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Riflessioni sparse sulla Repubblica di Weimar e il voto italiano

  • Scritto da  Francesco Sinopoli
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sconfitta sinistra quarto statoNei lunghi anni di questa drammatica crisi ho sentito evocata centinaia di volte la Repubblica di Weimar. Anche oggi, dopo il voto italiano, riecheggia nei discorsi e nei pensieri di molti.  Purtroppo generalmente se ne cita (e forse se ne conosce) solo la rovinosa fine determinata anche da una paralisi parlamentare e accompagnata dall'avvento del nazismo.

Fu invece una esperienza straordinaria in cui grandissimi giuristi come Ugo Sinzheimer, Ernest Fraenkel, Otto Kahn-Freund, Karl Korsh posero le basi della democrazia economica e del diritto del lavoro inteso come diritto di coloro che non disponendo di mezzi di scambio si trovano obbligati a prestare lavoro salariato. Con la repubblica di Weimar l'uguaglianza e la libertà smettono di essere formule vuote per diventare oggetto di una politica legislativa. 

La previsione della giornata lavorativa di 8 ore, o quella sul collocamento pubblico della manodopera o la tutela contro i licenziamenti e la disoccupazione si combinavano perfettamente con il riconoscimento dell'inderogabilità individuale del contratto collettivo, con la riforma dei tribunali del lavoro allargati anche ai rappresentanti dei lavoratori, fino al riconoscimento dei consigli d'azienda. 

Per quanta nostalgia abbiamo della repubblica di Weimar, del suo raffinato pensiero giuridico e politico, delle sue norme sul lavoro e per quanta tristezza e orrore possa farci la sua drammatica fine non ne avremo per questa penosa “seconda repubblica” italiana. Nel suo essere travolta porta con sé lo smantellamento del contratto collettivo nazionale di lavoro attraverso la derogabilità disposta per legge, l'aumento esponenziale e ultraventennale della precarietà utilizzata  dalle aziende per risparmiare sui costi del lavoro - come sostituto della svalutazione - e dallo stato come parte strutturale del patto di stabilità interno presupposto per mantenerci in linea con le prescrizioni dell'unione europea. Parimenti porta con se un welfare profondamente impoverito per coloro che ancora vi accedono e ugualmente lontano per i tanti che ne sono esclusi. E tanto altro che vorremmo dimenticare più che ricordare per quanto lo ritroveremo intatto nella “nuova stagione”, Berluscones compresi.

Impossibile, insomma, liquidare il voto al Movimento 5 stelle come protesta generica contro la casta.
Certo per molti si vuole mettere in discussione la stessa utilità della politica nel risolvere i problemi quotidiani e per tanti altri denunciare la scarsa credibilità del blocco progressista a fronte degli stessi obiettivi contenuti nel programma (peraltro non chiarissimi).
Ma al pettine vengono nodi ben più profondi che si collocano tutti nel rapporto tra condizione sociale e rappresentanza politica.

Sulla crisi della forma partito nulla da dire tranne che se ne analizzano le sfaccettature da 25 anni. Prima o poi il post-fordismo doveva lasciare un segno indelebile anche nella politica della sinistra. La rete consente quello che gli spazi polverosi di molti luoghi fisici impediscono: condivisione e democrazia diretta. Bastava utilizzarli. C'è da chiedersi perché i partiti della sinistra non riescano a trovare adattamenti con la realtà che cambia deperendo a prescindere. Del resto, quando si individuano modalità effettivamente nuove di partecipazione come le “fabbriche di nichi” vengono fatte morire. Per non parlare del rapporto strumentale con i movimenti studenteschi e dei ricercatori che vengono premiati candidando rettori come se piovesse. 
Sarà un problema anche di persone? Certo che lo è. Ma non solo.
Come molti trovo allucinanti le modalità predicatorie di Grillo, una parte consistente delle cose che dice quanto la stessa modalità organizzativa da neoleninismo telematico del movimento 5 stelle. Per non parlare delle sue posizioni sul lavoro per cui, mi pare di capire, oltre che dalla chiusura dei sindacati la soluzione ai problemi del lavoro arriverebbe attraverso la ripartizione degli utili. O forse parla della collettivizzazione dei mezzi di produzione? Un economista accreditato come a lui vicino cita l'articolo 46 della Costituzione, non a caso ispirato alla stagione di Weimar, di cui non credo abbia compreso il vero contenuto. Aspettiamo poi di sapere cosa pensano del diritto da parte dei lavoratori a scegliersi i loro rappresentanti e a votare i contratti. E potremmo continuare. 

