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30 anni va veniva ucciso Pio La Torre, martire dell'Italia che resiste

  • Scritto da  Roberto Iovino
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piolatorreC'è un'Italia che ha perso, è l'Italia dei giusti. Trenta Aprile di trent'anni fa, ore 9.20 in piazza Turba a Palermo la Fiat 132 di Pio La Torre, guidata dal suo collaboratore e compagno Rosario Di Salvo, viene crivellata di colpi.

Siamo verso la fine della seconda guerra di Mafia, più di mille sono stati i caduti, vittime innocenti e non di una violenza che non fa sconti tra obiettivi eccellenti e poveri morti di fame. Sul terreno di questa sanguinosa battaglia sono già caduti in molti; il giudice Terranova – estensore insieme a La Torre della famosa relazione antimafia di minoranza del 1976, con nomi e cognomi dei politici siciliani collusi con Cosa Nostra – ma sono già caduti anche il poliziotto Boris Giuliano – quello delle inchieste scomode su Mattei, Sindona e De Mauro – nonché politici come Reina e Mattarella, contrari alla collusione tra Mafia e Dc, il loro partito. Da lì a qualche mese cadrà anche il Gen. Dalla Chiesa, lo stesso che trent'anni prima conobbe La Torre a Corleone, subito dopo l'omicidio di Placido Rizzotto, in una stagione di sangue che ha visto più di cinquanta sindacalisti caduti per mano mafiosa, vittime dimenticate e non riconosciute né dai processi (quasi tutti chiusi prima del tempo per insufficienza di prove) né dalla memoria collettiva.

Nella nostra povera Italia contemporanea una cerimonia di commemorazione non si nega a nessuno. Altra cosa è tenere viva la memoria di chi pagato con la vita la propria passione civile e sociale, la profonda convinzione nei propri ideali, il desiderio mai appagato di giustizia, la quotidiana lotta per il riscatto popolare. Tutto ciò è parte di una memoria stralciata. La memoria la scrivono i vincitori, le vittime innocenti (a partire da La Torre) sono spesso annoverate nel lungo elenco dei vinti, il cui ricordo è sbiadito, quasi fastidioso per le attuali classi dirigenti. Il sangue versato non è tutto uguale, sarebbe bene averne sempre memoria, per restituire dignità alla storia e a noi stessi.

La Torre si iscrisse al PCI poco più che adolescente, fu spedito a ventun'anni a sostituire Rizzotto come segretario della Camera del Lavoro di Corleone, patì le sofferenze di un anno e mezzo di reclusione in isolamento all'Ucciardone, reo di essere uno dei capi delle occupazioni delle terre contadine a Bisacquino. La stessa democrazia nata dalla lotta dei partigiani come Rizzotto, ora incarcerava i figli del popolo, mobilitati al grido de “La Terra per tutti!”, in una straordinaria stagione di lotte in tutto il mezzogiorno per l'applicazione dei decreti Gullo. Sì, perchè il movimento contadino occupò le terre solo per rivendicare di fatto quello che già gli spettava di diritto su carta e che gli fu negato dalla violenza dei baroni e dalla mafia del feudo. Corsi e riscorsi di leggi che diventano fuorilegge, di giusti che passeranno alla storia come vinti, di banditi che invece saranno celebrati come vincitori.

Tutto cominciò con la strage di Portella della Ginestra (questo primo Maggio ne celebriamo il sessanticinquesimo anniversario), tutto finì con le bombe di Capaci e via D'Amelio. È la storia d'Italia, è la storia di un paese che ha perso la sua occasione di progresso, e in questa storia i giusti hanno sempre perso. La Torre, dopo la reclusione disumana (non ebbe la possibilità di vedere familiari e compagni) tornò alla lotta, contrastò il sacco di Palermo negli anni '50 di Ciancimino e Salvo Lima in consiglio comunale, si legò indissolubilmente al popolo siciliano, alle battaglie per il riscatto contadino e bracciantile, per la rinascita di un mezzogiorno ostaggio del malaffare mafioso. Era così, Pio La Torre, e fu riconosciuto da tutti come uno dei più alti rappresentanti delle battaglie popolari dell'epoca.

Il legame tra Pio La Torre e il suo popolo fu viscerale, sentito e genuino. Ne sono la testimonianza le immagini dei centomila siciliani che affollarono i funerali a piazza Politeama alla presenza di Berlinguer, Iotti, Pertini e dell'allora presidente del Consiglio Spadolini. A poche ore dall'attentato furono centinaia gli scioperi proclamati, la Cgil si mobilitò dichiarando, ancora una volta, un primo Maggio di lutto, commozione e sdegno. Sono immagini che per alcuni costituiscono solo ricordi e non memoria, questo è il crimine di cui tutti siamo complici.

