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Le chiavi di Atene

I colloqui post-elettorali per la formazione di una coalizione di governo sono falliti. Si voterà il 17 giugno. Nel frattempo, è stato nominato un esecutivo per gestire l’ordinaria amministrazione, con a capo l’ex-presidente del Consiglio di Stato.

Nei 60 giorni più caldi che l’Europa abbia mai conosciuto dopo la crisi dei Balcani (tra le elezioni in sei paesi dell’Unione – Italia, Inghilterra, Francia, Grecia, Germania e Serbia – e collassi degli esecutivi in Olanda, Repubblica Ceca e Romania), la Grecia ha conteso fieramente il palcoscenico mediatico a colossi dello spettacolo come Francia o Germania.

Alla newcomer Grecia, fanalino di coda della società dello spettacolo europea, va un sincero “chapeau!” per la notorietà che è riuscita a radunare attorno alle proprie piccole ma complicate vicende.

Chi scrive è convinto che non sia possibile, oggi, descrivere la Grecia in un articolo. Ci vorrebbe un libro. Cerchiamo dunque di fornire qualche chiave, qualche linea di lettura per scoprire appena appena le contraddizioni più visibili e brucianti della situazione politica greca.

La prima chiave è la crescita di Alba d’Oro. Ad essa si associa un’altra chiave, più piccola e meno visibile ma assai tagliente: la repressione poliziesca. Chi è stato ad Atene recentemente ha potuto notare la presenza quasi soffocante della polizia ateniese. È di ieri la notizia che un gruppo di poliziotti della capitale ha fatto irruzione alla facoltà di Economia, non lontano da Exarchia, manganellando gli studenti che vi si trovavano assiepati per le elezioni studentesche. Nonostante la violenza del blitz, gli studenti hanno respinto l’attacco riuscendo a ricacciare fuori la polizia. Il fatto ha suscitato le ire del rettore della Facoltà. Per non parlare della violenza quotidiana che subiscono gli abitanti dei “margini” della capitale, vagabondi, migranti e prostitute. Recentemente la polizia greca si è resa responsabile di una vera e propria caccia all’untrice (giusto prima delle elezioni, che caso).
Al fenomeno neonazista va associata indissolubilmente la crescita della pressione poliziesca, sui movimenti e sulla società. È la duplice faccia della medesima medaglia: la retorica di Alba d’Oro, al di là della sua flebile campagna sull’economia protezionista (cui nessuno ha prestato attenzione), è interamente incentrata sul fenomeno della migrazione e sui temi di “sicurezza” ad esso collegati. Il campo di propaganda – sicurezza domestica, immigrazione – appare drammaticamente lo stesso, ed è impensabile che non vi sia alcun “gioco” reciproco tra i movimenti neonazisti greci – spesso protagonisti di scontri di piazza e rastrellamenti contro i migranti, senza che ciò comporti la minima reazione da parte di chi dovrebbe garantire l’ordine pubblico – e la polizia.
La convergenza di interessi è inquietante.
Ma proviamo ad analizzare più cautamente il fenomeno Alba d’Oro e i suoi possibili sviluppi. Vorrei ridimensionare – ammetto di rischiare, e di essere in controtendenza – la portata politica di quel 7% che ha concesso l’ingresso in parlamento a questa banda di fascisti. Alle elezioni del 6 maggio Alba d’Oro ha racimolato 400'000 voti. Per fare una proporzione, Nea Demokratia, il partito col maggior numero di consensi, ne ha ottenuti 1,2 milioni. Sono numeri bassi, su cui le percentuali tendono – in virtù della piccola dimensione numerica – a spostarsi sensibilmente. Questo accade perché la Grecia è un paese piccolo, con circa 10 milioni di abitanti di cui 3 stanziati nella sola capitale. Tant’è che quasi la metà dei voti di Alba d’Oro vengono da Atene – circa 150'000 voti (un dato di concentrazione che, peraltro, caratterizza anche SYRIZA, in proporzioni simili). Perché proprio ad Atene? Cosa significa questo dato?

