dell'odio se Luca se la fosse cercata, se tutto sommato l'incidente non fosse solo colpa sua e della sua mitomania. Toni e scene tribali, che ci raccontano della mistificazione e dello strisciante disprezzo di una borghesia sempre pronta a colpire, sempre pronta a speculare sulle disgrazie altrui, sempre pronta a dimostrare di aver buttato via anche l'ultimo briciolo di umanità. Perché Luca fosse in cima è facile intuirlo dalle immagini che hanno fornito direttamente le forze dell'ordine: lo si intravede mentre chiude il suo collegamento telefonico con Radio BlackOut perché – come riferirà al telefono lo stesso manifestante – è inseguito da un arrampicatore della polizia. Le immagini lo fanno vedere senza manipolazioni. Luca sale in cima al traliccio (fino poi a toccare tragicamente i fili) perché un agente nel frattempo stava salendo in cima al traliccio inseguendolo. Ma per fare cosa? Cosa avrebbe fatto l'agente una volta che avrebbe raggiunto Luca? L'avrebbe arrestato? Come avrebbe fatto a portarlo giù? L'avrebbe ammanettato al traliccio? Non si era accorto del pericolo che stava generando in quel momento? Scene da strategia della (in)tensione, suffragate dalla sequela di dichiarazioni successivamente fornite da tutto il mondo istituzionale.

Ed è proprio questo il pericolo che abbiamo di fronte, una nuova stagione che prova a trasformare in questioni di ordine pubblico scelte meramente politiche. Il commissariamento della politica e l'avvento del governo tecnico ci espongono fortemente a questi pericoli; alterare la percezione del senso comune, costruire un nemico pubblico (meglio se nero e incappucciato), spargere da nord e sud la benzina della ragion di stato per poi aspettare la prima miccia. La nostra è una generazione esposta a questo rischio, che potrebbe compromettere – come già successo nella storia antica come recente del nostro paese – qualsiasi ambizione di trasformazione reale del quadro politico e democratico.

Sarebbe bello, quanto necessario, indagare su chi sta dietro a questa nuova strategia della tensione. La storia repubblicana ha visto in azione, al servizio della causa anticomunista, strutture come Gladio e la P2; sarebbe necessario chiedersi questa nuova strategia della tensione a cosa (ma soprattutto a chi) è funzionale. L'abbiamo vista farsi strada in ogni grande evento di piazza degli ultimi anni – Genova 2001, ma anche più recentemente il 14 Dicembre 2010 e il 15 Ottobre 2011 – riempiendo pagine intere del dibattito pubblico e giornalistico sempre in una direzione: la difesa dello status quo.

 

Ma di cosa stiamo parlando?

Ritornare alla dimensione politica – nel caso della Tav ma anche degli altri casi citati – sarebbe un utile esercizio di memoria, ma forse soprattutto di democrazia. La realizzazione della linea ad Alta Capacità Torino-Lione nel 2003 è stata dichiarata obiettivo strategico per la nazione, sulla base della programmazione Cipe, una decisione resa possibile dall'approvazione da parte del governo Berlusconi – nel 2001 – della famosa quanto controversa legge obiettivo. In sostanza si possono  espropriare terreni in modo coatto, eludere la valutazione di impatto ambientale e militarizzare i cantieri. In una battuta sarebbe meglio dire si può essere sospendere la democrazia; ma ci sono conti che non tornano, decisioni che non sono chiare.

Ad esempio, dopo un lungo iter di contestazione partito nel 2005, l'intera comunità montana ha chiesto di sospendere la realizzazione dell'opera, potenziare l'attuale linea ferroviaria e convocare la conferenza dei servizi.  Nel 2006, dopo i fatti di Venaus, la realizzazione della linea Torino-Lione è uscita dalle procedure straordinarie previste dalla legge obiettivo per rientrare nelle prassi ordinarie. La decisione fu presa dall'ultimo Governo Prodi e suffragata poi anche da una sentenza del Consiglio di Stato, ma nonostante ciò nessuna autorità ne ha mai disposto l'attuazione da parte della società deputata alla realizzazione dell'opera, in questo caso LTF (partecipata al 50% da Rete Ferroviaria Italiana spa). In sostanza siamo in piena violazione delle procedure previste dalla legge, sia nel caso dell'acclarata contrarietà della Comunità montana valsusina, sia in merito alla necessaria valutazione di impatto ambientale, sia rispetto alla conclamata contrarietà degli enti locali su cui si dovrebbe realizzare l'opera.

 

La Tav come zavorra per il debito pubblico

Ma a preoccupare ancora di più è proprio la dimensione economica e finanziaria. Come riportato da Ivan Cicconi nel Libro nero dell'alta velocità (scaricabile gratuitamente dal sito de Il Fatto quotidiano) le stime governative rischiano di essere ingannevoli quanto mendaci. La nuova tratta Torino-Lione fu concepita con la previsione che entro il 2015 sarebbe diventata satura l'attuale capacità di trasporto merci della linea storica, pari a 32 Milioni di tonnellate. La stima, fatta direttamente da FS nel 2003, è stata completamente disattesa, anzi il flusso delle merci (a causa della crisi) e delle persone (per andare a Parigi è molto più comodo un volo lowcost) sono  diminuite del 72%. Nel 2010 sono transitate solo 2,4 milioni di tonnellate, solo il 7,5% della potenzialità consentita della linea ferroviaria già presente!

Questo non significa che chi scrive è favorevole a incentivare il trasporto su gomma, o men che meno in aereo (entrambi di gran lunga più inquinanti), ma che invece sarebbe più opportuno investire le risorse per ammodernare l'attuale linea, sottostimata e poco utilizzata. Questa constatazione diventa scontata nel momento in cui si fa una breve valutazione dei costi. La previsione iniziale, per quanto riguarda la quota italiana, era di poco più di 2 miliardi di Euro; nel giro di pochi anni (nel 2010) siamo arrivati a stime pari a 8 miliardi. Sempre Cicconi, però, prevede che il costo raddoppi a causa dei ritardi e degli interessi bancari pendenti, sicché si potrebbe arrivare perfino a 20 miliardi. Il finanziamento europeo previsto, però, non va oltre il miliardo e mezzo e dunque i conti non tornano. Perché in una fase politica che ha posto come prioritario l'abbassamento del debito e il pareggio di bilancio, si continua a perseverare con fermezza sulla costruzione di un'opera che, dai 2 miliardi iniziali, potrebbe produrre un debito pendente di circa 18 miliardi di Euro?
Secondo alcune stime ne basterebbero solo 3,5 per garantire un reddito minimo garantito per chi non accede agli ammortizzatori sociali e vive al di sotto della soglia di povertà. Possibile che il governo dei tecnici e dei professori non se ne sia accorto? Alla luce di ciò tutta la retorica sul debito pubblico e sul futuro di noi giovani rischia di essere una vera e propria presa per i fondelli, l'ennesima.

In questo scenario sembra sempre più plausibile che sul tema dell'Alta Velocità qualcuno voglia inscenare l'ennesima stagione di contrasti e conflitti all'insegna delle menzogne. Un ulteriore elemento di riflessione per i movimenti che in questi anni, e in queste ore, stanno dando prova di saper resistere all'ennesimo disegno di demonizzazione. Un'ulteriore occasione per riflettere, alla luce di questo nuovo clima, anche sull'efficacia stessa delle pratiche di resistenza e di lotta, sempre più strumentalizzate dai soliti poteri forti e oscuri, loro sì nostalgici degli anni '70, sempre pronti a compattare l'arco costituzionale per diffondere tensione e combattere nemici inesistenti.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 14:13
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