Sarebbe troppo facile affermare che oggi personaggi del calibro di La Torre costituiscano punto di riferimento per la nostra democrazia moderna, purtroppo non è così. Noi che ne teniamo viva la memoria, che ne proviamo ad osservarne gli insegnamenti giorno dopo giorno non siamo altro che un'esigua minoranza.

Per questo ci piace ricordare l'ultimo atto d'amore di La Torre prima della sua scomparsa: lasciare la segreteria nazionale del PCI per tornare nella sua Sicilia e contrastare sul campo l'intreccio perverso tra la militarizzazione a Comiso, l'affarismo mafioso e l'aggressione violenta e assassina della Mafia nei confronti dei massimi vertici della politica siciliana. Nell'Italia di oggi nessun politico l'avrebbe fatto. La Torre era perfettamente consapevole dei rischi che correva, confidò a compagni di partito e familiari che dopo l'omicidio di Mattarella, sarebbe toccato ad un comunista, ma questa consapevolezza non lo fermò, anzi ne rafforzò le convinzioni e gli ideali.

Da buon testardo siciliano presentò il disegno di legge per codificare il reato di associazione criminale di stampo mafioso (attuale 416-bis) e le relative proposte per colpire la Mafia alla radice del suo interesse, quello che La Torre chiamava i picciuli, l'illecito arricchimento. La sua esperienza sul campo gli permise di affrontare la mafia nel modo più lucido possibile, intuendo sin dall'inizio che il malaffare aveva una matrice economica e politica, non solo una questione di ordine pubblico. Quello che oggi possiamo affermare con tanta leggerezza (la mafia è un fenomeno economico che si avvale di intrecci politici!) ai tempi di Pio La Torre era un'eresia impronunciabile, dietrologia da comunisti e visionari. Intanto le proposte di La Torre divennero legge solo dopo il suo martirio, e solo grazie alle sue intuizioni si potè istruire il maxi processo di Falcone e Borsellino. Tuttora l'intero impianto delle leggi antimafia è improntato sulla sua produzione legislativa.

Allora perché non onorarlo come padre della nostra democrazia moderna? A chi fa paura l'eredità di La Torre? Ultimamente la sua figura e i suoi insegnamenti sono stati celebrati in una iniziativa promossa alla Camera dei Deputati, anche in questo caso hanno fatto più clamore le assenze che le presenze. Dei dirigenti del partito che con fierezza ostenta la discendenza dal PCI di Berlinguer neanche l'ombra, presenti pochi reduci, tante associazioni e il sindacato. Eppure subito dopo la sua morte ci fu un clamoroso tentativo di depistaggio, qualcuno paventò la linea del regolamento interno al partito, disorientanto perfino un investigatore navigato come Giovanni Falcone. Solo dopo si venne a sapere che La Torre fu per anni pedinato dai servizi segreti, e un apposito dossier sul suo contò lo tacciò come un comunista sovversivo, dirigente capace di mobilitare in poche ore migliaia di braccianti per conto del sindacato e del partito. Alla fine nell'Italia dei La Torre e dei Ciancimino, il primo fu spiato e temuto, il secondo sostenuto e potè agire indisturbato. La Torre fu un vinto, Ciancimino un vincitore. La storia non si fa solo per la memoria che le future generazioni avranno del tuo operato, si fa anche e soprattutto per le azioni commesse nel proprio presente. In questo senso il nostro paese ha scelto da tempo di stare dalla parte sbagliata. Ha deciso di chiamare Stato ciò che ha agito per anni contro gli interessi del popolo, di criminalizzare, perseguire e ammazzare chi invece ha fatto degli interessi del popolo una ragione di vita, proprio come La Torre e Di Salvo. Quest'ultimi non sono eroi, La Torre non era un militante antimafia, lo è diventato perchè la Mafia ha voluto frapporsi tra la giustizia e il popolo.

E proprio lì, in quello spicchio di memoria stralciata, vanno ricercate le ragioni per la nostra moderna lotta di liberazione, in quel cono buio da portare alla luce per riscrivere una storia degna di questo nome, che ponga alla base del proprio impegno la memoria dei veri martiri per la libertà.

Ultima modifica ilMartedì, 01 Maggio 2012 16:17
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