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Elezioni in Grecia: vince la paura, ma la sinistra c'è

Elezioni in Grecia: vince la paura, ma la sinistra c'è

dal nostro inviato ad Atene – I risultati non lasciano scampo: Nea Demokratia, il partito di destra guidato da Antonis Samaràs, è la prima forza politica del paese con il 29,6% dei voti e 129 seggi in Parlamento. SYRIZA è seconda con il 26,8% e 71 seggi; seguono PASOK (12,28%; 33 seggi), Greci Indipendenti (7,5%; 20 seggi), Alba d’Oro (6,9%; 18 seggi), Sinistra Democratica (6,3%; 17 seggi) e KKE (4,5%; 12 seggi). Il 37,5% dei greci non si è recato alle urne (i dati sono imprecisi a causa dei registri elettorali ormai obsoleti). Rispetto alle elezioni del 6 maggio non cambia molto, a parte la flessione del KKE (che sconta un’imbarazzante strategia politica) e la stabilità di Alba d’Oro, che pur perdendo voti verso Nea Demokratia e Greci Indipendenti è riuscita a catalizzare i voti del LAOS (il partito di estrema destra tradizionale) e del PASOK. Con queste cifre, il partito di Samaràs potrebbe formare un governo pro-memorandum e chiedere la fiducia in Parlamento. Il PASOK di Evangelos Venizelos concederebbe il suo sostegno, pur avendo per ora rifiutato di entrare a farne parte organicamente senza la contemporanea inclusione di SYRIZA – eventualità scartata rapidamente da Alexis Tsipras, presidente della coalizione della sinistra radicale.

 

Il leader di Nea Demokratia è stato il primo a rilasciare dichiarazioni ufficiali. “Manterremo gli impegni presi con l’Europa… oggi il popolo greco ha votato per la sicurezza e lo sviluppo del paese. È un paese che ha bisogno di essere governato, lo ha chiesto, e noi lo faremo”, ha detto ad un’affollatissima sala stampa.

Poco dopo è stato il momento di Tsipras, che dalla medesima aula ha dichiarato “staremo all’opposizione. In 90 giorni, nonostante tutto e tutti, abbiamo cambiato l’agenda politica del paese, e dell’Europa. SYRIZA è l’unica vera e credibile soluzione non solo per la Grecia ma per l’intera UE. Il futuro appartiene a noi”.

Il raduno di SYRIZA è a Panepistimiou, vicino all’università. Già dalle 19 cominciano ad affluire militanti, simpatizzanti, cittadini e un enorme sciame di giornalisti. Quando inizia a delinearsi la situazione le differenze politiche diventano anche generazionali. Per i più giovani il muso lungo della delusione è lesto a passare, e queste elezioni sono “comunque una vittoria, un risultato eccezionale, adesso bisogna continuare a lottare per non far disperdere tutto questo entusiasmo”, come dice Alexandros (23 anni). Altri (generalmente più avanti con gli anni) rimangono attoniti e disperati, certi che questa tornata elettorale inciderà profondamente – in peggio – nelle loro vite quotidiane. Per molti le misure di austerity non sono materia di propaganda, ma sale sulle ferite di una vita che passa da un taglio del 40% del salario alle nuove tasse introdotte per ripagare i debiti con la trojka.

Queste sofferenze, spesso rivendicate in piazza di fronte ad un’Europa sorda e colpevole (che ha dimostrato nelle ultime settimane tutta la propria meschinità, cercando in tutti i modi di mettere pressione al popolo greco affinché “scegliesse responsabilmente”), hanno registrato l’ennesimo peggioramento materiale nel frantumarsi di una grande speranza politica. Quando arriva Tsipras, in mezzo ad una folla comunque coraggiosa e festosa, orgogliosa di sé, il suo discorso non dura più di dieci minuti. Il leader, seppur giovane, è stanco. Non basta l’introduzione del leggendario Manolis Glezos per restituirgli la carica emotiva che presentava alla chiusura della campagna elettorale ad Omonia, tre giorni fa.

Al di là degli sviluppi della vicenda elettorale ellenica, di cui si cominceranno a intravedere i risultati soltanto a partire da domani, quando il presidente della Repubblica Papoulias conferirà a Samaràs l’incarico di formare un governo, è evidente che le forze pro-austerity sono riuscite a scongiurare l’inedito avvento della sinistra radicale al governo di un paese europeo. Con il sollievo della quasi totalità delle cancellerie europee.

Per compiere questa operazione ogni mezzo è stato lecito: pressioni internazionali (non ultime le dichiarazioni di Hollande e Merkel), terrorismo mediatico quotidiano, pestaggi organizzati nei quartieri popolari dai militanti di Alba d’Oro, pubblicazione di liste di prostitute sieropositive, speculazioni finanziarie. E tuttavia, quasi non è bastato: un misero 2,5% ha coronato il successo di una competizione elettorale all’insegna dell’astensionismo e della speranza.

Qui, ad Atene, ha vinto la paura. Per molti elettori, i problemi principali non sono i memorandum e la gestione della politica economica (interna ed esterna), bensì l’immigrazione illegale, la sicurezza nei quartieri, l’efficienza del settore pubblico; per molti, è di primaria importanza che un uomo forte si assuma responsabilità che sarebbe meglio non delegare; per tanti, infine, è necessario che una vecchia conoscenza esperta dell’arte di governo come Samaràs mantenga fantomatici impegni (presi senza consultare nessuno) contratti con entità altrettanto fantomatiche (e certamente non elettive, come la BCE). Tutti sentori e assi argomentativi che si fondano sul quelle fondamenta di burro che l’Unione Europea e la sua politica economica cieca ed omicida hanno voluto e desiderato gettare. E il cui collante indispensabile è un sentimento tanto umano quanto manipolabile: la paura.

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