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Quanta retorica sull'articolo 18...

  • Scritto da  Armanda Cetrulo
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Fornero non piange, rideUna delle principali argomentazioni a favore dell’abrogazione dell’articolo 18 consiste nell’affermare che regole troppo restrittive e costi di licenziamento troppo elevati disincentivano le imprese ad assumere. Allora, per accostarsi all’argomento, può essere interessante considerare proprio le motivazioni per cui più frequentemente le imprese italiane oggi decidono di non assumere. Facciamo riferimento ad una recente indagine dell’UnionCamere, da cui riportiamo la seguente tabella esplicativa :

 

 

 

articolo 18

Secondo questa indagine, come vediamo nella tabella, nel 77,1% dei casi le imprese dichiarano nel 2011 che non assumerebbero nuovi dipendenti poiché ritengono adeguata la dimensione del proprio organico, in particolare le micro imprese (77,5% dei casi ) e le piccole (nel 75,5% dei casi) all’interno delle quali la struttura organizzativa è semplice e meno soggetta a cambiamenti dinamici. Nelle grandi imprese invece, è molto maggiore l’esigenza di completamento del proprio capitale umano al punto che solo il 15,6% delle imprese con più di 500 dipendenti dichiara di avere una dimensione dell’organico adeguata. Pesa dunque molto sulle scelte di ampliamento aziendale, la dimensione dell’impresa stessa, e pesa decisamente di più di possibili ostacoli rappresentati da art.18 e simili (che non viene nemmeno nominato dalle imprese).

Potremmo però ipotizzare che dietro la convinzione di avere un ammontare di personale adeguato, si nascondano in realtà altri vincoli impliciti che condizionano le imprese, come appunto quelli di licenziamento. In realtà però, tra coloro che dichiarano di non avere in programma nuove assunzioni (complessivamente il 73,9% delle imprese), solo il 3,6% afferma che sarebbe disposto ad assumere se non esistessero vincoli interni (mancanza di bugdet, strutture adeguate) e esterni (costo del lavoro e difficoltà di reperimento).

articolo 18

 

 

Molto più influente invece appare anche il senso di incertezza rispetto all’andamento futuro dell’economia:circa il 14% delle imprese che non assumeranno adduce infatti come motivazione l’incertezza e il calo della domanda.

Questi dati appaiono in netta contraddizione con quanto largamente affermato nel dibattito e mostrano come i nodi più profondi che risulterebbe necessario affrontare siano ben diversi e riguardano prima di tutto la crescita della domanda interna, che segue un andamento stagnante dalla metà della anni Novanta a causa delle politiche di moderazione salariale che hanno ridotto il reddito disponibile delle famiglie e che si è ulteriormente indebolita con la crisi e il miglioramento delle aspettative e delle incertezze dei lavoratori (molto più che dei mercati).
Inoltre, sarebbe utile ricordare che l’articolo 18 riguarda solo il licenziamento individuale, considerato che la legge 233/1991 ha già introdotto la possibilità di prevedere il licenziamento collettivo anche per ragioni economiche. Diventa davvero ridicolo riconoscere ad un semplice articolo un così vasto ventaglio di effetti, tra cui quello di spingere le imprese ad assumere solo sotto forma di contratti precari e allontanare gli investimenti stranieri!
Infine, vale la pena sottolineare che per quanto riguarda il confronto internazionale, l’Italia presenta un livello di protezione contro le dimissioni individuali dei lavoratori a tempo permanente inferiore alla media europea (0,7 contro 1,1) e di sicuro al di sotto del valore francese e tedesco.
D’altronde, la confusione sul livello effettivo di rigidità del mercato del lavoro è un problema che vanta già una certa tradizione, se consideriamo che il calcolo iniziale dell’indice Epl per l’Italia risultò così alto poiché al suo interno venne inserito il Tfr (che rappresenta però un salario differito e di certo non un vincolo al licenziamento)
Quanti “errori tecnici” verrebbe da dire, sarà l’incubo di vedere simboli ovunque…

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 15:32
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