Ma con il movimento 5 stelle e i suoi eletti si discuterà per forza anche dei contenuti visti i problemi enormi che dobbiamo affrontare nei prossimi mesi. Magari avremo anche qualche felice sorpresa sulla scuola, sulla ricerca e sull'università. Sul reddito di cittadinanza ho qualche dubbio in più di molti compagni entusiasti che si riesca a tradurre in una proposta autentica ma potrebbe rappresentare il grimaldello per costruire, effettivamente, un welfare davvero universalisitico. Quanto meno per discuterne.
A fronte di tutto ciò trovo aberrante quanto opportunistico dare le colpe della sconfitta (solo) a Bersani o pensare che la via (unica) per uscirne sia candidare il mio coetaneo in camicia bianca. Vero, Renzi avrebbe preso tanti voti di persone che non sono tradizionalmente di sinistra e forse giocato una campagna elettorale più aggressiva. Vero che la dicotomia vecchio nuovo pesa e tanto. Vero che questi costi della politica sono considerati intollerabili e richiedono un segnale netto. 

Vero che chi parla deve essere credibile mentre troppi considerano coloro che hanno fatto politica negli ultimi 25 anni compromessi a prescindere. E tuttavia i soli volti nuovi e il taglio dei costi della politica, forse, basterebbero per traghettarci fuori definitivamente dal trentennio Berlusconiano ma non basterebbero a risolvere i nostri problemi. Un cambiamento di volti è indispensabile ma senza contenuti in grado di farci uscire dal trentennio liberista, che coincide ma non si esaurisce nel primo, il fiato sarà sempre corto. 

Il patto fondativo del partito democratico tarato su un moderatismo a priori , l'ossessione per questo inesistente centro politico, la disponibilità ad accettare culturalmente il governo Monti eredità della responsabilità nazionale, a cui anche oggi il nostro Presidente si appella in un una sorta di surreale coazione a ripetere gli errori del PCI come se non ci bastassero quelli di oggi,  sono tutte ragioni che, per quanto mi riguarda, si spiegano da sole. Pensate, in realtà, a quanta distanza dai democratici americani di Obama con “il Boss” in giro per la campagna elettorale a parlare ai lavoratori della Rust Belt e l'obiettivo dichiarato ( e realizzato) di rappresentare una somma di minoranze. Altro che il centro. La classe media è stata già disintegrata dal liberismo.

Credo, inoltre, che la politica progressista da sola non potrà comunque bastare. Anche se avessimo un premier progressista animato dalle migliori intenzioni con un programma di legislatura, cosa in cui ovviamente spero. 
La rottura istituzionale del movimento 5 stelle non corrisponde, infatti, ad una rottura né ad una alternativa sociale. E oggi senza una mobilitazione su vasta scala i rapporti di forza in Europa non si sposteranno anche se questo voto non è ininfluente. Qui si pone il tema non certo secondario o ignorabile della nostra irrilevanza come movimento sindacale unita al restringimento progressivo, quanto apparentemente, inesorabile del perimetro della nostra rappresentanza. 

Questo esito imprevisto ma non imprevedibile della campagna elettorale esprime però un campo della possibilità a cui forse c'eravamo colpevolmente disabituati. Dopo le riflessioni torniamo ad agire, la storia non è finita.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 16:03
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