Ad Atene vivono 3 milioni di abitanti, su circa 10 milioni di cittadini greci. Uno su tre, quasi, vive nella capitale. Per rendere l’idea, è come se in Italia (dove vivono circa 60 milioni di persone), 20 milioni vivessero nella medesima città. E invece, Roma conta meno abitanti di Atene. Dunque, Atene è una città con una concentrazione fortissima, ed è allo stesso tempo mèta privilegiata dell’immigrazione clandestina. La Grecia, d’altronde, è una delle “frontiere calde” della Fortezza Europa, più precisamente è il confine col corridoio turco. Afghani, pakistani e tanti altri prodotti marginali della globalizzazione occidentale ne hanno colonizzato i quartieri da tempo, sostituendo le etnie “tradizionali”, maggiormente accettate (specialmente, gli albanesi e i curdi). Il prevedibile costo in termini di tensione sociale non è stato affatto riassorbito, come testimonia il clima di terrore in alcune strade di Atene o i rastrellamenti di Alba d’Oro sopra citati, ma anzi acuito dalle politiche miopi di governanti ciechi e poliziotti fascisti.  
Il successo di Alba d’Oro sta qua. Sta nelle strade di Atene dove la gente appende le bandiere greche al balcone per testimoniare la propria contrarietà all’immigrato clandestino; sta negli incroci che questi loschi figuri bloccano per rastrellarvi all’interno chiunque sia scuro di pelle; sta in piazza Omonia, dove si spaccia e le risse tra etnie differenti si sprecano; sta nelle curve degli stadi, nel malcontento del “popolino” e nella violenza urbana che ormai, ad Atene, è fatto quotidiano.

Il punto è cosa farà Alba d’Oro di questo capitale elettorale consolidatosi il 6 maggio. Un 7% che solleva interrogativi, il primo dei quali è: il 17 giugno, quando si ripeteranno le elezioni, il partito neonazista registrerà un successo o una flessione? La domanda è aperta, e non avendo alcuna sfera di cristallo a disposizione, mi limito ad una scommessa: che Alba d’Oro vedrà i propri consensi sensibilmente ridotti, a favore di SYRIZA e altri partiti. Improvvisamente, il 6 maggio i riflettori dei media (internazionali e non) si sono accesi su questi buffi e cupi neonazi. Prima, quand’erano nell’ombra più totale (un’ombra che numericamente si attestava allo 0,2% delle elezioni del 2009), i loro vizi e lazzi potevano essere nascosti. Ora, in piena luce da telecamera, i loro exploitshanno allontanato numerosi elettori, in particolare ad Atene. E se la campagna elettorale delle sinistre prenderà corpo, a partire da un’inedita credibilità, non è impossibile che molti voti traslino da un capo all’altro dello spettro politico.

La seconda chiave è l’infimo livello della politica greca. Nonostante la facciata di credibilità l’ambiente politico greco è continuamente scosso da scandali di alto livello: tra ex-ministri della difesa accusati di riciclaggio di denaro e strani prestiti bancari ai partiti di maggioranza, il livello di sfiducia corrente appare pienamente giustificato. Chi si scandalizza della paura degli elettori e della loro rabbia, pensando che il motivo sia soprattutto legato alla politica economica della trojka, commette a mio avviso un errore. Avanti a tutto, prima dell’euro e del reddito, sono stati premiati i partiti non legati alle istituzioni del potere tradizionale (le formazioni "anti-casta", per utilizzare termini che non mi piacciono). (Questo non vuol dire che il sostegno al memorandum della BCE non abbia contato nulla nell’espressione dei consensi elettorali. Ma, semplicemente, che tale sostegno all’austerity è – guarda caso – professato soprattutto da quei partiti maggiormente coinvolti da scandali e inchieste, più bersagliati dalla sfiducia popolare. La questione è più politica che economica, a mio modo di vedere).
L’
impasse dei partiti tradizionali (PASOK e ND) testimonia a favore di questa tesi. L’affrettato ricambio al vertice del PASOK, avvenuto a marzo nel silenzio della stampa straniera, che ha visto avvicendarsi al vertice Evangelos Venizelos, ex-ministro dell’economia; il crollo dei consensi alle urne del 6 maggio; le parole di frustrazione spontanea dei leader del bipolarismo che traspaiono dai verbali dei colloqui tenuti dal Presidente della Repubblica per la formazione di un governo di coalizione; tutto ciò testimonia a favore di un rifiuto da parte del popolo di una classe politica palesemente intenta a fare i propri sporchi interessi, piuttosto che il rigetto collettivo di una politica economica esacerbante.

La terza chiave è il successo di SYRIZA, a cui si accompagna un portachiavi del tutto singolare: è a forma d’Europa, e rappresenta la politica comunitaria. Tsipras, il giovane capo di SYRIZA, è stato uno dei pochissimi leader greci (forse l’unico, assieme ad Antonis Samaras, presidente di ND, da quanto emerge dalle fonti giornalistiche, ma potrei sbagliarmi) ad aver dialogato con le istituzioni europee nel mezzo di questa prima fase di crisi di governo. Subito dopo la pubblicazione dei dati ufficiali, SYRIZA si è rivolta prima verbalmente (h 23.33) e poi, quattro giorni dopo, in forma scritta alla Commissione europea, richiamando l’UE a fare i conti con la realtà della svolta politica in atto in Grecia. Al di là delle facili profezie ottimistiche – che lascio volentieri a chi prepara le pietanze per le osterie del futuro – gli orizzonti riaperti per la sinistra radicale europea rischiano di essere tramonti più che albe. Credo infatti che SYRIZA abbia esplicitamente scelto di puntare al potere. Che lo si chiami “governo della sinistra”, come ha detto Tsipras, oppure “strategia egemonica”, citando Jean-Luc Melenchon del Front de Gauche, ciò che conta è che l’obiettivo di SYRIZA ad oggi è vincere le elezioni e assumere la guida del paese. Il che, a primo acchito, mi terrorizza – perché una tale azione provocherà, temo, una terribile reazione. Non è casuale che Tsipras si rivolga costantemente alle istituzioni europee e alle organizzazioni internazionali – politiche e non. Un tale progetto ha bisogno della solidarietà internazionale come ossigeno per i propri orizzonti.

Rifoderando nella tasca il portachiavi europeo, un dato interessante emerge dalle statistiche di SYRIZA: sul milione di voti che ha racimolato il 6 maggio, circa la metà (400'000) vengono da Atene. Poco sopra abbiamo visto come tale tendenza accomuni SYRIZA e Alba d’Oro. Al che, uno statistico si aspetterebbe un simile comportamento per tutti gli altri partiti. E invece, tra le varie formazioni, sono solo queste due a possedere un preponderante voto nella capitale. Tutti gli altri schieramenti – almeno quelli che hanno superato la soglia di sbarramento – registrano un maggior numero relativo di consensi fuori da Atene (sia PASOK che ND che DIMAR, la Sinistra Democratica). Unica eccezione è il KKE, che non registra alcun cambiamento significativo tra i consensi ottenuti ad Atene e fuori da essa (lo scarto è al di sotto dei 10'000 voti). La tendenza è singolare, ma riflette bene la forza dei movimenti radicali che hanno inevitabilmente accompagnato la crescita di SYRIZA in Grecia, e che sono presenti ad Atene più che altrove. Su questi, per quanto possa non trasparire, il partito di Tsipras fa affidamento per l’egemonia nella capitale – che dovrebbe significare un grosso vantaggio alle elezioni. La sfida, per SYRIZA, è quella di estendersi al di fuori della capitale verso le zone di Macedonia e Tracia, dove Nea Demokratia conta una supremazia di diverse centinaia di migliaia di voti.

Ultima modifica ilSabato, 19 Maggio 2012 15:14
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